Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sui finali di The Boys, Stranger Things e Breaking Bad.
Alcune settimane fa, a pochi giorni dalla messa in onda del finale, abbiamo commentato duramente l’ultimo atto di The Boys in un articolo dedicato in cui ne abbiamo evidenziato i limiti e le storture. Tra i vari punti toccati, uno merita una riflessione ulteriore: l’arrivo imminente di diversi spin-off ha condizionato non poco cosa abbiamo visto nel finale di una delle migliori serie tv degli ultimi anni. Finendo per limitarlo, da diversi punti di vista.
In particolare, il prequel già annunciato, Vought Rising, ha portato ad alcune scelte rivedibili nell’arco dell’intera stagione conclusiva di The Boys.
La questione del famigerato V1, il composto originario della Vought che trasforma gli uomini in Super, si è rivelata poco più di un MacGuffin. Un espediente narrativo sterile, inconsistente ai fini della trama. Apparentemente decisivo, perso poi in un sostanziale vicolo cieco. Soprattutto se si pensa alle conseguenze sulla figura di Homelander, a lungo evocato con lo spettro dell’immortalità e poi ucciso, senza troppe difficoltà, dai Boys in una scena madre che avrebbe meritato una gestione ben diversa.
Un elemento, in particolare, lascia ancora perplessi anche ora, una volta metabolizzato il controverso finale: la scelta di congelare (letteralmente) il personaggio di Soldier Boy, messo fuori gioco nella penultima puntata e del tutto assente nel finale di serie. Un peccato, visto che avrebbe potuto rivestire una centralità assoluta: è stato invece parcheggiato lì un po’ così, e sembra che ciò assecondi più le esigenze del prequel venturo che quelle della serie madre al tramonto. Lo dimostra il fatto che sia stato sostituito, in pratica, da Kimiko, capace di acquisire “i suoi poteri” ed essere una sua “controfigura” nel mosaico della scena nello Studio Ovale che ha portato alla morte di Homelander. Non senza forzature, per molti versi stucchevoli. Portandoci così a una domanda: perché si è arrivati a tutto questo?
L’abbiamo sostenuto anche nell’articolo citato in apertura: uno dei problemi del finale di The Boys è legato a una gestione errata delle tempistiche. Succede gran parte di quello che fosse “giusto” accadesse nell’ultima puntata, ma tutto è veloce, frettoloso. Di conseguenza, inconsistente sul piano narrativo e figlio di forzature che divengono indispensabili per muovere la trama verso l’ultima casella. Un po’ come successe alcuni anni fa al finale di Game of Thrones, anche se in quel caso le analisi si mossero in varie altre direzioni.
A posteriori, allora, diventa necessario rivedere quello che abbiamo visto nella stagione finale di The Boys nel suo complesso.
Arriviamo così a un’ulteriore considerazione: perché dare tanto spazio al V1 e a tutto quello che ne è conseguito, soprattutto i vari personaggi legati al passato della Vought, se poi tutto ciò ha avuto conseguenze pressoché marginali nel finale di serie? Perché citare continuamente Stormfront, facendone addirittura il perno fondamentale della scelta di Soldier Boy nel momento in cui consegna il V1 a Homelander, senza poi andare da nessuna parte anche in quel senso?
La risposta è semplice, e amara: l’ultima stagione di The Boys si è trasformata, in sostanza, nel trampolino di lancio ideale per Vought Rising. Il che ci sta, visto che viviamo nell’era delle IP, dove tutto ciò che ha successo diviene il presupposto per dar vita a un franchise: non siamo qui per invocare la purezza disinteressata dell’arte narrativa, al di là delle potenzialità economiche. Affatto.
Quando però finisce per essere ancora più importante dell’esigenza di chiudere al meglio una delle migliori serie tv del decennio, le considerazioni da fare sono molto diverse.
Perché è chiaro: c’è modo e modo.

Per intenderci ancora meglio: Eric Kripke, showrunner di The Boys, ha alimentato queste perplessità con un’intervista rilasciata a ScreenRant pochi giorni fa. Le sue parole: “Penso che in questa stagione abbiamo raccontato la storia che volevamo. Sono molto sul vago perché siamo già dentro la scrittura di Vought Rising e sappiamo dove andrà a parare quella trama. Molte cose che adesso non sembrano avere senso per gli spettatori lo avranno non appena uscirà lo spin-off. Dovete solo portare pazienza. Il finale di The Boys doveva essere incentrato sui Boys, il nostro lavoro in questa stagione era chiudere le storie dei comprimari per poter focalizzare l’ultimo episodio solo sui protagonisti storici“.
“Avere pazienza”? “Molte cose avranno senso con lo spin-off”? Non che sorprenda tutto ciò, ma è un peccato che il finale di una serie del calibro di The Boys non possa reggersi in piedi sulle proprie gambe, senza la stampella di un prequel o di un sequel.
Perché no, non stiamo dimenticando i sequel. Si ha la chiara impressione, per esempio, che il finale abbia tenuto in vita certi personaggi e ne abbia marginalizzato altri – le povere protagoniste di Gen V, per dire – in nome della tutela di opportunità narrative future. Ormai è chiaro: il finale di The Boys, evidentemente, non era più la priorità assoluta del franchise. Un franchise che ha finito per assumere quasi i contorni degli universi narrativi che aveva parodizzato per anni, lasciandoci con la sensazione che il finale di The Boys sia stato limitato dai progetti futuri, già annunciati o non ancora concretizzati.
E sia chiaro: The Boys non è certo l’unica che ha subito una sorte del genere, affatto.

Si pensi, per esempio, a The Walking Dead, una serie che a un certo punto aveva tutto per scrivere un capitolo fondamentale della serialità contemporanea ma che si è poi persa nel tempo. L’ha fatto dopo aver annacquato la narrazione ben oltre i confini naturali, trascinando personaggi e situazioni all’infinito. Per anni, fino al finale. Un finale che però è stato un finale solo in parte, visto che crea nuovi presupposti più che chiudere le fila del suo racconto. Non è un dettaglio da poco. Perché nel frattempo il pubblico aveva già immaginato tutto: immaginava che Daryl avrebbe avuto un sequel, che Maggie e Negan sarebbero tornati altrove, che Rick Grimes chissà. La tensione, inevitabilmente, cambia.
Alcuni addii perdono peso e i pericoli sembrano temporanei per definizione. Alcune scelte appaiono, all’improvviso, reversibili.
The Walking Dead, una serie che aveva costruito la propria identità sull’idea che nessuno fosse davvero al sicuro, si è ritrovata così intrappolata in una situazione paradossale: il franchise aveva ormai invaso lo spazio vitale della serie madre prima ancora che questa potesse davvero concludersi. E allora gli spin-off e i sequel spingono ancora la serie oltre, senza mai concluderla davvero. The Walking Dead avrebbe meritato di meglio, ma ormai è andata come è andata.
Ripetiamo: il problema non sono gli spin-off in sé, né l’evidente necessità di protrarre la forza di un franchise oltre la conclusione di una serie. Viviamo in quel tempo, e non mancano gli spunti per prodotti altrettanto suggestivi. Potremmo dirlo, per esempio, a proposito di un altro finale di serie piuttosto problematico: Stranger Things. In questo caso non ci sono conseguenze dirette, se non per il fatto che l’ambiguità sul destino finale di Eleven crei, a sua volta, i presupposti per progetti futuri che terranno il fandom incollato alla memoria di una serie con questioni mai chiuse davvero. Ogni scelta fondamentale, tuttavia, sembra subire l’effetto delle potenzialità di personaggi da esplorare ancora in scenari ambientati chissà quando e chissà dove. Backdoor che condizionano la scrittura di un finale, privandoci per esempio di una morte importante o di una chiusura ancora più soddisfacente.
Stranger Things, tuttavia, non è l’esempio migliore possibile perché ha gestito tutto ciò con buona astuzia, senza forzare oltremisura la mano. È stata nettamente superiore a The Boys, almeno in questo senso.

Ormai, però, lo spettatore lo sa: se si deve scegliere tra l’uccisione di un personaggio popolare o la sua sopravvivenza a tutti i costi, la seconda strada è sempre preferibile. Si rischia, sennò, di cadere nella “sindrome di Berlino”, ovvero: far fuori un personaggio che avrebbe potuto dare ancora tanto al franchise. Ci riferiamo ovviamente a uno dei grandi protagonisti de La Casa di Carta, eliminato al termine della prima stagione quando gli autori non avrebbero potuto immaginare che quella storia sarebbe andata avanti molto più a lungo di così. Risultato? Berlino è “resuscito” nel passato del racconto nei modi più disparati, non sempre con risultati soddisfacenti.
Diverso, invece, il discorso legato a The Handmaid’s Tale. Anche in questo caso si parla di un finale piuttosto deficitario, vincolato per molti versi al testo del romanzo sequel di Margaret Atwood e al conseguente spin-off della serie tv. Da lì le forzature immani per riposizionare un personaggio monumentale come Zia Lydia con modalità piuttosto raffazzonate, e l’esigenza imprescindibile di mantenere Hannah nei terribili confini di Gilead. Lì, però, c’è un romanzo da tenere in considerazione, e che romanzo: i problemi stanno nel mezzo, visto che il “buco” tra i due racconti di Atwood è stato coperto malamente dagli autori nel corso dell’ultima stagione.
La questione, tuttavia, rimane: scrivere un finale con la consapevolezza che certi personaggi debbano sopravvivere, oppure che certe situazioni debbano svilupparsi in funzione di progetti che talvolta manco esistono in quel momento, è un problema. Priva gli autori di opportunità importanti per scrivere un finale migliore, se non addirittura il finale ideale. Smorza la tensione, la affievolisce. Impone dei vicoli ciechi in cui certe risoluzioni sono annacquate, certi finali non sono abbastanza duri, certe strade non sono semplicemente percorribili. Ed è un peccato, davvero.
Si ripensa con malinconia, allora, a una serie tv che perfetta lo è stata davvero, per quanto possibile: Breaking Bad.

Vince Gilligan sembra non averci pensato per un minuto, ai potenziali spin-off futuri. Non mentre scriveva il finale del suo capolavoro. Un capolavoro che è stato tale anche grazie al capitolo conclusivo del suo antieroe, Walter White, inequivocabilmente morto negli ultimi instanti della serie. Ogni scelta fatta nelle ultime stagioni, non solo in Felina, era mirata alla gestione di questo racconto, senza evocare ulteriori prospettive. Un finale autonomo, indipendente da ogni altra logica al di fuori del semplice, essenziale e prezioso gusto per una narrazione che scivola verso i titoli di coda alle proprie condizioni.
La differenza c’è, eccome. E rimane più di un rimpianto nel pensare a cosa avrebbe potuto combinare Eric Kripke se Vought Rising non fosse esistita e i sequel futuri di The Boys non debbano portarci in chissà quale direzione. Non lo scopriremo mai, ma l’auspicio è che in futuro si possano vedere ancora tante serie tv di grande successo capaci di essere se stesse fino alla fine, senza farsi condizionare da altro. Perché in fondo non si precluderebbero opportunità future anche se dovesse cambiare l’atteggiamento autoriale: Breaking Bad, per dire, ci ha regalato uno dei migliori spin-off mai visti in tv, Better Call Saul, senza aver mai agito in quel terreno. L’ha fatto attraverso la costruzione di un mondo che non esisteva, mentre Breaking Bad era in onda. Poi è nato e abbiamo ammirato l’ennesima meraviglia televisiva.
Valorizzata, oltretutto, da un personaggio, Lalo Salamanca, che in Breaking Bad era stato menzionato una sola volta senza alcuna promessa futura.
Una sola menzione evocativa che ha poi dato vita a un personaggio incredibile, tra i migliori del prequel. E cosa dire di Kim Wexler, una che nella serie madre manco era mai esistita? Cosa dire di tutti gli altri, poi sviluppati in modo sublime dagli autori?
Ecco, ripartiamo da qui. Oppure illudiamoci, almeno, che si possa davvero ripartire da qui. Perché una storia può contenerne mille altre, a patto che non fagocitino quella che ci ha appassionato per anni.
Illudiamoci, almeno, che tutto ciò possa avere ancora un senso nei prossimi anni.
Antonio Casu





