1) Prima stagione

Sul gradino più alto del podio non poteva che esserci la prima stagione. Il fulmine a ciel sereno per eccellenza, risultato di una sceneggiatura che funziona come uno spietato meccanismo a orologeria. Otto episodi in cui non si perde un solo secondo in fronzoli o spiegazioni didascaliche. Veniamo semplicemente circondati dal caos primordiale di The Beef, tra debiti, tubature rotte e una brigata incazzata e ostile. E in tutto questo la regia ci infila piani sequenza di venti minuti che stringono lo spettatore in una morsa claustrofobica e asfissiante. Non c’è tempo, non c’è aria, non c’è speranza.
L’impatto della prima stagione è insuperabile perché si muove sul terreno del dolore, della rabbia e del lutto. Sentiamo sotto la pelle l’angoscia di Carmy, un fuoriclasse dell’alta cucina che torna a casa spezzato dal suicidio del fratello Mikey, costretto a lottare contro un sistema che rifiuta il cambiamento. C’è una disperata bellezza nel modo in cui questo gruppo di persone, diffidenti e ferite, inizia lentamente a fare squadra e a fidarsi l’una dell’altra. La prima stagione vince su tutte perché possiede un’urgenza espressiva e un’autenticità che le stagioni successive, pur splendide, hanno inevitabilmente dovuto smussare. È l’inizio di tutto, il sapore originale che ci ha fatti innamorare e che rimane, ancora oggi, imbattibile.






