Il nome della rosa (2019)

Il Nome della Rosa? Wow. Una serie tv Rai basata sul celebre romanzo di Umberto Eco, dopo lo straordinario successo del film realizzato negli anni Ottanta? Wow, wow. E il cast? Mamma mia. Il protagonista è John Turturro, un attorone vero, messosi al servizio di una produzione ambiziosa come non mai. Tra gli altri, si cita inoltre Michael Emerson, l’iconico Ben Linus di Lost. Quindi, riassumendo: la Rai, alla ricerca di un progetto di portata internazionale che sfugga alle logiche delle “solite fiction”, si mette in gioco con un’opera che aveva tutti gli elementi per funzionare alla grande. E il risultato non è catastrofico rispetto a certi standard della serialità italiana, a dirla tutta.
Tra le aspettative e la realtà, tuttavia, c’è un solco profondissimo. La serie tv non cattura in alcun modo lo spirito dell’opera di Umberto Eco: non ne intercetta mai le peculiarità narrative, linguistiche ed espressive, appiattendo temi e guizzi all’interno di una fiction come troppe altre se ne sono viste nel corso degli ultimi vent’anni.
Turturro fa il possibile per portare a casa un’interpretazione degna del suo nome, ma non basta per elevare l’opera nel suo complesso.
Insufficiente, rispetto alle premesse. E ancora di più se messa a confronto con un caposaldo della letteratura italiana novecentesca. Il Nome della Rosa cerca di piacere a tutti e di accontentare i gusti del pubblico generalista con un’eccessiva semplificazione delle trame e degli sviluppi a esse connessi, finendo per non piacere a nessuno (o quasi).
Lo ammetto: ci avevo creduto. Pensavo che le presenze di Turturro ed Emerson fossero due garanzie sufficienti, ma così non è stato. Resta la storia di un notevole successo commerciale (è una delle serie tv italiane più vendute all’estero di sempre) e l’idea che un’opera del genere avrebbe necessitato di un approccio più coraggioso e al passo coi tempi.
- Aspettative: 8/10.
- Realtà: 5.5/10.





