3) Quinta stagione

Abbiamo immaginato il finale di The Bear in tutti i modi possibili, ma mai e poi mai ci saremmo aspettati che sarebbe stato un finale (quasi) interamente sotto la pioggia. Un diluvio incessante, metafora della diluizione e della purificazione. L’acqua che lava via ogni cosa. Rancori, ansie, indecisioni. L’acqua che rinfresca l’aria e i pensieri. L’acqua che per un qualsiasi essere umano è sempre sinonimo di un ritorno alle origini. E gli otto episodi conclusivi di The Bear sono proprio questo: un déjà-vu piacevolissimo per gli occhi, per il cuore e per la mente. Uno show nuovo e diverso allo stesso tempo. Prima di tutto i personaggi. Nella quinta stagione Carmy e compagni sono un organismo perfetto in ogni sua parte. Molto distante da com’erano nella prima stagione. E poi il ritmo. Veloce, fluido, serrato, esattamente come all’inizio di questo viaggio.
La sceneggiatura si concentra sull’essenziale, tirando le fila del destino del ristorante e, soprattutto, dei rapporti umani che lo hanno tenuto in piedi. Infine la sorpresa: aggiudicarsi due stelle Michelin ma decidere comunque di cambiare strada. Di buttarsi in un mestiere nuovo. Coraggioso, Carmy. Fuori dal coro. In fondo lo è sempre stato. Quanti avrebbero fatto lo stesso al suo posto? Inoltre gli ultimi minuti della serie ci lasciano addosso una malinconia dolceamara, insieme alla sensazione di dover salutare personaggi che ci sembra di aver conosciuto davvero. Insomma, l’ultima stagione si prende il gradino più basso del podio unicamente perché le prime due rasentano la perfezione.






