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L’eleganza senza tempo di Six Feet Under

Six Feet Under
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Sei piedi sottoterra, all’incirca 2 metri e mezzo, è la profondità a cui si interra una bara negli Stati Uniti ed è anche il titolo della serie capolavoro di HBO, considerata tra le migliori serie di tutti i tempi. Le 57 vittorie e le oltre 162 nomination a premi come Golden Globes, Emmy Awards e Screen Actors Guild Awards sono la testimonianze che Six Feet Under ha tutte le qualità per azzerare le distanze tra cinema e televisione.

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Indubbiamente, la morte nella cultura anglosassone è vissuta diversamente rispetto a come è vissuta dalla cultura cattolica: è un minore tabù. Il rituale che accompagna ogni funerale è di difficile comprensione per noi italiani: a un funerale si mangia, c’è convivialità, il morto viene esposto per essere “salutato”. Anche la tradizione legata al corpo del defunto è totalmente diversa; addirittura esiste la figura professionale del “truccatore dei morti”, un vero e proprio “make up artist” – che nel telefilm è rappresentato dal collaboratore ispanico della famiglia, Federico – che non solo imbalsama i corpi ma è colui il quale ha anche il compito di ricostruirli qualora non siano propriamente integri vuoi per un incidente, vuoi per altri motivi che non sono belli da raccontare.

Finale SFU

La serie ha come protagonista la famiglia Fisher, titolare della ditta Fisher&Sons che si occupa di onoranze funebri: quindi funerali, tragedie, corpi imbalsamati e veglie. Il padre Nathaniel muore improvvisamente schiacciato da un autobus e da questo tragico avvenimento che funge da vaso di Pandora, si innescano una serie di reazioni e di accadimenti all’interno dei componenti della famiglia che rivelano: segreti, bugie, questioni irrisolte, emozioni celate.

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“Everything. Everyone. Everywhere. Ends”

“Tutto, tutti, ovunque, finisce” Titolo e frase simbolo non sembrerebbero essere le premesse per una serie piacevole; eppure, Six Feet Under è una serie straordinaria che nonostante sia incentrata sulla morte e su una famiglia titolare di un’azienda di Pompe Funebri (uno dei fratelli sarà Dexter!!) è un inno alla vita di cui la morte necessariamente fa parte.

Six Feet Under affronta con lucido realismo il legame indissolubile tra la vita e la morte; un capolavoro che, a distanza di venti anni dal lontano 3 giugno 2001, regala un’esperienza da vivere o rivivere.

Attori con capacità interpretative straordinarie, personaggi caratterizzati in maniera grandiosa e precisa, situazioni ai limiti del grottesco, intrise di humor nero, danno come risultato un affresco ironico e al contempo drammatico, ma sempre attuale, su uno dei temi più discussi e misteriosi sin dalla notte dei tempi

Ma Six feet Under non è solo questo: è analisi della fragilità dell’esistenza, dell’ineluttabilità del nostro destino; analizza la complessità dei rapporti umani, familiari, il dolore di un aborto, affronta il tema dell’omosessualità e del difficile percorso dell’accettazione della propria diversità o meglio unicità.

Nella serie si dipinge una umanità varia lontana da quella solitamente rappresentata in tv precedentemente”: amanti, madri e figlie e il loro complicato processo di riavvicinamento, fratelli che imparano a volersi bene e molte figure ai margini della società: becchini, prostitute, imbalsamatori, soggetti borderline.

Il capitale umano è vasto e variegato ma il tono della narrazione è sempre remissivo, mai invasivo; le storie dei protagonisti sono raccontate sempre con delicatezza, con gentilezza e in maniera non irruenta; con intensa poesia. Disincantato cinismo e lucido sarcasmo sono gli strumenti con cui Six Feet Under usa la morte “vera” per parlare della vita “vera”, senza tralasciare cinematografica attenzione per i dettagli e autentica ispirazione d’autore (per capirlo basta già solo la sigla, da brividi!).

Nella scrittura ciò che prevale è la vita con la sua bellezza imperfetta, con le sue contraddizioni e la sua intensità e basta questo per entrare nel cuore dei telespettatori; non sono necessari coupe de theatre per emozionare: basta l’accondiscendente racconto della vita di una famiglia come tante.

In un mondo che corre, in cui si cerca di dominare la natura, in cui ci si cambia i connotati e si vuole andare in vacanza su Marte, Six Feet Under è un memento importante che ogni generazione dovrebbe guardare e da cui dovrebbe lasciarsi avviluppare.

Nell’articolo Coming Out of the Coffin: Life-Self and Death-Self in Six Feet Under (Shoshana – Teman, 2006, p. 559), che propone una lettura della serie televisiva, viene esposto un concetto centrale della sociologia della morte: la “sepoltura” della morte stessa, in quanto la morte mina la logica della modernità che celebra il controllo, il progresso e la guarigione ed è per questo che vita e morte sono sempre viste in maniera contrapposta sebbene invece facciano parte dello stesso percorso.

Fin dalle origini del mondo, l’uomo si è interrogato sull’Aldilà; dagli Epicurei e il loro motto “quando c’è la morte non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è la morte” alla religione Cristiana che ha creato i concetti di “Paradiso” e “Inferno”, passando per gli antichi Egizi secondo cui Osiride pesava il cuore del defunto, che doveva essere leggero come una piuma. Se il cuore era davvero leggero, cioè l’uomo non aveva compiuto cattive azioni, il defunto poteva iniziare il suo viaggio verso l’Aldilà. È quindi la morte un tema stradiscusso ma Six Feet Under in realtà non si interroga sulla morte in sé, l’accetta semplicemente come il momento finale del lungo viaggio tra gioie e dolori che è la vita e come dice Nate Fisher, tra i personaggi meglio scritti delle serie tv: ““La vita è una sola, non esiste dio, regole, giudizi morali, tranne quelli che accetti e che crei per te stesso. E quando è finita, è finita. Un sonno senza sogni in eterno.”

Qualcuno diceva “restiamo umani” e i personaggi di questa serie lo sono terribilmente ed elegantemente.

Non so voi ma a me è venuta una immensa voglia di rivedere le atmosfere “autunno soft” di una serie legata indissolubilmente ai percorsi di crescita interiore dei suoi estimatori. E di trarre ispirazione dalla evoluzione dei suoi protagonisti che, nonostante le difficoltà, riescono a fare pace con la propria natura.

Scritto da Valeria Maria Pane

Nemica del doppiaggio.
Paladina dei personaggi che non si fila nessuno.
Avrei voluto essere Serena van der Woodsen ma mi sento più la Tata.

E voi: "Cosa ne pensate della qualità?"

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