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Kat, storia di una pattinatrice di cristallo

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Avete presente i lustrini, i costumi colorati e i lucenti sorrisi da podio? Bene, lasciateli nel magico mondo del pattinaggio che per anni i film di Disney Channel ci hanno svenduto, perché quella raccontata da Spinning Out (inserito da TvTime nella classifica delle serie più seguite) è decisamente tutta un’altra storia. Più tagliente delle lame dei pattini dei suoi personaggi. E, spesso, così dolorosa da portare lo spettatore a un esercizio di empatia involontario che lo coinvolge al punto da farlo sentire quasi parte dell’altalena emotiva della protagonista, la ventunenne Katarina Baker.

Quella di Kat potrebbe sembrare la parabola di uno sportivo qualunque: promettente stella del pattinaggio artistico, cresciuta a pane e triplo axel, ha tutte le carte in regola per approdare alle Olimpiadi fino a quando quel futuro per cui fin da bambina aveva lavorato duro, sacrificando infanzia, amici e tempo libero, le sfugge via di mano per una brutta caduta che le procura un grave trauma cranico. E una paura che le si impiglierà addosso quasi fino a soffocarla. Quella pista che, per una vita, era stata la sua coperta di Linus, si trasforma nel promemoria di un dolore difficile da rimarginare, e tutte quelle figure che per anni ha ripetuto a occhi chiusi come una filastrocca diventano un mostro quasi impossibile da affrontare. 

In Spinning Out la giovane pattinatrice cammina da sola su un sentiero strettissimo e scomodo. Chi la circonda non riesce ad aiutarla, chi prova ad amarla non riesce mai a farlo abbastanza, chi si avvicina a lei non arriva mai a conoscerne tutte le sfaccettature. 

Sì, perché Kat nasconde un segreto che non è riuscita a rivelare neppure alla sua migliore amica: lontano dal ghiaccio e dal raso degli svolazzanti gonnellini pastello, fa i conti con la bipolarità e con una madre che, da quel disturbo, si lascia fagocitare fino a perdere completamente il senso di se stessa. Una madre a cui, ogni giorno, teme di assomigliare sempre di più e che, tra una crisi e l’altra, le vomita addosso la frustrazione di aver dovuto mettere un punto alla sua carriera agonistica per badare a lei. Neppure la sorella Serena riesce a fare da cuscinetto alla straziante lotta tra le due, pedina involontaria di un gioco al massacro che non ha scelto di vivere, accecata dall’egoismo dell’adolescenza e dal demone della competitività, che ti fa sentire onnipotente e ti spinge a pensare che tutti siano invidiosi dei tuoi traguardi. Persino la persona che ucciderebbe pur di vederti felice.

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In questa spirale da cui sembra riemergere a fatica per poi realizzare di non essere mai riuscita a liberarsene davvero, che la imprigiona fino a farle seriamente pensare di abbandonare tutto, la protagonista si appiglia a una luce. Fioca e imprevista, arriva la possibilità di continuare a volteggiare sul ghiaccio e dissolvere tutte quelle ombre. Un’opportunità che ha i nomi, i volti, le mani tese di Justin e Dasha, che fanno di tutto pur di ingaggiarla nella loro squadra. Sfiduciata, sospettosa, impenetrabile, Kat riacciuffa quei pattini sepolti dalla coltre di neve che scende silenziosa sulla città e si lancia in quella che, di lì a poco, diventa la grande occasione per ricominciare. E per riconciliarsi con quella parte di sé che, per proteggersi, aveva provato in ogni modo a cancellare.

Quella che sembrava essere un’avventura passeggera, o il surrogato perfetto per quel che era stato e non poteva più essere, inizia a prendere le sembianze dell’unico universo in cui Kat sente davvero di poter abitare. L’allenatrice la spinge a superare i suoi limiti senza mai farle pesare il fallimento e quel ragazzo, che ha sempre visto come superficiale ed egocentrico ma che, alla fine, è spezzato e imperfetto tanto quanto lei, la aiuta a capire che imparare a fidarsi di qualcuno può aiutare a sanare anche le ferite più profonde. Ed ecco che la figura che le aveva quasi tolto la vita diventa soltanto una parte del programma, il compagno di volteggi la persona con cui costruire qualcosa che va oltre le luci accecanti del palaghiaccio e la sofferenza il carburante per rimettere insieme i pezzi e ritornare sul gradino più alto del podio.

È in questo preciso frangente, quando tutti gli ingranaggi sembrano riprendere il loro ritmo, che Kat sente di poter ricominciare davvero.

Sente di meritare una seconda possibilità che la anestetizzi dal dolore di quei morsi che si infligge, di una madre che non è mai riuscita a guardarla con gli occhi dell’amore, di quella parte di sé che, quando tutto diventa più complicato, la svuota fino a farla smarrire. Si riappropria del contatto col proprio corpo, ha la sicurezza di avere accanto una persona capace di amarne anche la versione più scomoda, qualcuno che non le fa pesare la caduta o la debolezza, ma che la aiuta a vedere l’errore solo come un’occasione per ripartire. Insomma, qualcuno che è riuscito a capire come amarla nel suo essere complicata e incomprensibile, e a lei basta questo. 

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Ma il lieto fine non è mai eterno o, perlomeno, per diventarlo richiede fatica. Parecchia fatica. Il desiderio di puntare sempre più in alto, senza accontentarsi dei piccoli passi, diventa un’arma a doppio taglio. Un turbine che Kat non riesce più a gestire. Il sogno della vittoria le fa perdere il controllo, nei suoi pensieri non c’è altro che questo, e gestire quel disturbo così scomodo perde importanza nel disperato tentativo di non abbandonarsi nuovamente alla sconfitta. Quella parte di sé che mai avrebbe voluto scoprire prende il sopravvento, facendole toccare nuovamente una solitudine di cui credeva di essersi sbarazzata.

Più che nell’evoluzione, è nel finale che Spinning Out imprime una lezione che rimane difficile dimenticare. Quando tutto sembra irrecuperabile e il destino irremovibile, Kat ritrova tutti quei punti felici che credeva di aver perso per sempre. Jenn, che dimentica il suo dolore per alleviare quello dell’amica. Dasha, che non ha mai davvero smesso di credere in lei. Justin, che al di là delle menzogne e delle delusioni, mantiene la sua promessa e non la lascia cadere. 

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Attraverso il personaggio di una ragazza distrutta ma resiliente, abbattuta dalle circostanze ma mai sconfitta davvero, il disturbo mentale arriva sul piccolo schermo in tutta la sua verità e crudezza. Non ci sono pregiudizi né tentativi di edulcorarne gli effetti per quanto si può, soltanto la lotta di chi, ogni giorno, prova a normalizzarlo e a conviverci. Aggrappandosi alle persone e ai buoni propositi, ma anche accettando che i giorni no non possono essere cancellati, i fallimenti evitati, i sogni distrutti dimenticati.

Sconfessando tutti i pregiudizi di chi pensava potesse rimanerle appiccicata Effy Stonem, il personaggio dell’iconica serie Skins che l’ha resa famosa, Kaya Scodelario ha regalato al pubblico di Spinning Out un’interpretazione straordinaria, vestendo i panni e interiorizzando le emozioni di una ragazza che sa essere di cristallo e di acciaio, che si accartoccia sul suo sconforto e che sa risorgere dalle ceneri come una fenice. Come una persona normale, che non è una supereroina né vuole esserlo. E che ogni giorno prova, a suo modo, a scrivere la sua storia. Contro i tiri mancini del destino e nonostante tutto.

Leggi anche: Spinning Out, la recensione della prima stagione

Written by Camilla Curcio

Chi mi conosce mi definisce un curioso ibrido tra Rory Gilmore, Rachel Berry e Meredith Grey. E, forse, non ha tutti i torti. Mi divido (a fatica) tra le pagine disordinate di taccuini pieni di parole, scaffali traboccanti di libri e l'infinito susseguirsi degli episodi delle mie serie tv preferite. Tre delle cose di cui sono più gelosa ma di cui potrei parlare fino a perdere la voce.

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