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Stuart Fails to Save the Universe 1×01 – La Recensione di un pilot cauto ma promettente

Stuart ha in mano un qualcosa di quantistico che può resettare il mondo, e insieme a Kripki Bert e Denise è intenzionato a provarci in Stuart Fails to Save the Universe

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Stuart Fails to Save the Universe.

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Dopo dodici stagioni e 279 episodi, l’universo di The Big Bang Theory sembrava essersi definitivamente chiuso nel 2019. Invece, Chuck Lorre torna a metterci mano con il suo progetto dichiaratamente più coraggioso: Stuart Fails to Save the Universe. Non siamo davanti a un altro prequel come Young Sheldon, ma al primo vero sequel ambientato dopo gli eventi della serie originale. Con al centro uno dei personaggi più laterali e sfortunati di Pasadena, Stuart Bloom, proprietario del fumetteria che qui si ritrova, per puro errore, a danneggiare un dispositivo quantistico ideato da Sheldon e Leonard e a scatenare un Armageddon multiversale che mette a rischio l’esistenza stessa della realtà.

La nuova comedy, sviluppata per HBO Max e lanciata il 24 luglio 2026, nasce da una triade autoriale che mescola continuità e rinnovamento. Lorre e Bill Prady, co‑creatori di The Big Bang Theory, affiancano Zak Penn, sceneggiatore abituato a maneggiare franchise e mondi complessi (The Avengers, Ready Player One, Free Guy), chiamato qui a portare una sensibilità più dichiaratamente sci‑fi dentro un formato che resta, almeno sulla carta, una sitcom. La produzione conferma Kevin Sussman come volto di Stuart, circondato da Brian Posehn (Bert), Lauren Lapkus (Denise) e John Ross Bowie (Kripke), trasformando un gruppo di comprimari in un ensemble di protagonisti costretti a viaggiare tra dimensioni e versioni alternative di personaggi già noti ai fan.


Bene. Tutto ciò premesso, com’è questo primo episodio, dal titolo spoilerante di “Spoiler: Gary muore“? Vediamolo subito.

Un inizio… tranquillo

Stuart Fails to Save the Universe si presenta come un esperimento gestito con una certa sicurezza più che un azzardo sbilenco. Niente affannate spiegazioni di lore che spesso appesantiscono i debutti sci‑fi, né una vera zavorra espositiva. Gli autori sanno che la prima puntata è fisiologicamente la più complessa da orchestrare. Così decidono di non strafare, mantenendo un andamento misurato, quasi prudente. E preferendo mettere i pezzi sulla scacchiera senza correre. Più interessati a stabilire il tono di questo nuovo mondo che a colpirci con un fuoco d’artificio narrativo immediato.

Ne emerge è un ritmo tranquillo, figlio di un ibrido che non ha ancora deciso se abbracciare in pieno la sci‑fi adventure o la sitcom pura. La struttura assomiglia più a un banco di prova che a una dichiarazione di identità definitiva. Alterna momenti di esposizione e sequenze più ludiche, senza mai spingere davvero sull’acceleratore né del comico né dello spettacolare. In questo senso, la serie sembra volerci prendere per mano. Farci familiarizzare con l’idea di una Pasadena post‑apocalittica e multiversale, rimandando ai futuri episodi il compito di alzare il volume del ritmo e la posta in gioco.


L’impressione complessiva è quella di trovarci davanti a un gioco. Con personaggi che si muovono come cosplay catapultati in un live role‑play con set e regole tutte nuove. Stuart, Denise, Bert e Kripke funzionano più come miniatura da gioco di ruolo che come ensemble da sitcom tradizionale. E questo si riflette nell’andamento del racconto. Per ora, ci collochiamo su un discreto melange che promette sviluppo più che compiutezza. Il pilot non esplode, non travolge e non vuole riscrivere subito le regole del franchise. Prende respiro, delimita il perimetro del nuovo giocattolo narrativo e ci invita a vedere se, nelle prossime mosse, questo gioco saprà davvero trovare il suo passo.

Immersione e distacco da TBBT

Stuart e Bert incontrano Denise in una Pasadena Post Apocalittica
Ccredits: HBO Max

Aprire in una Pasadena già devastata e alterata, ci pone di fronte a domande importanti. Come siamo arrivati a questo punto, cosa è successo prima e cosa potrà accadere dopo? Tuttavia non restiamo mai davvero spaesati. La serie ci getta a metà di un racconto già in corso, eppure riesce a farci sentire inclusi. Il contesto è immediatamente leggibile come altro, una realtà distorta che dichiara fin da subito di giocare con coordinate diverse rispetto alla quotidianità nerd che associamo a The Big Bang Theory.


È questo scarto a risultare interessante. Il mondo che vediamo non è una versione leggermente ritoccata dell’appartamento di Leonard e Sheldon, ma un ambiente radicalmente trasformato. Che rinuncia al comfort visivo e al riconoscimento immediato per proporre una nuova grammatica. La Pasadena post‑apocalittica diventa tavolo da gioco dove le vecchie regole non valgono più. Invece di accompagnarci con un lungo prologo, il pilot ci chiede di accettare che qualcosa sia andato storto e di ricostruire a posteriori gli eventi. Affidando all’immersione, più che alla nostalgia, il compito di tenerci agganciati.

Stuart Fails to Save the Universe lavora su un distacco netto dal tono di TBBT. Non cerca di replicare la routine delle battute in salotto. Né di usare gli elementi riconoscibili come stampella costante. Le somiglianze dirette con la serie madre, almeno nel pilot, sono poche e dosate. E la sensazione è quella di uno spin‑off che vuole essere “figlio di” ma non “clone di”. Questo è forse l’aspetto più riuscito del primo episodio. Ci fa percepire che l’universo di The Big Bang Theory è il punto di partenza, non il modello da inseguire. E ci invita a guardare Stuart non più come comparsa nel mondo di altri, ma come personaggio chiamato a definire un mondo nuovo. Con regole e rischi tutti suoi.

Stuart Fails to Save the Universe: quasi al limite

Sul piano del tono, Stuart Fails to Save the Universe sembra trovare subito un equilibrio particolare, che vive sul confine fra divertimento e perturbante. È un episodio che definiremmo al limite. Gioca spesso con l’estremo, ma senza trasformarlo in compiacimento gratuito. La comicità non si appoggia solo alla battuta, bensì alla sproporzione tra ciò che vediamo e il modo in cui i personaggi lo trattano. Come se l’apocalisse fosse diventata routine.


La sequenza che vede litigare in fumetteria un fan di Occhio di Falco con un suo detrattore è un’ immagine che, presa da sola, ha la forza dello shock. È un gesto improvviso, quasi troppo. Che però si ricolloca quando capiamo il contesto. Un contesto dove la violenza viene assorbita nel paesaggio, integrata in una quotidianità distorta dove il buco nero è letteralmente il cestino dei rifiuti. È in questo scarto fra orrore dell’azione e normalità della messa in scena che la serie trova il suo umorismo più nero.

Negli eccessi di un mondo alla Mad Max, con un che di falso che non risulta difettoso ma anzi, pare una scelta ben ponderata, questo primo episodio ci invita a leggere ogni esagerazione come una sorta di performance nerd utile a rendere molte situazioni divertenti. Pur restando sopra le righe.

Di contro, quasi in filigrana, lavorano gli elementi meta. La sigla che si annuncia non skippabile, gli indizi disseminati, i piccoli messaggi che suggeriscono una consapevolezza del proprio statuto di spin‑off. Per ora sono promesse più che risultati. Interessanti, potenzialmente ricche, ma da giudicare davvero solo quando avremo visto come verranno usate nei prossimi episodi.


Personaggi, ensemble e catastrofe “firmata Stuart”

Un irriconoscibile Raj sembra aver trovato finalmente la sua dimensione... forse
Credits: HBO Max

Sul piano dei personaggi, Stuart Fails to Save the Universe costruisce fin da subito un gruppo in cui ognuno occupa una posizione precisa, quasi fossero le classi di D&D. Stuart resta il centro nevralgico e nevrotico del racconto, ma Denise, Bert e Kripke non sono semplici spalle. Ognuno porta competenze, fragilità e tempi comici che lo collocano in un ruolo riconoscibile tra universi alternativi.

Nelle scene d’azione, questa squadra appare deliberatamente improbabile. Bert e Kripke, in particolare, sembrano sempre un po’ fuori luogo. Per come agiscono, non per come sono. Perché non sono eroi d’azione ma nerd catapultati in un genere che non gli appartiene. Dando una sorta di comica epicità a una missione che li vede protagonisti loro malgrado.

L’idea che a salvare il mondo sia Stuart è forse l’intuizione più forte di Stuart Fails to Save the Universe. L’uomo che conoscevamo, dal negozio di fumetti ora scala di livello e diventa colui che potrebbe salvare il mondo. È una premessa incoerente con il personaggio ma allo stesso tempo abbastanza radicale da chiedere sviluppo. Dovrà dimostrare, episodio dopo episodio, di reggere la responsabilità emotiva e comica di un disastro così grande.

Anche il trattamento di Raj colpisce. Ritrovarlo sposato e, almeno in apparenza, felice, ma prigioniero e destinato a morire, inserisce una nota amara che si incastra bene nel tono del pilot. È una scelta dura, certo, ma allineata a questo universo dove le vite dei personaggi possono cambiare drasticamente da una dimensione all’altra, senza che la serie perda del tutto la propria vocazione giocosa.

Accessibilità, worldbuilding e voglia di proseguire

Per quanto riguarda l’accessibilità Stuart Fails to Save the Universe dal punto di vista dell’accessibilità, il pilot prova davvero a tenere insieme due pubblici. Chi ha interiorizzato anni di The Big Bang Theory e chi si avvicina all’universo per la prima volta. Da un lato, il racconto resta comprensibile anche a chi non conosce ogni dettaglio della sit‑com originale. Dall’altro, i rimandi sono molti, e si percepisce chiaramente che la serie conta sul tempo per spiegare e integrare questi riferimenti, più che sul riconoscimento immediato come filtro d’ingresso.

Il worldbuilding appare abbastanza organico. L’uso dell’universo madre non è solo un elenco di cameo, ma costruisce il nuovo contesto narrativo. Il negozio di fumetti, CalTech, i volti noti diventano tasselli di una Pasadena multiversale che ha regole sue. Il rischio di rifugiarsi troppo spesso nella nostalgia esiste, ma in questo primo episodio l’identità del progetto sembra sufficientemente definita da non dipendere esclusivamente dal fan service. L’idea del gioco multiversale e del live role‑play nerd è abbastanza forte da reggere da sola.

Il risultato è un pilot che più che cercare un consenso immediato punta a farci entrare in una domanda aperta: cosa ci aspettavamo da questo spin‑off e cosa ci aspettiamo, davvero, dai prossimi episodi? La messa in onda settimanale aiuta, perché invita a tornare su questo mondo con calma, lasciando sedimentare ritmo, tono e personaggi. Non siamo di fronte a un esordio travolgente, ma a un primo passo curioso, consapevole di muoversi su un terreno delicato: quello di un franchise amatissimo che prova a cambiare pelle.
Per ora, la voglia di proseguire c’è, ed è forse il segnale più importante che Stuart Fails to Save the Universe riesce a mandarci. Più che chiudere un giudizio, apre lo spazio per vedere se questo esperimento saprà davvero trovare la sua dimensione.