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Gomorra 3×11 e 3×12 – Il cerchio si chiude

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Gomorra rappresenta tante cose, ma prima di tutto è una legge di natura. Vince chi non conosce ostacoli pur di saziare la propria fame. In quella che è una particolarissima variante dell’evoluzionismo darwiniano non c’è spazio per la pietà e per i sentimenti. Se ti mostri “umano” diventi biologicamente inadatto e vieni spazzato via. È una regola, questa, che non ammette eccezioni, come dimostrano le morti di Salvatore Conte o del Principe in passato.

In Gomorra è naturale stipulare accordi sulla pelle di padri, figli e nipoti, spesso già con l’idea di non doverli rispettare; è lecito pugnalare alle spalle i propri alleati; ed è sacrosanto pugnalarli dopo essersi alleati con i nemici di sempre. Sono, anzi, proprio queste le virtù richieste a chi è parte del sistema. È in questo che si misura la propria forza, la propria adattabilità all’ambiente.

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Chi, più di tutti, aveva capito le regole del gioco e le dominava a proprio piacimento, è Ciro l’Immortale.

I boss di Gomorra sono creati apposta per orripilare gli spettatori, non per entrare in empatia con essi. In un crescendo devastante, nel corso delle stagioni, Ciro si è guadagnato i galloni dell’Immortalità proprio seguendo questo principio: la sua fame l’ha condotto laddove nessun altro personaggio della Serie ha mai osato spingersi. E il conto è arrivato in maniera altrettanto drastica, con la morte di Mariarita.

In quel preciso istante (con la conseguente vendetta ai danni di Pietro Savastano) muore definitivamente l’Immortale e rimane solamente Ciro. Quello che abbiamo conosciuto durante tutta la terza stagione è un’entità avulsa al sistema e che vive in funzione di un unico obiettivo: redimersi sublimando la salvezza della propria famiglia in quella di Genny Savastano.

Con questo moto di umanità – e non è nemmeno il primo, se pensiamo alla liberazione della prostituta in Bulgaria – Ciro è riuscito a scalfire il muro di pietra che, idealmente, separa lo spettatore e i personaggi della Serie. È un affronto troppo grande e deve pagarlo con la vita. Ma questo egli lo sa e non attende che lo morte lo colga in fragrante: gli va in contro di sua spontanea volontà.

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Difatti, il vero colpo di scena non è l’inevitabile morte di Ciro. È il suo sacrificio a beneficio di Genny.

In una scena che sembra rubata alla tradizione teatrale napoletana, per la struttura dei dialoghi (“guardate Napoli quant’è bella“) e la profondità dello sguardo di Marco D’Amore, Ciro vince un’ultima volta sulla morte, stabilendo egli stesso tempi e modi per andarsene. Per poi abbandonarsi al mare, luogo ricco di significati per lui. È lì che ha rinnovato le stigmate dell’immortalità (1×06, nell’episodio a Barcellona), è lì che ha ucciso la moglie (2×01), è quello il posto in cui ha avuto l’incontro più intenso con Mariarita stessa (2×08, “‘acca è dov’è morta tua mamma“).

Lo fa, prima di tutto, per sè stesso, per poter finalmente riappacificarsi con i suoi fantasmi. E, magari, ricongiungersi a loro. In tal senso è emblematica la scena al cimitero, sulla lapide di Deborah, prima di andare ad affrontare la morte, che non può non richiamare la dipartita di Don Pietro, avvenuta proprio davanti alla tomba di Donna Imma.

Lo fa, anche, per non rendere vani tutti gli sforzi di questa stagione, tesi a ricongiungere Genny alla sua famiglia.  D’altra parte questa stagione racchiude l’essenza del loro rapporto, un odi et amo che ha toccato le estremità più remote, ma che è diventato qualcosa di totalmente altro. La loro ultima battaglia fianco a fianco è la riprova di quello che sarebbero sempre potuti essere insieme: soli, contro tutti, hanno vinto (“comunque va a ferni’, è stato bello fa’ ‘stu tratt e strada assieme“).

La morte di Ciro per mano di Genny, pertanto, rappresenta la perfetta chiusura di un cerchio, aperto con l’assassinio di Donna Imma e che ha svoltato con la morte di Don Pietro.  Se nella scorsa annata Genny l’aveva risparmiato per condannarlo a un’esistenza tormentata dai sensi di colpa, sparargli ora è il più grande favore che potesse fargli, per la ragione opposta. Quello sparo, nel quale i due protagonisti mettono in scena tutto il carico emotivo di cui sono dotati, diviene anche un passaggio di consegne: sta a Genny, a questo punto, decidere se inseguire la propria fame o occuparsi di moglie e figlia, onorando l’ultimo dono di Ciro.

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Con la sua fine e, soprattutto, con quella dello Stregone viene definitivamente accantonato il vecchio modo di fare camorra.

È così che Gomorra sceglie di stare al passo coi tempi. I clan sono sempre più in mano alle nuove leve, ovvero guagliuncielli e donne. Questo ricambio generazionale non sfugge alla Serie e, infatti, sono proprio queste due categorie a uscire vincitrici dalla terza stagione. Se l’ascesa dei Talebani rappresenta l’inevitabile conseguenza delle loro ambizioni, quella di Patrizia apre scenari interessantissimi in vista della prossima stagione.

Da semplice “tramite” della famiglia Savastano, in questi ultimi due episodi si è trasformata in un vero e proprio killer. Dopo aver ammazzato Scianel (mantenendo la parola data a Marinella), si accontenterà di essere “solo” un braccio armato al soldo di Genny? Magari è proprio amministrando l’impero della donna assassinata che troverà la sua nuova collocazione nel mondo?

Da lei e da Sangue Blu, oltre che da Genny, dovrà necessariamente ripartire la prossima stagione. Consci che più punteranno in alto, più le leggi di natura metteranno a dura prova la loro fame. Perchè Ciro non c’è più e serve un nuovo Immortale.

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Leggi anche – Gomorra: qui tutte le recensioni della terza stagione

Written by Vincenzo Di Somma

Il mio primo incontro con le serie TV avviene in tenera età quando scopro X-Files. Da lì nascono le mie tre domande esistenziali: siamo soli nell'universo? Diventerò mai figo come Duchovny? Smetterò di avere paura della sigla? Oggi come allora le risposte sono no, no e no.

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