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The Crown è sempre The Crown: la terza stagione vince la scommessa più difficile

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Lo scintillio luccicante delle stanze reali, le andature lente e i passi eleganti, l’austerità dei cerimoniali, i convenevoli, i lunghi silenzi, le espressioni rigide e distaccate, le trame nascoste, i desideri soffocati, le verità insabbiate, l’ampollosità di certi protocolli, il cielo livido d’Inghilterra: Buckingham Palace ha riaperto i suoi cancelli per Netflix e lo ha fatto come sempre in grande stile. La terza stagione di The Crown è arrivata dopo due anni dalla seconda e, a meno di una settimana dal suo rilascio, sta già facendo parlare di sé. Anche nei corridoi del palazzo reale.

The Crown 3 arriva su Netflix cambiando completamente volto. In tutti i sensi.

La prima grande novità è, infatti, il passaggio di testimone nel cast: Claire Foy, che ha dato il volto alla regina per due stagioni, viene sostituita da una straordinaria Olivia Colman, che si è saputa calare perfettamente nel personaggio. Ancora, Tobias Menzies prende il posto di Matt Smith nel ruolo del principe Filippo, Helena Bonham Carter quello di Vanessa Kirby nel ruolo della principessa Margaret e Marion Bailey ha rimpiazzato Victoria Hamilton per il personaggio della regina madre.

Un avvicendamento necessario e fortemente voluto da Peter Morgan per mostrare meglio il passare degli anni.

La scelta si rivela subito azzeccata. Il nuovo cast infonde una grande potenza interpretativa alla serie. La Colman è una regina più sicura di sé, più dura e matura rispetto alle passate stagioni, e l’incontro con il primo ministro nell’episodio iniziale ne è la conferma: Elisabetta non è più la giovane inesperta e impacciata che faticava a reggere il confronto con Churchill. Ora è una donna assennata ed equilibrata, con poche incertezze e tentennamenti. Una donna cresciuta e maturata, molto più disinvolta nel ruolo di sovrana. E The Crown si apre proprio con la camera fissa su di lei, un’inquadratura che ce la mostra di spalle, nel silenzio e nella penombra delle sue stanze.

Sono grandi cambiamenti, ma eccoci qua. Di rado gli anni sono clementi con gli esseri umani. C’è ben poco da fare, possiamo solo accettarli.

La serie parte da questo presupposto e da lì va avanti a narrare la sua storia. Che è la storia della regina Elisabetta, ma anche quella di una nazione in balìa delle trasformazioni. Non è solo la protagonista a essere cambiata, è il mondo stesso che muta e si rinnova. The Crown abbraccia tutto il periodo storico che va dal 1964 al 1977, nel pieno della guerra fredda. Ci sono le crisi diplomatiche, le spie, i colpi di Stato, lo stallo dei governi, la svalutazione della sterlina, le proteste sociali, la lotta di classe, le elezioni politiche, il lancio sulla Luna, il nuovo impatto della televisione sulle masse – di cui abbiamo un piccolo assaggio nel quarto episodio, con il documentario sulla famiglia reale trasmesso dalla BBC.

Il mondo cambia e il regno scricchiola, ma la corona deve reggere agli urti.

Noi nascondiamo le crepe. E se ciò che facciamo è vistoso, grandioso e forte abbastanza, nessuno si accorgerà che il contorno cade a pezzi. E tu (la regina) devi mantenere la calma. Perché se mostri anche solo una crepa, vedremo che non è una crepa, ma un burrone. E ci cadremo tutti dentro.

La lente di The Crown si focalizza prima sulle dinamiche politiche e poi, poco alla volta, si restringe su quelle familiari. Parte dall’elezione di Harold Wilson, dall’ombra del KGB e dalla complicata relazione con gli Stati Uniti, per poi andare a scandagliare le trame di casa. La serie attraversa momenti rimasti stampati nella memoria collettiva, come la puntata agghiacciante sul disastro di Aberfan, ma va anche a rispolverare tutta una serie di dinamiche familiari che avevamo già imparato a conoscere nelle stagioni passate.

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La famiglia reale a volte sembra sospesa in un cosmo a parte, relegata tra i cimeli di una monarchia avvertita sempre più come distante e artefatta, polverosa e invecchiata. Lo stacco con la realtà è palpabile, basti pensare al contrasto tra il fango e le macerie di Aberfan e lo sfavillio strafottente di Buckingham Palace, o tra le urla delle proteste e la monotonia del documentario sulla famiglia reale. Torna a essere cruciale la difficile convivenza tra persone addestrate a mantenere il controllo. C’è la regina e il suo rapporto complicato con il principe Carlo, la principessa Margaret con tutti gli scandali che la riguardano.

Ma, sebbene la protagonista (la nuova Tony Soprano) sia una donna, la lente di Peter Morgan, specialmente negli episodi centrali, va a sbirciare anche sotto la maschera dei personaggi maschili: il dramma del principe Carlo che nessuno vuole ascoltare, Filippo che chiede aiuto e rimpiange la vita che non ha potuto vivere, il duca di Windsor che muore solo e chiedendo perdono. Ma sono anche i personaggi minori a mostrarci il proprio dramma sullo schermo. Lord Mountbatten deve fare i conti con la vecchiaia e il nuovo che avanza, mentre il primo ministro si destreggia tra i problemi di un Paese in continua trasformazione. E poi ci sono la principessa Anna, la “santa reale”, la principessa Alice, il conte di Snowdon e tutta la comitiva di reali che intreccia il proprio corso narrativo con quello degli eventi esterni.

The Crown ha confermato le buone premesse delle passate stagioni ed è tornata con la solita, pazzesca regia.

Inquadrature eccezionali, scenografia curata fin nei minimi dettagli, fotografia e costumi sempre impeccabili, un uso delle musiche per nulla scontato che dà prestigio alla narrazione.

E un ultimo, impeccabile taglio finale sulla regina. La terza stagione di The Crown si apre mostrandoci una Olivia Colman di spalle, assorta in pensieri che non potevamo ancora conoscere, e si chiude con un primo piano di lei che, da sola nella carrozza, si prepara a reggere gli urti di un regno traballante. E sembra guardare già a quelli che saranno gli eventi della quarta stagione, che stiamo già aspettando con impazienza.

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Written by Serena Verrecchia

Esistono milioni di storie al mondo, preziose e inimitabili. Il nostro compito è solo quello di scovarle, portarle in superficie e imparare ad amarle.
Scrivo di serie tv per un insopprimibile desiderio di bellezza, perché nelle storie, specie in quelle belle, ho trovato il mondo che vorrei.

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