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7 film contemporanei in bianco e nero

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1922, anno di uscita di The Toll of the Sea: fu il primo film a colori ad essere proiettato nelle sale. Da quel momento cambiò tutto, una vera rivoluzione segnò il mondo del cinema. Il bianco e nero venne accantonato per dare spazio a un caleidoscopio di immagini in movimento. Ma, diciamoci la verità, quanto erano affascinanti quei film dalle tonalità grigiastre?

Non per forza l’uso del bianco e nero è sinonimo di vecchio, di antico. L’uso della pellicola bicolore è anche una scelta stilistica, è una scelta di significato, funzionale al messaggio che si vuole trasmettere. Lo sanno bene questi registi, che hanno deciso di servirsene per raccontare una storia. Ecco, per voi, 7 film contemporanei in bianco e nero.


1. Roma

Credits: Espectáculos Fílmicos, El Coyúl, Pimienta Films, Esperanto Filmoj, Participant Media

Roma è un’opera profondamente personale, quasi intima, con cui Alfonso Cuarón torna con la memoria alla propria infanzia nella Città del Messico degli anni ’70. La storia segue Cleo, una giovane domestica indigena che lavora per una famiglia borghese nel quartiere Roma. Attraverso il suo sguardo silenzioso, assistiamo alla vita della famiglia: le tensioni tra i genitori, l’assenza crescente del padre, il tentativo della madre di mantenere un equilibrio. Parallelamente, anche Cleo vive la propria vicenda personale, segnata da una relazione difficile e da eventi dolorosi che la mettono a dura prova. Il film intreccia queste due dimensioni senza mai forzare la narrazione, ma lasciando che siano i gesti, gli sguardi e le situazioni a parlare.

Ciò che colpisce è proprio il modo in cui la trama si sviluppa: non ci sono veri picchi drammatici costruiti in modo tradizionale, ma una successione di episodi che, messi insieme, formano un ritratto complesso e profondamente umano. La scelta di fare un film in bianco e nero è uno degli elementi più significativi. Non è solo una questione estetica, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti. Il bianco e nero contribuisce a creare un senso di memoria, come se tutto fosse filtrato attraverso il ricordo. Allo stesso tempo, elimina ogni distrazione cromatica. Di certo non è un’opera pensata per intrattenere nel senso più immediato del termine. Richiede attenzione, pazienza e disponibilità a lasciarsi coinvolgere da un ritmo diverso, più vicino alla vita reale che alla narrazione cinematografica tradizionale.

2. The artist

Credits: La Petite Reine, Studio 37, La Classe Américaine, JD Prod, France 3 Cinéma, Jouror Production, U Films

The Artist è un caso piuttosto raro nel cinema contemporaneo: un film moderno che sceglie di tornare alle origini del linguaggio cinematografico, omaggiando il periodo del muto. Diretta da Michel Hazanavicius, la storia è ambientata nella Hollywood tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30. Il protagonista è George Valentin, una star affermata del muto, che vede la propria carriera entrare in crisi con l’arrivo del sonoro. Parallelamente seguiamo l’ascesa di Peppy Miller, giovane attrice emergente, che invece abbraccia il cambiamento e diventa rapidamente una celebrità. Le loro traiettorie si incrociano e si allontanano, dando vita a un racconto che è allo stesso tempo una storia d’amore e una riflessione sul cambiamento e sull’identità. La trama, pur essendo piuttosto lineare, funziona proprio grazie alla sua semplicità. Il film si concentra sulle emozioni e sulle trasformazioni interiori dei personaggi, evitando complicazioni narrative.

La scelta di realizzare un film in bianco e nero, in questo caso, è ancora più significativa che in altri film contemporanei. Non si tratta solo di evocare il passato, ma di ricreare un’intera grammatica cinematografica. The Artist è quasi completamente muto, con l’uso di intertitoli e una colonna sonora che guida lo spettatore, proprio come accadeva nei film dell’epoca. Dal punto di vista critico, il film è stato accolto con grande entusiasmo, anche per il coraggio della sua operazione. In definitiva, The Artist è molto più di un esercizio di stile: è una riflessione sul cambiamento, sulla paura di essere superati e sulla capacità di reinventarsi. Il bianco e nero e il silenzio non sono semplici scelte estetiche, ma strumenti narrativi che danno senso all’intera opera, trasformandola in un ponte tra passato e presente del cinema.

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