ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SUL SECONDO EPISODIO DI IN UTERO
Il secondo episodio di In Utero entra finalmente nel vivo delle storie personali dei suoi protagonisti. La cinepresa si sposta dagli interni accoglienti della clinica “Creatividad” di Barcellona, agli spazi aperti della città spagnola: il lungomare, la spiaggia di notte, i parchi, i locali. In questi nuovi cinquanta minuti della serie disponibile su HBO Max ci viene concesso di spiare nella dimensione privata delle vite di Angelo, Ruggero, Teresa e Dora. Camminiamo in punta di piedi tra le stanze delle loro abitazioni e scopriamo che, al di là del lavoro, esiste un universo altrettanto complicato. Come ogni medical drama che si rispetti, infatti, anche In Utero ha scelto di alternare la trama verticale data dai casi clinici a quella orizzontale delle vicende sentimentali ed esistenziali dei personaggi. E il risultato è una conferma a ciò avevamo notato e scritto nella recensione della prima puntata.
Armonia e delicatezza restano le costanti sui cui poggia l’intera narrazione, che questa volta vede sedute di fronte alla scrivania del Dr. Gentile una coppia omogenitorale tutta al femminile. Sofia e Penelope sono due donne italiane in cerca del primo figlio. Insieme a loro assistiamo nuovamente al colloquio preliminare con il medico, a esami, prelievi, ecografie, con gli occhi colmi di speranza come quelli di colei che dovrà condurre la gravidanza. Tuttavia le brutte notizie non tardano ad arrivare: un elemento classico del genere medical, dove la costante è data dalla presenza di momenti fortemente drammatici seguiti, quando va bene, da momenti di sollievo e gioia.
Così facendo In Utero ci porta a riflettere su come le situazioni e le reazioni dei pazienti possano essere le più disparate. La coppia del pilot della scorsa settimana aveva dovuto affrontare l’infertilità, mentre con quella di questa puntata ci addentriamo nel discorso delle patologie uterine congenite. Di come il corpo di una donna può cambiare nel corso di una gravidanza e di come non tutte desiderino vivere a tempo indeterminato in balia degli ormoni.

A tal proposito, una frase pronunciata dal personaggio di Penelope è riuscita ad arrivare dritta al punto “Siccome sono femmina allora devo partorire, è così??” scoperchiando il vaso di Pandora di uno dei temi che stanno più a cuore all’universo femminile della società contemporanea. In Utero però cerca intelligentemente di creare dibattito ma rimanendo distaccata e neutrale. La scrittura si limita sostanzialmente a presentare i fatti nel modo più realistico e accurato possibile, evitando di invadere troppo il campo politico in favore di quello etico.
Mentre le due donne cercano il loro equilibrio di coppia, il malumore di Angelo (l’embriologo) causato da una rottura con la compagna, influenza negativamente le sue giornate. E a metterci il carico da novanta è l’arrivo del fratello Francesco dall’Italia. Nel suo caso la narrazione è divenuta più densa e pesante, ma la presenza della simpatia di Dora apporta una componente di freschezza che sistema le due cose.
Anche il Dr. Gentile e consorte non se la passano bene. Teresa vorrebbe vendere la clinica a causa di difficoltà finanziarie, ma il primario interpretato dal sempre ottimo Sergio Castellitto non sembra condividere la stessa idea. Il suo Ruggero Gentile si conferma un personaggio sfaccettato, lontano dallo stereotipo del medico eroe. L’uomo, al contrario, è appassionato, a tratti intrattabile nel rapporto con la moglie, ma sempre empatico e dolce con i pazienti. La sua umanità collide continuamente con la realtà fatta di costi, di contratti e di decisioni pragmatiche.

Inoltre, nonostante la serie sia tecnicamente un medical drama, la regia non punta sull’adrenalina ospedaliera ma sui tempi lunghi dell’attesa e del desiderio. Un telefono che squilla, un bicchiere di whisky su una mensola, una stanza di hotel in penombra, un barattolo che non vuole aprirsi, sono tante piccole fotografie che nell’insieme riescono a creare atmosfera e pathos. Quest’ultimo è la caratteristica determinante di In Utero che, in questa seconda puntata, è stato lievemente sporcato dalle intrusioni sentimentali di Angelo. Una critica che in ogni caso non toglie valore alla serie e agli argomenti trattati.
Non è mai sbagliato parlare coraggiosamente di identità di genere, diritti delle coppie omosessuali così come di quelle eterosessuali e bioetica. Teniamo sempre a mente che la procreazione medicalmente assistita non è solo una sequenza di protocolli scientifici, ma anche un atto di speranza spesso doloroso e sospeso. Un percorso che potenzialmente può riguardare chiunque, indistintamente. Come ci ha insegnato E.R., non tutto può essere ridotto a numeri e statistiche. C’è molto altro dentro l’organismo di un individuo che non sempre può essere previsto da un calcolo.
In conclusione, in questo secondo episodio di In Utero la sceneggiatura compie un salto qualitativo, spostando l’asse dal come si crea la vita al chi siamo una volta nati. La dinamica della coppia omogenitoriale pone quesiti importantissimi quali “Colei che tra le due partorisce è più madre?” o “C’è differenza tra maternità sociale e maternità biologica?”. Il medical dunque non vuole essere solo una serie sulla scienza ma anche sui rapporti umani e sentimentali. Questo episodio di In Utero, inoltre, si chiude con un colpo di scena riguardante il suo protagonista, che sicuramente aprirà altre questioni etiche e altri dilemmi. Noi per il momento non possiamo che rimanere con il fiato sospeso fino a venerdì prossimo, mentre i volti dei pazienti visti fino a ora ci scorrono calorosamente davanti agli occhi.







