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C’era una volta il sogno americano, uno Spritz in riva a una piscina con indosso una pelliccia e il desidero di fare tanti, tanti soldi. Ecco servita la ricetta della seconda puntata di Euphoria 3, quella in cui Sam Levinson dà vita a quella che sembra essere una vera e propria parodia del nostro tempo. Un quadro storto, piazzato al centro della stanza, che racconta l’America, e non solo, attraverso due archetipi: gli ingenui e gli scaltri. O forse, più semplicemente, coloro che fingono di essere l’una o l’altra cosa. Ma ciò che in questo racconto appare autentico lo scopriremo soltanto alla fine della stagione, quando Euphoria 3 calerà il sipario su quella che, in questa puntata, ha assunto i contorni di un’opera teatrale.
Spazi ristretti, luci soffuse, personaggi che, una volta usciti di scena, non fanno ritorno, escludendoci dalla narrazione proprio come accade a teatro, quando un attore abbandona il palcoscenico. La seconda puntata di Euphoria 3 si trasforma così in una rappresentazione in cui ogni personaggio è chiamato a interpretare un ruolo criptico, mai dichiarato neppure a chi condivide lo stesso spazio. Perché raramente in questo episodio le interazioni sono sincere. La verità resta inaccessibile, schermata, nascosta. Tutti, in un modo o nell’altro, mentono, contaminando gli ambienti, rendendoli densi, irrespirabili.
Una sensazione costante che, nel corso della puntata, si materializza diventando immagine, presenza tangibile. La più potente metafora di ciò che Sam Levinson sta cercando di raccontare in una Euphoria 3 che, forse proprio con questo episodio più che con il primo, racconta di un mondo desolato fatto di profitti e perdite

Una lunga sequenza di immagini disturbanti, tanto visive quanto sonore: corpi che si spezzano nel dolore, urla trattenute, strazi che si imprimono nella pelle. Ultimi sguardi immersi in luci soffuse che, anche senza preavviso, percepiamo già come addii definitivi. È il caso di Angel, che guarda in macchina e anticipa, con gli occhi, la sua possibile fine.
Una puntata disturbante, sì, ma anche radicale, che rinuncia a ogni convenevole per raccontare quello che sembra essere uno degli obiettivi più feroci di Levinson: smantellare il sogno americano, raccontarlo nella sua distruzione. Una consapevolezza che non appartiene a tutti i personaggi. C’è chi continua a inseguirlo, sapendo di poter fare solo quello. E c’è chi è convinto di stringerlo tra le mani, di esserne il protagonista assoluto.
E poi c’è chi arranca. Come Maddy, che dall’esterno sembra averlo raggiunto, e che parla di capitalismo con la stessa intensità e consapevolezza con cui si parlerebbe dell’amore di una vita di cui si conoscono tutti i limiti. È proprio attraverso di lei che il regista scolpisce una dichiarazione d’intenti: questa stagione di Euphoria 3 vuole essere un racconto spietato, diretto, senza filtri, che racconta che gli americani amano il denaro e, soprattutto, tutto ciò che può distruggerli più di quanto potrebbe salvarli.
Attraverso il suo sguardo osserviamo la crescita vertiginosa di TikTok negli ultimi anni, tocchiamo con mano le conseguenze della pandemia nella crisi delle imprese, e affrontiamo uno dei temi centrali di questa stagione: la mercificazione del corpo all’interno delle piattaforme social. Un tema che ha acceso il dibattito fin dal trailer e su cui Levinson sta costruendo un discorso sempre più insistente. Lo vediamo in Cassie, che si rifugia in questo universo per pagarsi dei fiori, ma anche nella prima cliente di Maddy, Katelyn.
Niente nudità esplicita, nessuna ostentazione diretta. Meglio suggerire, lasciare intravedere, dicono Maddy e la ragazza. Ma bastano pochi scatti, un pizzico di confidenza in più, per trasformare Katelyn in qualcosa di diverso: perfettamente a suo agio davanti alla camera, libera in ogni forma, fino a raggiungere in un solo anno un successo da 700.000 dollari. Un traguardo che, ancora una volta, Maddy può solo osservare da lontano.
In questa puntata di Euphoria i personaggi non si raccontano: si vendono, e non stiamo parlando Katelyn. Diventano prodotti, confezioni perfette, versioni migliorate di se stessi. Lo fa Maddy con Cassie, guardandola con una miscela di pietà e lucidità. Intuisce, ascoltandola, che tutto ciò che le è rimasto è un matrimonio con quello che, fino a quattro anni prima, era il suo ex instabile. E allora costruisce la sua maschera migliore. Arriva in piscina con una pelliccia, nonostante i trentacinque gradi, come se potesse dominare persino il clima, come se ne fosse al di sopra. Sorride, brilla, e trasforma l’amica in un passatempo, un oggetto, qualcosa con cui intrattenersi. Il sogno americano torna a farsi vedere, ancora una volta. Distorto, irraggiungibile, crudele, ma forse possibile nella mente di chi sente, per un attimo, di essere superiore a un altro essere umano.

A tentare di vendersi è anche Nate, schiacciato da un debito di quasi 600.000 dollari e deciso a trasformare i suoi vicini in una fonte di guadagno. Ma per farlo deve fingere, costruire una narrazione fatta di successi e illusioni, ancora una volta nel nome del sogno americano.
A incrinare questa messinscena interviene Cassie che, inaspettatamente, rivela il suo progetto su OF alla moglie dell’uomo che Nate stava cercando di raggirare, rischiando così di far scoprire i debiti dell’azienda. Ed è proprio in quel momento che Nate torna a essere ciò che abbiamo imparato a conoscere: manipolatore, calcolatore. Invece di risolvere la questione in privato, espone tutto in pubblico, davanti alla persona a cui ha tentato di sottrarre 100.000 dollari. Un gesto studiato, preciso: dimostrare di non avere nulla da nascondere, separare il progetto di Cassie dal fallimento dell’azienda, imporsi come unica voce autorevole. E ciò che dice diventa verità indiscutibile e assoluta per quelli che adesso sono solo clienti in quella stanza.
Nello strip club di Alamo, intanto, Rue sembra entrare in una nuova fase della sua esistenza. Come raccontato nell’episodio, gli anni precedenti sono stati segnati da una pesante ricaduta, che l’ha allontanata dalla madre e dalla sorella. Ora tutto sembra più stabile, ma la sensazione è che la salita non sia affatto terminata. Basta osservare l’ambiente in cui si rifugia: desolante, logoro, eppure, paradossalmente, l’unico luogo in cui si sente al sicuro, nonostante i segnali d’allarme siano evidenti. Dietro il mondo di Alamo si intravede qualcosa di più profondo, qualcosa di oscuro che aspetta solo di emergere.

A definire ulteriormente l’intenzione dell’episodio è il ritorno di Jules. Una presenza quasi irriconoscibile, svuotata, distante. Solo all’inizio, nella sospensione irreale di un ascensore, riaffiora per un istante la Jules che conoscevamo: un accenno di sorriso, uno sguardo che racconta ancora qualcosa.
Ma è un attimo che svanisce subito. Nella casa di un uomo sposato in cui le è stato permesso abitare, Jules si spegne. Diventa fredda, distante, incapace di credere in ciò che lei e Rue sono state. Parla sottovoce, descrive le relazioni come sequenze intercambiabili, una fila di volti destinati a sostituirsi l’un l’altro. È svuotata, arida, priva di slanci. Trova giustificazioni per ogni emozione che non prova. Non conosce la nostalgia, dice, perché è troppo facile romanticizzare ciò che è lontano. E l’unico momento che concede a Rue resta fuori scena: un bagno condiviso in una vasca che non ci è dato vedere. Perché questa puntata è teatro puro. Gli attori esistono finché restano nello spazio della rappresentazione. Oltre quel confine, scompaiono. E ciò che interpretano non è altro che il prodotto che stanno cercando di vendere: se stessi.
Una puntata disturbante, che sembra evocare l’estetica di Lars von Trier fusa con una tensione quasi western degna di Tarantino. Ed è proprio in questa sequenza soffocante, claustrofobica, che emerge una riflessione inquietante: qui la pornografia non riguarda il corpo, il sesso o i social. Quella è solo la superficie. Il rischio reale è un altro: che Euphoria si trasformi in pornografia del dolore, incapace di trovare equilibrio, spingendosi oltre il limite fino a smarrire il senso. In questa puntata non accade, ma la possibilità è lì, tangibile, pronta a manifestarsi.
A smentire o confermare questa traiettoria saranno i prossimi episodi (che come sempre verranno distribuiti su Sky e in streaming su NOW e HBO Max). Per ora resta una lettera disillusa, lucida, inquieta. Un messaggio rivolto a un mondo che non racconta più, ma vende. Non ascolta, ma fa offerte. Non attende, ma impone. Una lettera distante, proprio come Jules, indirizzata a una realtà capovolta in cui l’offerta tenta disperatamente di superare la domanda, anche a costo di dimenticare chi si è davvero. Come accade a Cassie, che in questo episodio confessa di non sapere più chi sia. Perché quella risposta l’ha smarrita anni fa. E non ha mai più avuto la forza, o forse il bisogno, di cercarla.






