ATTENZIONE! La recensione contiene SPOILERS del decimo episodio della serie tv The Testaments.
“A man of Gilead was slain by a woman”
Con “Secateurs”, episodio conclusivo della prima stagione di The Testaments, Disney+ chiude un primo ciclo narrativo che aveva un compito complicatissimo. Raccogliere l’eredità emotiva e politica di The Handmaid’s Tale senza trasformarsi in una semplice operazione nostalgica. E la cosa sorprendente è che il finale riesce proprio dove molti spin-off falliscono. Smette di inseguire il passato e trova finalmente una propria identità.
Per gran parte della stagione, The Testaments ha vissuto in una specie di equilibrio precario. Da una parte il peso enorme dell’universo creato da Margaret Atwood, dall’altra la necessità di raccontare qualcosa di diverso. Perché questa non è più la storia di donne adulte che cercano disperatamente di sopravvivere a Gilead. È la storia di ragazze cresciute dentro il sistema, educate da esso, modellate dalla sua propaganda. Con “Secateurs”, decimo episodio e finale della prima stagione di The Testaments, il mondo di Gilead torna a fare ciò che gli riesce meglio: spezzare le persone proprio nel momento in cui iniziano a credere di poter essere libere.
Ma il punto più interessante di questo finale non è tanto la tragedia, quanto il modo in cui The Testaments sceglie di trasformare il dolore in coscienza politica.
L’episodio arriva dopo il devastante nono capitolo e raccoglie le conseguenze dell’omicidio commesso da Becka, ormai intrappolata dentro una macchina sociale che non contempla la redenzione femminile. La regia evita il melodramma e costruisce invece un’atmosfera quasi soffocante, dove ogni dialogo sembra nascondere una velata minaccia. È qui che The Testaments trova finalmente una voce autonoma rispetto a The Handmaid’s Tale. Meno rabbiosa, meno esplosiva, ma molto più interessata alla formazione ideologica delle nuove generazioni.
Allontanata da tutto e tutti, il destino di Becka è ormai nelle mani del Comandante Judd. Neppure l’intervento della zia Lydia sembra smuoverlo dalla decisione di renderla una Ancella. Becka deve diventare l’esempio, la vittima sacrificale di Gielad per dimostrare che la forza del paese è ancora salda. Non importa cosa abbia fatto Grove o che fosse a pochi passi dal patibolo. E’ stato ucciso da una donna e tanto basta.

Vittima o carnefice?
Difficile dove inizi l’uno e finisca l’altro. Difficile anche solo concepire che quello che è avvenuto appena la notte prima corrisponda alla realtà per Agnes. Costretta a denunciare la ragazza, Agnes dice addio a Becka e alla propria morale. Il report del coroner è il coro greco che preannuncia la catarsi della tragedia, un sanguinoso patricidio avvenuto per vendetta e amore. Becka non si è limitata, infatti, a pugnalare il padre una sola volta. Lo ha massacrato, pugnalandolo più volte e con violenza. A scuola, Zia Vidala annuncia che la ragazza è stata allontana scatenando il chiacchiericcio generale.
Tormentata dai sensi di colpa, Agnes scappa via trovando rifugio tra le braccia di Garth. Ma anche il conforto non è contemplato nel mondo di Gilead. Ecco infatti Zia Estee mettere subito in riga i due ragazzi, urlando ad Agnes di piantarla, di comportarsi in maniera pacata e femminile, come ci si aspetta da tutte loro. Se c’è un elemento che più di tutti ho trovato intollerabile in questa prima stagione di The Testaments, è proprio l’accondiscendenza passiva delle Zie. Sono loro le vere carnefici del sistema. Muovono i fili che qualcun’altro ha intessuto, stabilendo chi vince e chi perde sulla base di un matrimonio ben combinato. Se in Bridgerton i piani di Violet Brigerton (è in arrivo lo spin-off) e Lady Agatha scaldano il cuore, le manovre delle Zie fanno accapponare la pelle.
“I prayed she might have someone to defend her”
Tornare alla vita di prima non è possibile. Quando il comandante Weston torna a trovarla, Agnes prova ancora una volta a intervenire per Becka. Gli chiede di aiutarla, di impedirle di essere sacrificata dal sistema, ma inizialmente lui reagisce con freddo distacco, minimizzando la situazione come se fosse soltanto un altro incidente inevitabile. A quel punto Agnes decide di esporsi completamente rivelandogli di essere stata una delle vittime degli abusi di Grove. Weston comprende finalmente la gravità della vicenda e promette di fare il possibile per evitare che Becka venga distrutta dal processo.
Il suo intervento produce almeno un risultato immediato. Becka ottiene una liberazione temporanea e può lasciare la detenzione per tornare a casa. Ma la libertà concessa è solo apparente. Resterà costantemente sorvegliata e nei giorni successivi dovrà affrontare un nuovo interrogatorio prima dell’inizio del processo che deciderà il suo destino.
Agnes non possiede la lucidità politica di June Osborne.
Non ha nemmeno la sua rabbia. È una ragazza cresciuta nella paura, nel controllo, nella convinzione che obbedire significhi sopravvivere. Quando emergono le verità sulla sua famiglia e sulla figura di June, il trauma non viene trattato come una liberazione immediata, ma come un collasso identitario. Agnes non reagisce da eroina predestinata: reagisce come una ragazza cresciuta dentro una teocrazia che le ha insegnato a diffidare perfino dell’idea di madre.

Parallelamente, Aunt Lydia organizza un piano per salvare Becka: sarà sua madre a prendersi la colpa dell’omicidio, sacrificandosi per permettere alla figlia di sopravvivere dentro Gilead. Ann Dowd continua a fare qualcosa di incredibile con questo personaggio. Ormai Lydia è molto più di una semplice antagonista. È il simbolo vivente delle contraddizioni di Gilead. E la serie è abbastanza intelligente da non cercare scorciatoie morali. Non prova a redimerla completamente, ma nemmeno a ridurla a mostro monodimensionale. In “Secateurs”, Lydia appare stanca, corrosa dal sistema che ha contribuito a costruire. Ogni sua scena trasmette la sensazione di una donna che sta lentamente capendo di aver dedicato la propria vita a un’ideologia impossibile da controllare.
Il destino di Becka lascia addosso una delle sensazioni più amare dell’intera stagione. Perché il personaggio incarna perfettamente l’impossibilità della purezza morale dentro un sistema totalitario. Ogni scelta comporta violenza. Ogni compromesso lascia ferite irreversibili. E la serie ha il coraggio di non offrire consolazione.
La rivelazione del finale di The Testaments.
Daisy decide di non lasciare Gilead insieme alla resistenza Mayday e sceglie invece di restare per combattere il regime dall’interno. Prima della chiusura dell’episodio, rivela ad Agnes la verità sulla sua identità: Agnes è in realtà Hannah, la figlia di June Osborne. La scoperta rappresenta un punto di svolta emotivo enorme per Agnes e prepara il terreno per la futura ribellione delle ragazze contro Gilead.
“She’s the one you left behind”
“Secateurs” mette questa idea al centro di tutto. Il finale non punta tanto sull’azione o sui grandi colpi di scena, quanto sulle conseguenze psicologiche dell’indottrinamento. Ogni personaggio, in modi diversi, si trova costretto a confrontarsi con la distanza tra ciò che gli è stato insegnato e ciò che sente davvero.
Non tutto funziona alla perfezione. La stagione, soprattutto nella parte centrale, ha sofferto di un ritmo altalenante e di una certa tendenza a dilatare gli eventi. Alcuni spettatori hanno percepito il finale come più introduttivo che conclusivo, quasi un lungo prologo verso la seconda stagione già confermata. Tuttavia, proprio questa incompletezza sembra parte della strategia narrativa. The Testaments non vuole offrire chiusure rassicuranti, ma mostrare quanto sia estenuante vivere dentro un regime che sopravvive anche attraverso l’attesa.
La sensazione finale è che Disney+ abbia realizzato uno spin-off capace di esistere senza vivere esclusivamente dell’ombra della serie madre. The Testaments non raggiunge ancora i picchi emotivi migliori di The Handmaid’s Tale, ma in questo decimo episodio dimostra di avere una propria identità. Più malinconica, più adolescenziale, forse persino più crudele. Perché qui il problema non è sopravvivere a Gilead, ma scoprire chi si diventa crescendo al suo interno.






