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Doctor Who – L’ultimo saluto di Twelve è un inno all’immortalità

Doctor Who

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sullo Special Natalizio 2017 di Doctor Who

E alla fine è arrivata la Pasqua nel giorno di Natale. Dopo esser stato “lasciato andare” da un immenso Peter Capaldi, protagonista di un ultimo monologo da brividi, il Dottore è risorto ancora una volta, assumendo le sembianze rivoluzionarie di una donna. Appuntatevi queste parole chiave, perché lo Special Natalizio 2017 di Doctor Who ci ha raccontato con l’eleganza di sempre una storia che avevamo già vissuto dodici volte (più una): il Dottore cade continuamente, ma torna sempre in vita. Trattenere le lacrime non è stato semplice, e lo testimoniano gli occhi profondi di Twelve al termine dell’ultima danza all’interno della sua TARDIS: un momento toccante, pregno di lirismo e spessore come tutto l’episodio, la sua era, quella di Steven Moffat e di Murray Gold, anch’essi al passo d’addio.

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Tutto molto bello, anche se in fondo non è successo granché. Twice Upon a Time, infatti, non partiva da presupposti idilliaci (Moffat, convinto di non aver più niente da raccontare in un contesto natalizio, avrebbe preferito chiudere con il season finale della decima stagione, salvo poi tornare sui suoi passi per facilitare il lavoro dell’erede Chris Chibnall) e la trama, seppure intrigante, non è altro che un pretesto per concedere un degno congedo a Capaldi. Come abbiamo anticipato fin dal titolo, l’appendice dell’ultima stagione moffatiana di Doctor Who è un inno all’immortalità che buca lo schermo con l’abituale linguaggio metatelevisivo d’addio per celebrare se stesso, la forza di un grande show che sa stare al passo con i tempi da 54 anni e un protagonista, il Dottore, condannato alla solitudine e benedetto da un alone profetico unico.

Twice Upon a Time scava ancora dentro la sua anima, scomposta e ricomposta a più riprese negli anni di Twelve, con una fiaba intimista che mette da parte la spettacolarità di un tempo (The Time of the Doctor e The End of Time) per mettere il Dottore di fronte ad un doppio specchio, nel quale si riflette anche il suo riflesso, il Primo Dottore (interpretato da uno straordinario David Bradley). I due hanno volti diversi e quattro cuori uguali, messi a dura prova dal tarlo del dubbio: è giusto andare avanti? Che senso ha rigenerare se stessi e rinascere per sopravvivere ancora alla morte delle persone più care? Un mondo senza il Dottore sarebbe un posto migliore? La risposta, soprattutto nell’ultimo caso, è un sì convinto (ma non troppo) che porta i due Dottori a lasciar la mano di sole ossa per tornare in vita un’altra volta.

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Il valore della speranza, incarnata dal “Dottore della Guerra” che accende la luce persino nei tunnel più bui, assume i toni natalizi più imprevedibili nel palcoscenico funereo della Prima Guerra Mondiale, fermata per un giorno da una tregua che ha fatto la Storia quanto il Male che ha portato con sé quella terribile pagina. Grazie alla forza dei ricordi e della memoria, la cui “testimonianza” ci regala un punto di riferimento imprescindibile, è possibile smorzare l’ineluttabilità della morte, accantonata in nome di una strada più lunga da percorrere. E grazie a questo ci ritroviamo di fronte le defunte Clara e Bill, ancora una volta vicine al Dottore, vive nel sorriso appena accennato del solo Twelve.

La fine che attende ognuno di noi può attendere (almeno) il tempo di un abbraccio e della caduta di un anello che si abbandona sul pavimento per segnare l’inizio di una nuova epoca. Quella della splendida Jodie Whittaker e dell’ottimo Chris Chibnall, ora attesi dalla prova più difficile: tener giovane il vecchio Dottore senza nome, risorto a Natale per ricordarci (e ricordare a se stessa/o) di amare e non odiare, combattere per il bene e non per il male, correre veloce, esser coraggiosi e gentili, non mangiare le pere e prendere spunto dai bambini, capaci di lasciar sempre aperta la porta dei sogni anche nel bel mezzo di un incubo.

Antonio Casu 

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Scritto da Antonio Casu

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