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Station 19 4×05 – Fuori controllo

Bentornati con la recensione del quinto episodio della quarta stagione di Station 19. La puntata di questa settimana è stata estremamente importante e bella.

Fuori controllo, fuori controllo non è solo il titolo di questo episodio, ma è la sintesi perfetta di una situazione che gli sceneggiatori di Grey’s Anatomy (qui la recensione della 17×06) e Station 19 hanno semplicemente riportato su schermo. Una situazione che fa paura, una situazione che fa tremare le ginocchia e battere i denti. Stiamo parlando del razzismo, ma soprattutto del razzismo correlato alle forze dell’ordine statunitensi.

Quando il 25 maggio del 2020 George Floyd morì soffocato sotto il peso di un agente di polizia dopo aver implorato per la sua vita e fatto presente di non riuscire a respirare, il mondo ha aperto gli occhi su un tema di cui la società americana è da tempo intossicata. Non è la prima vittima della brutalità della polizia, ma è un simbolo. E, in questo episodio di Station 19, che propone uno dei cast più inclusivi del panorama seriale e con a capo una donna che sul tema razziale e per il tema razziale si è spesa e si è battuta per anni, Shonda Rhimes, viene fatta una precisa denuncia politica: Shondaland si schiera apertamente contro le ingiustizie inferte sulle persone afroamericane e chiede una giustizia che non sia traviata né deviata dal potere economico.

Attraverso i suoi personaggi, seppure fittizi, sta lottando contro un pregiudizio che diventa discriminazione cercando di farci capire nel modo più semplice possibile e senza mai voler impartire lezioncine moraliste un messaggio decisamente importante. E lo fa servendosi di entrambe le sue serie di punta del giovedì sera, Station 19 e Grey’s Anatomy.

La vicenda comincia nelle strade di Seattle dove, dopo un turno estenuante, la squadra 19 decide di festeggiare assieme a casa di Bishop e Herrera, mentre Ben Warren è impegnato a comunicare alla sua famiglia che Helena Bailey, sua suocera e madre di Miranda, è deceduta a causa del covid.

Poco dopo l’arrivo di Miller, Hughes e Montgomery da Bishop, delle urla provenienti dalla strada che chiedono aiuto, costringono i tre vigili del fuoco a precipitarsi dalla persona in difficoltà. Si tratta di una donna afroamericana che dichiara che sua figlia e la sua amica dopo un pigiama party sono scomparse e lei è riuscita a tracciare il braccialetto fitness della ragazza fino a quella abitazione e perciò crede che sia stata rapita dal proprietario, un uomo scorbutico e intollerante che ha provato a mandarla via ripetutamente dichiarando di essere accusato ingiustamente.

Ciò che comincia a far indignare è il fatto che quando Hughes chiede alla madre terrorizzata se abbia chiamato la polizia per intervenire sulla scena, quella dichiara che nonostante l’abbia fatto nessuno si è presentato. Mentre, qualche momento dopo, basta una chiamata del proprietario ed ecco arrivare la pattuglia che si rivolge all’uomo con un atteggiamento amichevole, mentre parte immediatamente prevenuta nei confronti della donna disperata. Danno per scontato che quella delle due ragazzine scomparse sia una bravata e che perciò non meriti la loro attenzione.

E quando Hughes racconta ai suoi colleghi, Miller incluso, le difficoltà che una ragazza di colore affronta per tutta la sua vita, è impossibile non provare rabbia, non provare un profondo senso di impotenza davanti a qualcosa che è sempre stato sotto gli occhi di tutti e a cui nessuno ha mai dato la giusta attenzione. Fa sentire impotenti anche la consapevolezza che nonostante si possa empatizzare con la causa, nessuna persona caucasica possa effettivamente e completamente capire i soprusi che gli afroamericani subiscono da sempre.

L’atteggiamento dei due poliziotti, poi, è una di quelle cose che ti fanno perdere la testa, una di quelle cose che ti fanno venire voglia di prendere a pugni un muro di cemento sicura di poterlo rompere per tutta la rabbia che hai accumulato. Il modo contorto in cui cercano di ribaltare una situazione chiara è vomitevole. Anche quando Miller e Sullivan entrano in quella casa e trovano effettivamente le due ragazze chiuse in una stanza sigillata da un lucchetto in condizioni pietose, rinchiuse nelle stesse condizioni di animali maltrattati, ancora la polizia non riesce a trattarle da vittime solo per il colore della loro pelle.

Nel 2020 dover fare un discorso di questo genere fa sentire sconfitti. Pensiamo che più si progredisce e meno si dovrebbe sentire parlare di questi tipi di ignoranza, di cattiveria, di crudeltà, eppure, nonostante questo sia solo il segmento di un episodio di Station 19, una serie tv qualunque, non riesco a smettere di pensare che è ciò che accade davvero a persone reali in tutti gli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo.

Station 19

Vedere quei due poliziotti che cercano di rigirare la frittata e di incolpare le due vittime per aver incendiato il seminterrato solo perché era l’unico modo per attirare l’attenzione e riuscire a creare una via di fuga dopo essere state rapite da un pazzo furioso, è assurdo. Vedere uno dei due poliziotti arrestare la mamma di una vittime solo perché è giustamente indignata dal comportamento contorto e malato degli agenti, è follia pura. E non parliamo nemmeno di quanto poco abbiano impiegato ad atterrare prima Miller e Sullivan nel momento in cui sono intervenuti per risolvere la situazione e – come criminali qualunque – sono stati portati via.

Mi dispiace ma io non capisco, non riesco proprio capire come sia possibile essere così insofferenti, così ciechi e così brutali nei confronti di altri esseri umani. E queste due ragazzine sono state solo un esempio per trattare un tema di disumanità troppo diffuso e radicato in una società marcia che puzza sempre di più.

E dopo questo trattato leggermente *inserire sarcasmo qui* moralista da parte mia, passiamo alla seconda storyline che non è poi troppo lontana da quella principale. Warren sta elaborando assieme ai suoi figli la perdita di sua suocera. In un momento del genere, tutto ciò che può fare è semplicemente essere presente per loro. Tuck non ha mai perso nessuno, come ha giustamente osservato Joey, mentre lui ci è fin troppo abituato. E, in quel momento, emerge tutta la bellezza del rapporto tra il Ben e la sua famiglia, ma in modo particolare, con Tuck che può non essere biologicamente suo figlio, ma a cui tiene come se lo fosse. Ho sempre adorato i loro momenti assieme, ho sempre sperato di esplorarli al meglio e fortunatamente da quando c’è Station 19 sta diventando possibile.

Station 19

C’è da dire che se in questo episodio Warren e Tuck sono stati così fantastici, il merito è soprattutto di Rosalind, la sorella di Ben, che lo ha guidato e lo ha aiutato a capire ciò di cui il ragazzo avesse bisogno. Perciò grande Roz, spero che tu possa apparire sempre più frequentemente, sono già tua fan.

Che dire, questo episodio è stato davvero straordinario e sono contentissima che la tematica che Station 19 ha iniziato a trattatare sia continuata in Grey’s Anatomy. Così facendo c’è stato un vero e proprio collegamento tra le due serie, una vera e propria fusione che è culminata in due puntate straordinarie. Episodi così belli non si vedevano da un po’, probabilmente dalla 15×19 di Grey’s Anatomy (qui la recensione dell’episodio).

Per questa settimana è tutto, alla prossima, halleloo!

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Written by Fabiana Fanelli

La mia vita è un pendolo che oscilla tra una serie tv e l'altra. Tutto sommato mi è andata bene, pensate se oscillasse tra dolore e noia!
Ricordate: "Life's too short to be serious" (La vita è troppo breve per essere seri)

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