ATTENZIONE! La recensione contiene SPOILERS del nono episodio della serie tv The Testaments.
“But in Gilead, they love taking the Old Testament literally”
C’è un momento, nel nono episodio di The Testaments, in cui la serie abbandona definitivamente qualsiasi illusione di compromesso morale. “Marat/Sade” è il punto in cui ogni personaggio viene costretto a scegliere cosa sacrificare: la propria coscienza, la propria sicurezza o la propria umanità. Ed è proprio questa brutalità emotiva a rendere l’episodio uno dei più riusciti della stagione. Come Marat e Sade, Agnes e Becka rappresentano i poli opposti che rappresentano il mondo in collisione.
Nell’opera da cui prende il nome la puntata Marat incarna la fiducia nella rivoluzione come necessità storica, come strumento per rifare la società e correggere la violenza del presente con una violenza “giusta”, quasi inevitabile. De Sade, al contrario, porta alle estreme conseguenze il disincanto: ogni rivoluzione fallisce perché l’essere umano non cambia, perché il desiderio di potere e dominio si ripresenta in ogni sistema, perché la sofferenza non è un incidente ma una costante strutturale della condizione umana.
Nessuno dei due, però, viene salvato o condannato in modo definitivo. Peter Weiss costruisce un dialogo che non si chiude mai in una morale, e proprio questa sospensione è ciò che rende l’opera così destabilizzante. Nella rappresentazione teatrale (resa celebre perché interpretata da pazienti di un vero manicomio) Dentro questo meccanismo, la figura di Marat diventa quella dell’ideologo puro, quasi ossessivo, che crede nella trasformazione collettiva ma rischia di ridurre gli individui a ingranaggi di un processo storico inevitabile. De Sade invece non offre alcuna consolazione: il suo sguardo è radicalmente individuale e disilluso, e la sua forza sta nel rifiuto di qualsiasi narrazione salvifica.
Come nell’opera teatrale da cui prende ispirazione, in The Testaments il caos politico diventa anche spettacolo della crudeltà umana. Tutti osservano, tutti giudicano, nessuno è davvero innocente.
D’altronde la storia dello spin-off è diversa da quella raccontata in The Handmaid’s Tale. Qui si parla di cosa succede a chi è cresciuto dentro Gilead e non ha mai avuto davvero la possibilità di sviluppare una coscienza libera. Nel corso di queste puntate lo abbiamo visto sempre di più, attraverso una stagione delle debuttanti fattasi fiera delle vanità. D’altronde quale modo migliore per raccontare la distopia se non attraverso gli occhi di un gruppo di adolescenti?
Le brave ragazze non devono dare fastidio. Devono stare composte, in silenzio, annuire e sorridere. Agnes, Becka e le altre se lo sono sentite dire per tutta la vita, credendoci fermamente. Senza mai porsi domande perché Gilead è l’unica risposta possibile. L’unico elemento che possa infrangere la teca di vetro dove sono custodite è Daisy. La Pearl Girl che viene dal mondo di fuori vede Gilead per quello che è davvero. Solo lei può ribellarsi alle regole precostituite e alle leggi immutabili. Dopo aver saputo della molestia di Agnes, Daisy pianifica la sua vendetta.
La ragazza decide di suonare la campana perché sa che così facendo dovrà avere un appuntamento dal Dr Grove. Nello studio, però, l’uomo non sembra avere alcun interesse nel toccare la Pearl Girl. Daisy, allora, decide di prendere in mano la situazione. Si strappa i vestiti di dosso, inizia a urlare come una pazza uscendo dallo studio e accusando il Dr Grove di averla toccata. Inutile dire che la scena scatena un effetto domino con ripercussioni su tutti gli altri attori del dramma.

Il centro emotivo dell’episodio è chiaramente Becka.
Fino a questo momento era stata raccontata come una delle figure più fragili della serie, forse quella che più di tutte rappresentava il lato umano delle giovani donne cresciute sotto il controllo di Gilead. Non è una ribelle naturale, non ha il carisma aggressivo di June, non possiede nemmeno la lucidità strategica di Lydia. Becka è una ragazza spaventata che ha passato la vita a cercare di adattarsi a un sistema violento convincendosi che fosse l’unico possibile.
L’uccisione del dottor Grove non viene trattata come un momento “eroico”, e questa è probabilmente la scelta più intelligente fatta dagli sceneggiatori. Non c’è trionfo, non c’è liberazione cinematografica. Solo trauma, panico e la consapevolezza che, in un sistema come Gilead, persino sopravvivere implica contaminarsi moralmente. Becka uccide suo padre e lo fa per un’unica e sola ragione: proteggere Agnes. Non da ascolto alla verità oggettiva, non crede alle altre donne, ma solo allo sguardo accorato della ragazza che ama. C’è una tragicità profondissima in quello scambio silenzioso tra due amiche che sono state messe l’una contro l’altra.
Tra Agnes e Becka si è aperto un abisso emotivo nel momento in cui la seconda è stata data in sposa a Garth. Perché alla fine Gilead ha vinto. E’ riuscita a dividere le amiche, a isolarle e a piegarle. E nel finale della puntata, Becka non diventa improvvisamente una rivoluzionaria impavida. Resta una ragazza terrorizzata che ha superato un limite irreversibile. Dopo aver confessato l’omicidio, Agnes si vede costretta a denunciarla sapendo in cuor suo cosa succederà. Gli Eyes la portano via e la caricano su un furgone verso una metà sconosciuta. In lacrime e disperata, Becka invoca il nome di Agnes, ma non c’è nessuno pronto a salvarla.
Narrativamente, “Marat/Sade” è anche un episodio (disponibile sul catalogo Disney+) di preparazione. Alcuni passaggi risultano chiaramente costruiti per spingere i pezzi verso il finale, e si avverte una certa compressione nella gestione delle sottotrame. Ma la tensione emotiva è talmente alta da compensare quasi tutto. La serie capisce che, arrivati a questo punto, non conta più la precisione strategica del piano, quanto piuttosto il prezzo umano. Visivamente, l’episodio mantiene quell’estetica fredda e quasi liturgica che ormai è diventata il marchio della saga.
“Marat/Sade” funziona soprattutto perché rifiuta il conforto.
Nessuno esce davvero vincitore. Ogni scelta lascia addosso una ferita nuova. Ed è proprio questo senso di erosione continua a rendere The Testaments ancora disturbante. Non parla soltanto di dittature, ma di ciò che accade alle persone quando il terrore diventa normalità. A un episodio dal finale, la serie sembra voler dire una cosa molto precisa: abbattere Gilead potrebbe essere possibile. Salvare sé stessi dopo aver vissuto dentro Gilead, invece, è un’altra storia.






