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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →A quanto pare, non si farà lo spin-off americano di Squid Game.
La cautela è d’obbligo, visto che la notizia riportata in esclusiva da The Playlist nei giorni scorsi non ha trovato finora conferme ufficiali da parte dei diretti interessati. Non da David Fincher, l’uomo che avrebbe dovuto curare il progetto, né tantomeno dalla stessa Netflix.
La notizia, comunque, c’è. E in attesa di poter mettere un punto sulla vicenda, è interessante fermarsi per un attimo e riflettere su cosa avrebbe rappresentato questa espansione del franchise Squid Game.
D’altronde, non stavamo parlando soltanto di una suggestione rimasta sulla carta. Stando a quanto riportato da The Playlist, il progetto circolava ormai da un paio d’anni e avrebbe avuto persino un titolo di lavorazione, Heckler, con Dennis Kelly coinvolto nella scrittura. Si era parlato anche di una possibile produzione tra la fine del 2025 e il 2026, senza che Netflix arrivasse mai all’annuncio ufficiale. Insomma, qualcosa si era mosso davvero: non sappiamo quanto Squid Game fosse vicino a finire concretamente nelle mani di Fincher, ma abbastanza da rendere oggi il suo apparente accantonamento qualcosa di più della morte di una semplice indiscrezione.
Lo dico perché ci avevo creduto davvero, in questa idea. E non perché sia granché entusiasta di un’epoca televisiva sempre più tempestata di spin-off di vario tipo, spesso e volentieri insoddisfacenti. Non lo sono, non lo sono affatto: sono uno rifugge la nostalgia e teme che possa tarpare le ali alla creatività, quindi figuratevi.
Questo, però, sembrava essere un progetto nato con premesse straordinarie: David Fincher, d’altronde, è un artista che ha il curriculum che ha.
Al di là di alcuni fisiologici passaggi a vuoto, parliamo di una firma eccezionale che avrebbe garantito un’autorialità suggestiva a una serie che aveva espresso solo in parte le sue enormi potenzialità nella versione originale coreana.
Una versione, quella coreana, che aveva sì abbinato bene l’introspezione e l’analisi socioculturale all’intrattenimento più immediato da binge watching, ma con margini di crescita che sono stati valorizzati solo in parte tra la seconda e la terza stagione, meno forzate del previsto ma comunque incapaci di raggiungere le vette della prima.
Mi incuriosiva l’idea di mettere in mano una serie come Squid Game a uno come David Fincher, fin troppo.
È l’autore di film del calibro di Fight Club e Seven, nonché la firma ideale per ritrarre persone schiacciate, deformate e ossessionate dai sistemi nei quali vivono. Un po’ come fa Squid Game mentre ritrae il contesto sudcoreano con caustica lucidità: si affrontano ampiamente i temi della disuguaglianza economica, dell’indebitamento, della competizione, dell’alienazione, della trasformazione delle persone in merce e della spettacolarizzazione della violenza, trovando in una realtà locale una chiave per affrontare argomenti dalla portata universale.
Avrei assistito con grande interesse a una trasposizione negli Stati Uniti di oggi: tra i debiti sanitari o i prestiti degli anni del college, Fincher avrebbe potuto parlare di precarietà, gig economy, senzatetto, veterani, crisi abitativa, disuguaglianza razziale ed economica, culto della ricchezza e mito del self-made man.
Avrebbe potuto farlo, sì. E avrebbe potuto farlo con la maestria abituale, senza trasformare lo spin-off di Squid Game in un’operazione commerciale senza anima.
I soliti giochi, oppure altri. La violenza e i colpi di scena, l’azione e l’immediatezza sarebbero stati sì importanti per riprodurre la formula di un successo mondiale come questo, ma sarebbero stati contorno, sfondo: porte d’accesso a una storia molto più complessa, in sostanza.
Purtroppo, però, sembra che il progetto sia saltato. E con esso, almeno per ora, l’idea di vedere David Fincher alle prese con Squid Game.

Un vero peccato, anche perché intorno al progetto si erano accumulate suggestioni notevoli: ricordiamo tutti il cameo di Cate Blanchett nel finale della serie madre, nei panni di una recruiter operativa a Los Angeles. Una scena sorprendente, anche perché parliamo del cameo di una delle migliori attrici in circolazione. Non sappiamo se avrebbe fatto parte della nuova Squid Game, ma aveva mostrato una certa disponibilità al riguardo.
Resta, in ogni caso, una scena che ha chiuso perfettamente il cerchio della Squid Game coreana e che avrebbe permesso di offrire una nuova dimensione narrativa a un personaggio suggestivo come quello del Front Man, protagonista assoluto del finale.
Avevamo parlato anche di questo, in un articolo di qualche tempo fa. Ed è chiaro che il legame che unisce Blanchett a Fincher, già insieme sul set de Il curioso caso di Benjamin Button, avesse fatto pensare chiaramente a un epilogo che fosse, allo stesso tempo, un possibile prologo dello spin-off americano.
I diretti interessati hanno sempre negato questo collegamento, ma in ogni caso sarebbe stato il ponte ideale per portare avanti questa saga in un nuovo contesto con nuovi personaggi.
Sì, allora, lo ripeto ancora: ci avevo proprio creduto, in una nuova Squid Game.
Bella come prima, più di prima.
Magari con Fincher, Blanchett e Dennis Kelly. Il suo è un nome che potrebbe non dire niente ai più, ma sto parlando dell’autore di una gemma televisiva eccezionale come Utopia UK. Sarebbe stato coinvolto nella scrittura di Heckler, e rappresenta l’ennesimo rimpianto per qualcosa che avrei voluto vedere e non vedrò mai.
Posso allora consolarmi con l’idea che questo progetto, seppure sembra essersi arenato, non dovrebbe rappresentare la fine dell’universo Squid Game. Si parla da tempo della volontà di Netflix di diversificare il franchise con l’espansione dislocata in varie aree del mondo, un po’ come aveva cercato di fare Prime Video con Citadel (anche se i risultati sono stati a dir poco mediocri). Ma non era questo a intrigarmi davvero: era la firma di David Fincher, attualmente impegnato nello sviluppo del progetto dedicato a Cliff Booth, a incuriosirmi davvero.
Mi intrigava l’idea di scommettere su una forte autorialità, su una firma peculiare.
Dimostrare, ancora una volta, che gli spin-off imperanti nel mercato televisivo contemporaneo non rappresentino di per sé un male del nostro tempo, affatto. Una storia può sempre scadere nella banalità e nelle solite logiche algoritmiche, se finisce nelle mani sbagliate. Ma può anche trovare una forma nuova, se affidata all’autore giusto.
Questa è una fine, stando a quanto riportato da The Playlist. Ma non è una vera fine: resta nella mia mente l’idea che Squid Game possa essere ancora più della pur ottima serie che è stata. Che possa ancora essere grande, e che possa rappresentare uno spaccato spietato e disilluso della società in cui viviamo oggi.
Resta, quindi, una nota di speranza: se davvero non dovessero essere autori del calibro di David Fincher o Dennis Kelly a portare avanti il progetto, con o senza star come Cate Blanchett, avanti il prossimo. Perché no, pure in Italia: tra precarietà, immobilità sociale, lavoro nero, stipendi stagnanti e un ascensore sociale sempre più inceppato, non mancherebbe certo il materiale per regalarci una serie memorabile.
Antonio Casu





