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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →C’è una frase, incisa alla base della Statua della Libertà, che questa terza puntata sembra aver preso quasi alla lettera.‘Date a me le vostre masse stanche, i vostri poveri, i vostri rifiuti ammassati che bramano di respirare liberi.‘ Questa frase è il vertice di questa nuova puntata di The Walking Dead: Dead City 3. È un’eco che aleggia su tutto l’episodio in modo indiretto e sottile, senza che la Serie Tv stessa abbia bisogno di citarla esplicitamente, perché è esattamente quello che Maggie e Renata hanno fatto: hanno acceso un faro, in senso letterale e figurato, e ora devono fare i conti con chi quel faro lo ha visto e ha deciso di rispondere alla chiamata.
Come sempre, in The Walking Dead: Dead City 3, l’accoglienza ha un prezzo. E quel prezzo arriva puntuale. E questa puntata lo ricorda bene

Il terzo episodio di The Walking Dead: Dead City 3 si apre con la scoperta che la Dama si è tolta la vita da sola. Una notizia che chiude – almeno apparentemente – una minaccia che aveva attraversato l’intera serie fino a questo momento. È un dettaglio che vale la pena sottolineare, perché ribalta parzialmente quello che avevamo intuito la settimana scorsa: non è stato un gesto di Negan a porre fine alla sua storia, ma una scelta della donna stessa. È un modo elegante per liberare la trama da un antagonista ormai esausto senza offrire allo spettatore la soddisfazione facile della vendetta, lasciando Maggie libera – finalmente – di guardare avanti invece che indietro.
Ed è proprio guardando avanti che arriva il vero motore dell’episodio. L’arrivo improvviso di due comunità rivali, Belleville guidata da Bauer e Newark guidata da Claudia, trascinate fino all’ospedale da una faida violenta che ha lasciato entrambe le fazioni sanguinanti e bisognose di cure. Da qui la puntata gioca la sua migliore partita. Quella che più di ogni altro elemento la avvicina a un dramma medico ambientato in mezzo all’apocalisse: corpi che arrivano di corsa, decisioni prese in pochi secondi, la costante minaccia che chiunque muoia sul tavolo operatorio si rianimi da morto pochi istanti dopo. È in questo caos che Hershel trova finalmente lo spazio per crescere come personaggio, affiancando Luis nel tentativo di salvare tutti, senza distinzione di fazione.
Sullo sfondo di questa crisi sanitaria, il progetto di Maggie e Renata di trasformare Central Park in un terreno coltivabile trova, contro ogni aspettativa – persino contro le previsioni pessimistiche di Negan – un momento di reale collaborazione. Le due comunità rivali, per una volta, mettono da parte l’astio reciproco per contribuire alla costruzione della fattoria. Una scelta narrativa che serve a ribadire il tema di fondo della stagione: la possibilità, sempre fragile e sempre minacciata, che l’umanità rimasta sappia ancora scegliere la cooperazione invece del conflitto.

Negan continua il suo tentativo di rendere Dillard più capace di sopravvivere in un mondo che non perdona esitazioni, portandolo con sé per ripristinare la corrente e lasciandogli infine l’occasione di dimostrare i progressi fatti, salvandolo da un piccolo gruppo di walker. È in questa relazione, più che in qualunque altra sottotrama, che l’episodio trova il suo cuore. Un uomo indurito dalla violenza che, quasi senza accorgersene, si ritrova a fare da mentore a chi quella violenza non l’ha ancora imparata del tutto.
Ma è proprio questo filo, apparentemente il più leggero dell’intera puntata, a nascondere la rivelazione più disturbante. Nel finale, Dillard sale nella sua stanza per prepararsi a festeggiare con i nuovi arrivati che hanno riempito il suo bar, e lì scopriamo che tiene incatenata una walker a cui ha dato un nome, Titicaca, convinto – o forse solo disperato abbastanza da illudersi – di poter comunicare con lei. Di condividere con quella creatura senza più coscienza qualcosa che assomiglia, nella sua testa, a un legame. Non sappiamo ancora se quella walker parli davvero nella mente di Dillard o se sia soltanto il sintomo di una solitudine ormai patologica, ma in entrambi i casi l’episodio ci costringe a rivedere tutto quello che avevamo trovato comico in lui sotto una luce completamente diversa.
È qui che la terza puntata di The Walking Dead: Dead City 3 (come sempre disponibile su Sky e NOW) trova il suo senso più profondo, al di là della guerra tra Belleville e Newark, al di là persino del lutto irrisolto per la Dama. La porta che Maggie ha aperto per accogliere chiunque cerchi un posto sicuro non protegge automaticamente da ciò che quelle persone si portano dentro.
Si può salvare un corpo su un tavolo operatorio, si può coltivare un parco che sembrava perduto per sempre, si può persino insegnare a un uomo spaventato a difendersi. Ma non si può sempre vedere per tempo quale dramma o crisi interiore si nasconda dietro la porta della stanza accanto. E forse è proprio questo il prezzo più alto della speranza che la serie sta cercando di raccontare in questa stagione. Non il rischio di essere attaccati dall’esterno, ma quello, molto più subdolo, di scoprire che il pericolo può abitare fin dentro le mura di casa, sotto le sembianze di chi credevamo di conoscere meglio.






