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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →C’è una battuta, in questo episodio, che ci dice molto su quella che potrebbe essere la direzione di The Walking Dead: Dead City 3: Negan, guardando la gente aggrapparsi a un briciolo di speranza, si lascia scappare che ha già visto troppe volte come finisce chi è abbastanza stupido da sperare. È la sua filosofia di sempre. Il cinismo che lo ha tenuto in vita per anni. Ed è proprio quella frase, pronunciata quasi con fastidio, a rendere ancora più significativo tutto quello che gli accade nell’ora successiva. Perché Trillium è, sopra ogni altra cosa, la storia di un uomo che si lascia smentire.
Manhattan si presenta di nuovo come una città in frantumi, letteralmente: un’esplosione ai serbatoi di metano manda in fumo quel poco di equilibrio che era rimasto dopo la guerra per le risorse raccontata nella scorsa stagione. Maggie e Negan si ritrovano entrambi ricercati, i loro volti stampati su manifesti voluti da un misterioso “Sarge” che promette ricompense per catturarli vivi o morti. È un incipit che funziona più come cornice che come vera minaccia. D’altronde sappiamo che la vera posta in gioco dell’episodio non è la caccia all’uomo, ma quello che succede tra i due protagonisti quando restano soli.
The Walking Dead: Dead City 3 comincia in modo promettente, suggerendo tra le righe di non voler fare alcuni errori del passato. È ancora presto per capire se sarà davvero così, ma questo primo episodio ne dimostra l’intenzione

E infatti la scena su cui la prima puntata di The Walking Dead: Dead City 3 costruisce le sue fondamenta, è un’altra: Maggie sta scavando una fossa per Ginny, e Negan la raggiunge portando ancora addosso i segni del tradimento subito. La sua stessa colpa trasformata in cicatrice. Il dialogo che ne segue non inventa nulla di nuovo rispetto a due stagioni di rancore reciproco: lei si scusa senza pretendere il perdono, lui rimescola vecchie colpe, Glenn compreso, come se il tempo non fosse passato affatto. È un confronto che rischia di sembrare la ripetizione di un copione già visto, ma che la serie usa in modo intelligente come punto più basso da cui risalire, tanto che Maggie arriva persino a offrirgli il coltello, invitandolo a chiudere il cerchio nel modo più semplice e definitivo possibile.
Renata e Luis irrompono nella storia con un’urgenza che sposta immediatamente il baricentro dell’episodio dal passato al presente: hanno bisogno di metano per alimentare l’incubatrice che terrà in vita il figlio prematuro di Chucho, e la loro disperazione trascina Maggie e Negan in una missione che li costringe a combattere insieme contro un’orda di non-morti nel caos post-esplosione.
Il vero cuore oscuro della puntata, però, arriva con il Croato. Ridotto ormai a un uomo morente, morso e senza più l’impero che aveva costruito nelle due stagioni precedenti, si rivela essere l’unico depositario della posizione dell’ultimo serbatoio di metano rimasto in città. Ma è un flashback a restituirgli a chiarire le cose: scopriamo che il padre del nascituro, Chucho, è stato ucciso proprio dal Croato durante una festa per l’arrivo del bambino, con la stessa brutalità che l’uomo aveva imparato osservando Negan in azione. È un dettaglio che chiude un cerchio inquietante: la violenza si tramanda, si copia, si perfeziona di generazione in generazione tra sopravvissuti che hanno smesso di distinguere la crudeltà necessaria da quella gratuita. Ed è proprio questo lo specchio scomodo che l’episodio tende a Negan, costringendolo a guardare cosa diventa un uomo che sceglie sempre la scorciatoia del terrore.

Non stupisce, allora, che sia proprio davanti alla morte del Croato – un uomo che porta dentro di sé, distorto, un pezzo del suo stesso passato – che Negan cominci a cedere. Assiste alla sua fine, gli concede il colpo di grazia con un misto di pietà e disgusto. E quando Maggie gli dice senza troppi giri di parole che ha bisogno di lui, qualcosa in quella corazza di cinismo si incrina per davvero.
Il momento più duro dell’episodio (disponibile su Sky e NOW), però, non appartiene né a Maggie né a Negan. Ma a Luis, che deve sacrificare il corpo del fratello Chucho, ormai trasformato, per fornire l’energia necessaria a far funzionare l’incubatrice e salvare quel bambino che non conoscerà mai suo padre. È forse la sintesi più cruda e più bella di tutto ciò che questa serie prova a raccontare da sempre: anche nella morte più grottesca, anche ridotti a corpi che camminano senza più coscienza, i sopravvissuti trovano un modo per continuare a proteggere chi resta.
A stemperare tanta cupezza ci pensa Dillard, il bizzarro barista che Negan incontra rifugiandosi in un locale abbandonato. Un personaggio che ha addomesticato i walker rendendoli innocui e li ha trasformati in una sorta di ecosistema personale. Una trovata quasi comica che, in mezzo a tanto dolore, funziona da valvola di sfogo necessaria, e lascia intuire che questa nuova gestione della serie ha voglia di alleggerire, almeno un po’, un tono che nelle prime due stagioni rischiava di diventare monocorde.
Il finale, con Maggie e Negan che si scambiano finalmente uno sguardo che assomiglia a fiducia vera, e lei che valuta persino di restare a Manhattan, chiude un episodio che promette di rinnovarsi e di saper guardare al futuro, questa volta in modo meno monotono. La Dama resta sullo sfondo, ferita ma tutt’altro che sconfitta, pronta a ricostruire il proprio potere sulle macerie fumanti della città. Una minaccia che l’episodio non affronta ma lascia deliberatamente sospesa, come promemoria che la pace appena intravista tra i due protagonisti è ancora troppo fragile per essere data per scontata.





