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Hausen 1×03/1×04 – Perdere qualcosa per trovare qualcos’altro

Torniamo a raccontare il labirintico grattacielo di Hausen, la serie tv tedesca in onda ogni sabato su Sky Atlantic. L’enorme struttura è realmente un dedalo di corridoi, porte e ascensori in cui un avventore innato rischia di perdersi e di non uscirne vivo. In queste due puntate abbiamo potuto osservare infatti come la creatura sia contenuto del palazzo, che funge da contenitore, e di come lo stesso agglomerato di calce e mattoni viceversa sia contenuto della sostanza, che puntualmente contiene le case e chi le abita. Un rapporto reciproco e inestricabile che si alimenta grazie a malvagità e orrori di qualsiasi tipo, ma soprattutto grazie a una melma oscura che, come l’acqua, ha un suo ciclo e fasi ben distinte. La sostanza liquida viene prodotta, poi raffinata in droga, successivamente consumata dagli inquilini che, come nel caso del bambino della seconda puntata, tornano a far parte della sostanza stessa.

Insomma, l’entità nutre con se stessa gli abitanti in modo da farli diventare carne da macello e nutrirsi di loro. Prima però di analizzare le due puntate di Hausen e saltare alle conclusioni, è necessario un recap della situazione in modo da contestualizzare le vicende. Ci siamo lasciati con la tremenda immagine del neonato di Cleo che veniva inglobato dall’entità oscura e melmosa. Un frame terribile che ci ha scosso, ci ha dilaniati, così come quelle anime degli inquilini del palazzo. Così come il padre del neonato, totalmente assuefatto dalla droga smerciata nel palazzo. Un mondo, quello del grattacielo teutonico, permeato da un unico demone: l’infelicità. Tra bande di ragazzini violente, uomini che perseguono l’ordine e la disciplina, tossicodipendenti e entità malvagie, arriva un nuovo manutentore dal passato oscuro, insieme a suo figlio.

hausen

L’evoluzione del mondo di Hausen, le verità che vengono a galla

Una delle prime cose che ci colpiscono di queste due puntate è l’evoluzione dei personaggi. Questi, lentamente ma inesorabilmente, fanno emergere i loro lati oscuri. Tutti quanti, nessuno escluso, sono impossessati dal condominio che sembra acuire il loro lato oscuro della luna. La sequenza iniziale è paradigma di questo concetto. Bjorn, inquilino gattaro e dalle tendenze naziste, organizza una squadraccia nera armata di mazze e manganelli per andare alla ricerca del cane che qualche giorno prima aveva espletato i suoi bisogni davanti al suo portone. Un padre di famiglia che vive in una casa colorata, ma che cela all’interno della sua anima sfumature oscure. Un uomo per bene che appena gli viene concesso di usare violenza, la accoglie in tutte le sue sfaccettature peggiori.

Un tema, questo, molto caro all’autore Till Kleinert e in generale a tutto quel ramo delle produzioni tedesche simili di questo tipo, come Babylon Berlin. Le influenze citate nella recensione delle due puntate precedenti sono sempre più delineate in queste successive e le rendono decisamente godibili. Hausen non è ovviamente una serie per tutti, o meglio, non adatta a tutti i tipi di palato. Una mente indagatrice potrà gustarsi il terzo e il quarto episodio in tutta la loro oscurità emotiva. Non parliamo di un capolavoro, ma la produzione teutonica veicola un’affabile angoscia. Non si tratta di un horror classico, ma più che altro di un thriller psicologico che inquieta l’anima e manda un messaggio che può sembrare scontato, ma quanto mai attuale: il mostro è l’uomo.

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Frasi manifesto, per insinuarci nel labirintico edificio

Hausen infatti nella terza e nella quarta puntata manda un messaggio chiaro. Se le prime due puntate sono state una sorta di stanza di decompressione per farci abituare all’abisso della serie tv, in queste veniamo spinti nell’oscuro mare aperto. Veniamo a conoscenza del fatto che Jasheck e Juri si sono trasferiti nel condominio in seguito all’incendio che ha coinvolto la loro abitazione, rogo in cui ha perso tragicamente la vita sua madre. E non è tutto, perché come racconta il perito assicurativo, sembra essere lo stesso padre di famiglia il piromane che ha manomesso l’allarme antincendio per non farlo scattare.

Il passato dei due si tinge di nero, così come le macchie sulla pelle del ragazzo, sintomo di violenze subite da un padre che non appare più un tranquillo manutentore di condomini. Questa continua lotta col padre spinge Juri a legare con i ragazzi che nel prologo lo avevano minacciato, e a diventare un componente della loro banda. Qui troviamo un altra tematica cara alla new wave di produzione Made in Germany, la condizione giovanile (citofonare a Dark).

Una storia di ragazzi soli.

Il gruppo infatti essenzialmente sopravvive nel condominio grazie allo spaccio della sostanza nera trasformata in droga. E il piccolo capo, pronuncia alcune frasi di Nolaniana memoria legate al Batman e al Joker del regista. Consiglia a Juri di abbracciare il caos di quel posto e di trarne forza, perché gli altri hanno paura di quello che si cela tra le mura del condominio. Essere quindi a conoscenza che gli altri temono quel posto a cui sono però incatenati, per non aver paura ed essere più forti. Scopriamo poi che il fornitore del gruppo è il malvagio Kater, il barbone demoniaco che sembra, come vedremo in seguito, essere legato indissolubilmente alle mura del palazzo.

I fruitori invece sembrano essere tutti i condomini e per questo gli affari dei ragazzi sembrano andare a gonfie vele. C’è però un “ma”: nonostante il rapporto tra Juri e il capo banda chiamato Ninja si sia assodato fino a diventare una vera e propria relazione omosessuale, il ragazzo rifiuta di diventare come il piccolo boss e di uccidere suo padre per essere finalmente libero. Nella scena finale della quarta puntata cerca infatti di salvare il suo vecchio, rimasto bloccato dentro l’ascensore. Ninja però interviene e, deluso e in cerca di vendetta, spinge Juri nel vuoto. Titoli di coda, sipario.

Non finisce qui, perché questa quarta puntata nasconde molto altro.

Si tratta di un episodio che fa uso di escamotage onirici per svelarci alcune verità. In primis, le allucinazioni di Jaschek e Juri che raccontano di quella donna, madre e moglie, che ormai è morta, forse a causa loro. In seguito abbiamo un altro sogno che da il titolo al nostro articolo, quello di Cleo. La ragazza, disperata per il bambino smarrito, si reca da una sorta di medium che cerca di metterla in contatto con il neonato. La madre entra in uno stato onirico e sogna di essere in una casa luminosa insieme al piccolo ormai cresciuto e avverte in quelle immagini un senso di felicità e benessere. La cosa più importante della scena solo le parole della pseudo-mistica: “Perdere qualcosa per trovare qualcos’altro”. Una sorta di monito che ci sembra non essere diretto tanto alla donna, quanto agli spettatori di Hausen. Criptiche parole che sembrano indicarci che tutto quanto si ripete inesorabile, nel condominio e nelle nostre vite.

Infine è il turno di quello che sembra essere a tutti gli effetti il protagonista della serie tv: Kater. Il senzatetto, come vi abbiamo già raccontato, è legato alle mura del palazzo ed è il demiurgo di tutte le vicende. L’episodio dei due sciacalli è simbolico di tutto questo. L’uomo sembra inoltre essere una cosa sola anche con Dennis, il bambino che viaggia per i corridoi del condominio ma di cui nessuno conosce l’esistenza, eccetto Juri. Tra i due poi c’è un’altra connessione, o per meglio dire, un animale. Il barbone nella prima puntata si autodefinisce “vecchio gatto”, il bambino invece in queste due ne adotta uno che si ciba solamente di altri gatti. In mezzo a tutto questo c’è il ritrovamento di un cadavere di una donna putrefatta che ha un figlio sparito nel nulla, e c’è anche un forno in cui entra il piccolo Dennis e esce il vecchio Kater.

Insomma, sembra che si tratti di espressioni temporali diverse della stessa persona e pare di capire che nelle prossime puntate ne conosceremo di nuove. In attese delle puntate di sabato prossimo, non possiamo far altro che guardarci da accettare pietre intarsiate da un barbone.

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Written by Giacomo Simoncini

“Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose. Ad un mondo di numeri ne preferisco uno di lettere. Scrivo per coinvolgere gli altri, per far appassionare le persone a ciò che amo. ”

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