Attenzione: seguono spoiler sulla quarta stagione di Ted Lasso.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Non penso di dirvi niente di sorprendente, se rivelo subito di essermi approcciato alla quarta stagione di Ted Lasso con sensazioni molto contrastanti. Inevitabile, visto che la serie sembrava essersi chiusa definitivamente dopo la terza con un bel finale, senza lasciar intravedere all’orizzonte la possibilità di un ritorno. Una trilogia arrivata al traguardo, semplicemente: laddove le serie cercano spesso di protrarsi oltre la loro scadenza naturale, Ted Lasso aveva deciso coraggiosamente di far scorrere i titoli di coda. Una volta per tutte…
… oppure no. Quando poi arrivò l’annuncio di una nuova stagione, forse l’inizio di una nuova trilogia, mi ero domandato subito se ne avessi ancora bisogno: la risposta fu sì, senza alcun dubbio. Allo stesso tempo, però, mi ero domandato: Ted Lasso ha effettivamente qualcos’altro da raccontare, dopo aver chiuso il cerchio? Nel secondo caso, ho fatto un atto di fede nei confronti di Bill Lawrence, un autore che di credito ne ha acquisito fin troppo, convincendomi così che la quarta stagione di Ted Lasso potesse avere senso al di là delle innegabili esigenze commerciali per cui tre sole stagioni, in sostanza, erano uno spreco di opportunità.
Ma Bill Lawrence è Bill Lawrence. Apple TV è Apple TV. Ted Lasso è Ted Lasso.
E allora… yes, please: viva Ted Lasso, viva la quarta stagione.
Anche se all’inferno ne è già pieno, come direbbe qualcuno che alla quarta stagione ci era arrivato lo stesso con motivazioni più che valide.

Insomma, Ted Lasso mi era mancato ma avevo ormai metabolizzato il distacco. Allora oggi, a dieci settimane di distanza dal sorprendente ritorno, mi ritrovo a tracciare un piccolo bilancio di quello che ho visto. Cosa mi è piaciuto, cosa no. E rispondere, alla fine, alla domanda che tutti ci siamo fatti: era davvero il caso di tornare?
Lo faccio oggi, da appassionato che avrebbe voluto un allenatore così, riservando ogni valutazione più approfondita alle recensioni settimanali che ha curato con tanto amore la nostra Serena Verrecchia. Con una consapevolezza: viste le premesse e l’enorme carico di aspettative che una serie del genere porta con sé, è pressoché inevitabile non essere soddisfatti fino in fondo. Non se si ha a che fare con una serie che nelle prime tre stagioni aveva mantenuto standard altissimi per gran parte del tempo, chiamata ora a ricostruirsi su vecchi presupposti e nuove dinamiche. Nuovi personaggi, persino un nuovo “calcio”.
Quella premessa, purtroppo, non mi ha mai abbandonato in queste ultime dieci settimane.
Pur essendo stato coinvolto dalla nuova esperienza di Ted nel calcio femminile e aver apprezzato le buone caratterizzazioni e i buoni percorsi di sviluppo affrontati da parte dei nuovi personaggi – vero, Alice? – è sempre rimasta presente l’idea che le prime tre stagioni avessero qualcosa in più. Più compattezza all’interno di un racconto più urgente e armonicamente corale. Un entusiasmo contagioso che aveva coinvolto me e milioni di fan, presto diventati accesi ultrà del Richmond.
Ma è anche una questione di tempo: abbiamo avuto tre stagioni per affezionarci a un gruppo di personaggi straordinari, mentre ai nuovi arrivati abbiamo chiesto di conquistarci in poche settimane. È un confronto impari che non ha sempre giocato a favore della quarta stagione.
Nonostante ciò, i sentimenti si accavallano sempre. E alla fine è successo ancora: seppure la componente calcistica abbia perso ulteriore centralità a favore di trame e sottotrame piuttosto convincenti, tuttavia non sempre solide e poggiate talvolta su soluzioni piuttosto semplicistiche e scontate, la quarta stagione di Ted Lasso mi ha comunque permesso di sentirmi a casa. Un’altra casa, ma pur sempre casa. Anche se l’host Ted si è spesso spostato in secondo piano, quasi avesse esaurito il suo percorso nelle prime tre stagioni e fosse ancora lì per sostenere quello degli altri.
In un certo senso è un limite, in un altro è un punto di forza enorme. Ora, infatti, può dedicarsi a ciò che gli riesce meglio: aiutare gli altri a trovare la propria strada. Anche quando quella strada non passa più necessariamente da lui.
A fine stagione decide addirittura di passare al ruolo di vice, e sarebbe interessante esplorare meglio la questione in un eventuale ciclo futuro di puntate.
Non posso negare, quindi, che questa quarta stagione, a tratti sfilacciata e non sempre convincente, non sia stata all’altezza delle altre sul piano della scrittura. Ma c’è sempre un ma che mi riporta a Richmond con un entusiasmo rinnovato.

Lo dico ora, reduce da due episodi fantastici: la morte di Mae, gratuita e fine a sé secondo parte del fandom, ha celebrato un personaggio secondario memorabile con un’intensità rara, permettendoci allo stesso tempo di salutare indirettamente – e poi direttamente, a fine puntata – l’indimenticato Anthony Head; il finale, invece, è una chiusura emotiva che commuove e consente di chiudere un occhio sulle evidenti forzature con cui si è arrivati a certe soluzioni (la battaglia societaria tra Rebecca e Zelda, per dirne una).
E alla fine dei conti, il punto è questo e nient’altro: Ted Lasso punta sempre al cuore, al di là del sentiero che attraversa. E in questa quarta stagione è riuscita pienamente nell’intento. Perde più di qualcosa se ci si sofferma sui dettagli della scrittura, sui problemi narrativi e sull’accumulo eccessivo di sottotrame che talvolta non sono andate da nessuna parte, ma ho finito comunque per sentirmi a casa.
Sì, a casa. Una casa in cui ricordarmi quanto un individuo possa essere grande se abbracciato da una solida comunità. Mi ricorda quanto la disillusione non debba privarci del sogno, se non si smette mai di crederci. Come lo sport possa essere il pretesto ideale per parlare di altre tremila cose: “Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”, direbbe uno dei massimi esperti della materia.
Soprattutto, cosa possa significare essere famiglia. Al di là della propria famiglia. Ovunque si possa trovare nel mondo, anche a migliaia di chilometri di distanza dal proprio nido.
Suona retorico? Sterile? Banale se non addirittura stucchevole? Sì, certo che sì. Certo: sembra talvolta di finire dentro il set di uno spot per certi prodotti destinati alla prima colazione.
Poi, però, Ted Lasso trasmette tutto ciò e diventa sempre qualcosa di speciale. Di intenso, di viscerale. Di autentico, in pratica.
Ecco, autentico: la quarta stagione di Ted Lasso sembrava fin troppo forzata nelle premesse, ma ha finito per convincermi ancora una volta col cuore in mano. Scindendo il critico dall’appassionato, ed è tutto ciò che conta.
Quindi sì, l’avete ormai capito: questa stagione non era davvero necessaria, ma ne ho comunque sentito il bisogno dall’inizio alla fine.
Quanto al futuro, chissà: mi stupirei non poco qualora non dovesse arrivare il rinnovo per la quinta stagione, ma in caso contrario andrebbe comunque bene così. Se poi dovessimo avere un nuovo ciclo di episodi, ricchi di possibilità da esplorare dopo aver visto un finale volutamente ambiguo, andrà bene lo stesso. Forse andrà pure meglio.
Ora che l’abbiamo ritrovato, sarà ancora più difficile lasciarlo andare.
Antonio Casu







