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1899: la realtà è nella nostra mente – La Recensione della nuova serie dai creatori di Dark

La mente è più estesa del cielo – perché – mettili fianco a fianco – l’una conterrà l’altro – e Te, anche

La mente è più profonda del mare – perché – tienili azzurro contro azzurro – l’una assorbirà l’altro – come una spugna un secchio assorbe

Emily Dickinson

I versi che accompagnano l’apertura della nuova ed enigmatica serie Netflix 1899 mettono fin da subito in chiaro che quello a cui stiamo per assistere è un viaggio che scava ben oltre gli abissi dell’oceano, raggiungendo la profondità delle ombre della mente.

Ombre. Proiezioni di luce, o assenza di quest’ultima. Filo conduttore che apre e chiude la vicenda della serie 1899, ideata da Baran bo Odar e Jantje Friese, disponibile dal 17 novembre su Netflix. Il passato dei passeggeri del piroscafo Kerberos è avvolto nell’ombra; ciascuno di essi scappa dal proprio destino, lasciandosi alle spalle il vecchio continente alla volta di New York. L’oscurità che avvolge i segreti dei protagonisti aleggia nell’aria, su cui pesa la notizia della scomparsa dell’imbarcazione Prometheus, ormai dispersa in mare da 4 mesi. A fare da cornice all’angosciante prologo è l’atmosfera cupa che caratterizzerà poi l’intera vicenda, la cui natura ermetica è rimarcata dai toni freddi e spettrali e dalla fitta coltre di nebbia che circonda la nave, metafora dell’assenza di chiarezza della narrazione, che fa del mistero il suo più grande punto di forza. Ancor più della fotografia, è infatti l’universo simbolico in cui è immerso il Kerberos ad accrescere nello spettatore la sensazione che, ciò a cui si assiste, è solo la punta di un gigantesco iceberg. Lo stesso nome del piroscafo rimanda al Cerbero (Kérberos appunto) della mitologia greca, uno dei mostri a guardia dell’ingresso degli Inferi. La nave è a sua volta metafora della mente che naviga sulla superficie delle acque, ricettacolo di un inconscio impossibile da conoscere per definizione.

“Quello che c’è nel fondo del mare resta un mistero, un mondo nascosto nell’ombra”

Simboli geometrici, codici e numeri occupano le sequenze di ognuno degli 8 episodi che compongo la serie, aspettando di essere decriptati tanto dagli spettatori quanto dai protagonisti stessi. La più importante sequenza numerica è rappresentata tuttavia dalle coordinate geografiche ricevute dal capitano Eyk Larsen (Andreas Pietschmann) il quale, a discapito del parere unanime dei passeggeri, inverte la rotta mosso dalla certezza che, quelle coordinate, lo condurranno al relitto Prometheus. Il ritrovamento della nave scomparsa mesi prima non fornisce però alcuna risposta sulle sue sorti, accrescendo al contrario ancor di più il mistero. Degli oltre mille passeggeri che trasportava, non vi è infatti alcuna traccia; l’unico sopravvissuto è un bambino apparentemente muto che stringe tra le mani una piramide.

“Pensa se a bordo ci fossero solo ombre”

1899
1899 (640×360)

All’arcano del Prometheus si aggiungono poi le vicende dei singoli, i cui oscuri passati si intrecciano e si ricollegano, in un modo o nell’altro, ai segreti celati dallo spettro della nave, come nel caso della giovane dottoressa Maura Franklin (Emily Beecham). La donna ha infatti intrapreso il viaggio verso il nuovo continente nella speranza di rincontrare suo fratello, passeggero della Prometheus di cui non ha più notizie da mesi. Ciò che trova sulla nave è però molto di più. Dopo essersi affiancati al relitto, i passeggeri della Kerberos si ritrovano infatti sempre più sospesi tra i propri sogni e i propri ricordi, varcando costantemente i labili confini della realtà, offuscati dalle ombre delle proprie paure. La serie comincia così ad assumere sempre di più le sembianze della sorella Dark, figlia dello stesso creatore Baran Odar. La presenza di vere e proprie finestre temporali che conducono i protagonisti fisicamente nel passato dei ricordi, richiamano ai viaggi temporali a cui ci avevano abituati I segreti di Winden. Tuttavia, quest’autocitazione stilistica seppur ridondante non fa altro che rimarcare il colpo di scena dato dalla conseguente scoperta delle diversità che intercorrono tra 1899 e Dark, confermando però la qualità cinematografica che lega i due prodotti, serie di punta del catalogo Netflix. Alle componenti distopiche e fantascientifiche, 1899 affianca infatti tematiche ben diverse, alcune delle quali molto attuali. Gli oscuri eventi che cominciano a susseguirsi sulla Kerberos spingono i passeggeri a interrogarsi sulla verità, identificando nell’alterità la causa del male. La serie 1899 offre quindi (anche) un originale spaccato sull’immigrazione clandestina, sottolineando la differenza fra classi sociali e lo scontro tra queste all’interno del micro cosmo della nave; mentre la classe agiata è alla ricerca di un colpevole, gli immigrati clandestini si rivolgono a Dio o, ancor più precisamente, al creatore.

Chi è però il creatore di un universo distopico? Per rispondere a questa domanda, 1899 ci propone un altro quesito: che cos’è la realtà?

“L’intera realtà è tutta nella nostra mente. Non sapremo mai se gli stimoli nel cervello sono causati dalla realtà o da un suo costrutto”

Alle citate componenti fantascientifiche e simboliche, 1899 affianca un’inaspettata componente filosofica e psicologica, rimarcando ancora una volta la centralità della mente. Il micro cosmo della nave torna a essere un’ombra, proiezione della realtà di cui manca però il quadro completo: la nave assume metaforicamente le sembianze della caverna del mito platonico, da cui la dottoressa Franklin è ossessionata sin da bambina. Per osservare la realtà dalla giusta prospettiva è necessario cambiare punto di vista, risvegliando la coscienza dal sonno della ragione causato dalle emozioni e dalle paure. Il risveglio è quello che interrompe i flashback di ciascun protagonista all’inizio di ogni episodio, svegliati dai propri sogni (“wake up”) da una voce di donna. Il risveglio però è anche l’ennesimo dettaglio che offre un’ulteriore riflessione allo spettatore; nella cabina di Maura è infatti possibile scorgere il romanzo “Il Risveglio” di Kate Chopin, romanzo psicologico femminista che tratta del bisogno di liberarsi dalle convenzioni che intrappolano le donne, costrette dalle catene (platoniche e non) della società patriarcale.

Gabby Wong
1899 (640×360)

Sommersa di simbolismo dall’inizio alla fine, 1899 rende evidente da questa prima stagione che, quelle offerte finora, sono solo alcune domande a cui riusciamo a dare ancora troppe poche risposte, che trovano parzialmente voce solo nei due episodi conclusivi, costruendo però ottime basi per le stagioni che ne verranno e offrendo una quantità infinita di spunti di riflessione. La serie conferma quindi lo straordinario talento dello sceneggiatore Baran Odar, la nuova certezza dell’universo seriale fantascientifico.

Ciò che è perso sarà ritrovato recita il sottotitolo di quest’imperdibile serie Netflix, simbolo di una verità che, per quanto nascosta negli abissi dell’inconscio, troverà sempre il modo di tornare a galla. Basterà solo offrirle l’opportunità di uscire dall’ombra.