Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.
Scopri come →Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?
Trova quella giusta per te →Non sai che serie iniziare?
Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Con il terzo episodio, dal titolo Le note sono sette, la serie HBO Peccato continua a giocare con il confine tra realtà e finzione (qui in streaming su HBO Max). Questa volta sposta l’attenzione su una nuova ambizione di Emanuela Fanelli, che nel 2027 si ritrova a fare il suo debutto alla regia con un’opera prima destinata, almeno nelle sue intenzioni, a lasciare il segno. Peccato che, tra una commedia romantica decisamente discutibile e un’accusa di plagio da parte del regista Paolo Virzì, il percorso verso il successo si trasformi in una vicenda tanto assurda quanto irresistibile. Nella quale l’attrice dimostra ancora una volta di essere la persona meno indicata a mettere in discussione se stessa.
Se nei primi due episodi Peccato ci aveva accompagnato tra momenti inediti e retroscena immaginari della carriera di Emanuela Fanelli come attrice, questo terzo capitolo amplia ulteriormente il gioco. Mostrandoci una protagonista che non si accontenta più di stare davanti alla macchina da presa, ma decide di occuparsi praticamente di tutto ciò che riguarda un film, dalla sceneggiatura alla regia. Fino a interpretarne il ruolo principale. Il risultato di questa nuova avventura si intitola Pasticciona in amore, una commedia romantica che, almeno per come ci viene presentata, sembra contenere tutto ciò che il genere ha prodotto di più prevedibile, imbarazzante e involontariamente comico.
Emanuela Fanelli ci regala un altro irrestibile episodio di Peccato.

Al fianco della Fanelli ritroviamo Alessandro Borghi, coinvolto in un progetto nel quale entrambi sembrano essersi impegnati con una serietà inversamente proporzionale alla qualità dell’opera che stanno promuovendo. Ed è proprio qui che l’episodio trova uno dei suoi meccanismi comici più riusciti. Perché Pasticciona in amore è talmente goffo, stereotipato e traboccante di cliché da diventare irresistibile, trasformando ogni scena in una piccola celebrazione degli eccessi della commedia romantica, tra dialoghi improbabili, situazioni prevedibili e personaggi che sembrano usciti da un manuale su tutto ciò che non dovrebbe funzionare in un film.
La cosa più divertente, tuttavia, non è tanto assistere alla parodia di un genere cinematografico che conosciamo fin troppo bene. Quanto osservare la convinzione con cui i suoi interpreti sembrano credere nel progetto, presentandolo come se fosse destinato a rivoluzionare il panorama del cinema italiano. La Fanelli, in particolare, riesce a rendere credibile l’assurdità della situazione proprio perché non sembra avere alcuna intenzione di riconoscerla, incarnando una versione di se stessa nella quale l’autostima ha ormai raggiunto livelli tali da rendere superfluo qualsiasi confronto con la realtà. E se il film immaginario ci fa ridere per la sua goffaggine, è soprattutto la distanza tra ciò che vediamo e l’entusiasmo di chi lo ha realizzato a trasformare la sequenza in uno dei momenti più efficaci dell’episodio.
A rendere ancora più interessante questo capitolo arriva poi la vicenda legata a Paolo Virzì.
Il regista accusa la Fanelli di aver plagiato la sceneggiatura del film, sostenendo che l’idea gli fosse stata ispirata da una conversazione privata con l’attrice. La questione, che nella realtà dell’industria cinematografica potrebbe trasformarsi in una disputa tutt’altro che leggera, viene assorbita dalla logica surreale della serie. E diventa un ulteriore pretesto per mettere in scena le contraddizioni di un ambiente nel quale la reputazione, le polemiche e le dichiarazioni pubbliche possono assumere un peso persino maggiore delle opere che le hanno generate. Le proteste contro Emanuela Fanelli, infatti, sembrano destinate a colpirla soltanto sul piano mediatico, senza riuscire minimamente a intaccare l’immagine che lei ha costruito di se stessa. Anzi, la controversia finisce per diventare un’altra occasione per far parlare di lei, secondo una logica nella quale qualsiasi attenzione, anche negativa, può essere interpretata come una conferma del proprio successo.

La serie dimostra ancora una volta di saper costruire una satira efficace.
È una dinamica che la Peccato esaspera con intelligenza, trasformando la protagonista in una figura comicamente impermeabile alle critiche, convinta che il mondo intero debba necessariamente riconoscere il suo talento e che qualsiasi contestazione rappresenti soltanto un’ulteriore dimostrazione della sua centralità. In questo senso, la satira di Peccato non si limita a prendere in giro l’ego smisurato della sua protagonista. Ma colpisce anche un certo modo di vivere il mondo dello spettacolo, nel quale l’immagine pubblica finisce spesso per diventare un racconto autonomo, capace di sovrapporsi alla realtà e persino di sostituirla. La Fanelli immaginaria non ha bisogno di dimostrare di essere una grande regista, perché sembra aver già deciso di esserlo. Così come non considera necessario interrogarsi sulla fondatezza delle accuse che riceve, dal momento che qualsiasi circostanza può essere ricondotta alla narrazione che preferisce costruire attorno a se stessa.
Il titolo dell’episodio, Le note sono sette, riassume perfettamente questo gioco tra originalità, ripetizione e appropriazione. E lo fa attraverso la risposta con cui la Fanelli replica alle accuse di Virzì, ricordando che le note musicali sono soltanto sette e che, di conseguenza, le combinazioni possibili possono inevitabilmente assomigliarsi. Una spiegazione che, applicata alla questione del plagio, ha naturalmente tutta la solidità di un castello di carte, ma che nella bocca della protagonista diventa una risposta perfettamente coerente con il suo modo di affrontare il mondo. Ancora una volta, dunque, Peccato dimostra di saper costruire una satira efficace proprio attraverso l’esagerazione, senza rinunciare a quella leggerezza che rende il suo racconto tanto divertente quanto pungente.







