Vai al contenuto
Home » Recensioni

Due Spicci: non ci sono risposte, e Zero non è il nostro profeta – La recensione della nuova serie Netflix di Zerocalcare

Due spicci
Hall of Series DISCOVER
Hai finito una serie e non sai cosa iniziare? O sei a metà e vuoi capirla meglio?
Classifiche, analisi e consigli personalizzati su WhatsApp.

Avevamo vent’anni e credevamo, anzi sapevamo, di avere qualcosa da dire. Ne abbiamo avuti trenta e pure là sembrava che il senso più profondo della nostra esistenza si fosse consumato e ora ci chiedesse di renderne conto. Adesso andiamo per i quaranta e Zerocalcare con Due spicci c’ha fatto scoprire che pure qua abbiamo due cose di cui parlare. Siamo là, come Bardamu di Céline nel “punto più buio della notte ai confini dell’universo”. In un viaggio al termine della notte.

Abbiamo vagato in mezzo alla nostra vita.

Agli affetti, agli amori, ai valori che credevamo incrollabili e ora ci ritroviamo là, nel punto più buio della notte, al termine della notte. Al termine del nostro viaggio. E non ci rimangono nient’altro che lamiere dopo il naufragio come nel quadro di Caspar David Friedrich, Il mare di ghiaccio. Siamo un ammasso di ferraglia, di ghiaccio appuntito che c’ha inghiottito e cristallizzato. Siamo ‘sto mare di ghiaccio rifratto in mille pezzi aguzzi e se poco poco ci giriamo rischiamo de finì feriti dalle punte.


Scena di Due spicci
Credits: Netflix

Se la fine dei vent’anni c’aveva lasciato nostalgici e speranzosi per quello che è stato e che terremo con noi, la fine dei trenta in Due spicci c’ha devastato. Perché se semo resi conto de ‘na cosa. Che non c’avevamo un appiglio. Stavamo in un mare in tempesta. “Sparpagliati dopo il naufragio, manco famo più la conta di quelli che se semo persi pe’ strada, di quelli che so’ affogati, di quelli che hanno nuotato fino a riva e poi so’ strisciati a nascondersi nel punto più buio della notte ai confini dell’universo“.

E in mezzo a quel mare, a chi non è affogato, a chi non ha gettato le ultime speranze è rimasta una sola cosa da fare.

Cercare la riva. L’abbiamo cercata con tutte le forze ‘sta terra ferma, finché non ci siamo incagliati. Non era un terreno solido, una base sicura. Era l’unica cosa che potessimo permetterci: un’acqua un po’ più ferma, un po’ più dura, un po’ più accettabile. Un mare di ghiaccio. E adesso stamo qua, in questo ghiaccio “de lamiere, de avanzi, tutto un accrocco che se regge co’ lo sputo e co’ lo xanax“.

Siamo sempre lì, in quel mondo liquido che non ci dà appigli, solo un po’ più freddo, un po’ più cristallizzato, un po’ più fermo. Due spicci mette tutto questo in scena. Mette la realtà nuda e cruda, ghiacciata, aguzza, a volte insensata, altre noiosa, altre ancora semplicemente troppo reale per essere credibile. Perché il reale, come ci ricorda Lacan, come ci ricorda l’Armadillo di Due spicci, è irrealistico. Non ha senso, non ha una direzione e se proviamo a dargliela finiamo per perderci per sempre.


Smeralda in Due spicci
Credits: Netflix

C’è tutto questo mondo in Due spicci.

La violenza domestica, la criminalità di strada, i “cani-topo”, i “sottoni” e gli emarginati. La difficile gestione dei rapporti familiari e amicali, i “buffi” con la malavita, le relazioni disfunzionali. E nessuna risposta. Perché, regà, famose a capì, risposte non ce ne sono e Zerocalcare non è il nostro profeta. È semplicemente il Bardamu di Céline che vaga in un viaggio fino al termine della notte e ci mostra che un senso non c’è, che ogni illusione è crollata, una dopo l’altra e che non ci rimane nulla, o quasi.

Non ci sono buoni assoluti e cattivi assoluti (anche se qualcuno, diciamolo, è più cattivo). Nel viaggio psicanalitico in noi stessi, nel solito flusso di coscienza senza respiro di Zerocalcare siamo tutti vittime e carnefici di qualcuno e di qualcosa. Due spicci ci lascia così, confusi e bloccati, incagliati, freezati in quelle lastre e lamiere di ghiaccio che temiamo di far sciogliere. Perché se proviamo a muoverci un po’ rischiamo di far crollare tutto o di pungerci con le lame affilate de ‘sto ca**o de ghiaccio. E se proviamo a scioglierlo temiamo di ricadere in quel mare in tempesta che ci costringe a buttare in acqua Di Caprio per farci spazio sulla zattera.


Non c’è una sceneggiatura in Due spicci.

Un racconto in cui credere. L’ultimo grande sceneggiatore, Mattia Torre, un autore di cui avremmo ancora bisogno come non mai, se n’è andato. E allora ci rimane, rimane a Due spicci non la forza di un racconto articolato, raccordato, studiato in ogni sua parte ma solo l’accozzaglia confusa, magmatica, affilata di un blocco di ghiaccio informe. Della realtà per quello che è. Non ha senso che vi chiediate perché i Coccodritto non vadano a cercare Zero, che messaggio passi in certe scelte dei personaggi e il perché di mille altre incongruenze. Non ve le dovete fare queste domande perché la vita non è una sceneggiatura coerente e nella vita non è facile stabilire quale sia la scelta giusta. E poi seguirla.

Zerocalcare
Credits: Netflix

Non viviamo nel mondo di finzione di una serie tv in cui il dramma ha un culmine e si scioglie poi in un finale catartico. Non c’è nulla di catartico in Due spicci come nella vita. E pure però qualcosa in ‘sto mare di ghiaccio in cui ci siamo ritrovati ci resta. Ed è forse quello che fa la differenza con chi non ce l’ha fatta. Oltre alla fortuna e al caso.

E cioè l’ultima nostra debolezza, quella che non si può, anzi non si deve pronunciare.

La debolezza che ci fa dire ogni santa volta, credendoci davvero quando incontriamo quel fantasma del nostro passato, quella persona che un tempo ha rappresentato tutto e per la quale avremmo fatto tutto, che ci fa dire, dicevo, “Uno de ‘sti giorni se piamo ‘na cosa“. U-n-o d-e ‘-s-t-i g-i-o-r-n-i. E non è tanto per dire. Non è la solita frase di circostanza per chiudere la conversazione inevitabile, mezza imbarazzata di un incontro casuale. No, almeno non lo è con quelle persone.


È la stupida convinzione, le beota debolezza di chi ha superato i trent’anni e ancora ci crede (pensa che cog***ne). La speranza irreale, folle e disperata che ci sia la terra ferma. Che sotto quel groviglio di spine e rovi che pensiamo di meritarci e in cui siamo ormai abituati a vivere, sotto e oltre quel groviglio di traumi e domande irrisolte ci sia una luce. Una speranza. La speranza che questa volta è quella bona.

Avevo detto che non si deve pronunciare quella parola e l’ho pronunciata. Che ve devo dì, fateme causa.

Emanuele Di Eugenio