ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su The Diplomat 4.
Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.
Scopri come →Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?
Trova quella giusta per te →Non sai che serie iniziare?
Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →The Diplomat 4 ci riporta a una questione affrontata nelle recensioni di Lioness 3: gli spiegoni. Quei momenti nei quali gli autori usano i loro personaggi per illustrare al pubblico qualcosa, senza farlo vedere. Lo dimo, esattamente! Proprio come dicono in Boris 4. Citazioni e battute a parte, il paragone con Lioness 3 calza a pennello perché nella serie di Taylor Sheridan, che potete recuperare su Paramount+, e leggervi le nostre recensioni su Hall of Series, li abbiamo difesi, ritenendoli utili a chiarire dinamiche complesse che, altrimenti, sarebbe stato difficile rappresentare e comprendere.
In The Diplomat 4, invece, li mettiamo sotto accusa. Beh, forse metterli alla sbarra è un po’ troppo. Diciamo, piuttosto, che a occupare il banco degli imputati sono i dialoghi e la loro tendenza a trasformarsi in spiegoni, appunto. Chiariamo una cosa, però. Dialoghi e spiegoni non sono sinonimi. Il confronto con Lioness 3 serve a distinguere proprio questa cosa. Da una parte, le spiegazioni che ci aiutano a comprendere la storia. Dall’altra, i dialoghi che dovrebbero farla avanzare attraverso lo scontro fra i personaggi. The Diplomat ci ha abituati che i secondi sono uno stile di vita, una ragione d’essere. Il marchio di fabbrica di Debora Cahn, insomma. Il problema è che cominciano a essere ripetitivi. Non solo in quello che viene detto, ma anche nel come.
E allora i dialoghi cominciano a trasformarsi in spiegoni. Non perché manchino di brillantezza, ma perché tornano e ritornano. Come i peperoni mangiati la sera. Diventano troppo presenti, troppo estesi. Anche troppo ingombranti. E anziché dare profondità alla storia, finiscono per appesantirla. Le conversazioni si moltiplicano. Tizio dice a Caio, che riferisce a Sempronio, che confabula con Pippo, che parla con Pluto, che si incontra con Paperino. Ritornando sempre al punto di partenza.
The Diplomat 4: una stagione coinvolgente.
Quindi? Questa stagione è stata un disastro? Non è all’altezza delle precedente? Assolutamente no. Nonostante il nostro J’accuse iniziale, The Diplomat 4 ci è piaciuta. E molto, anche. Le otto puntate, che potete comodamente recuperare su Netflix, costruiscono una crisi internazionale continua, nella quale tutti sembrano adoperarsi per risolverla, rischiando di distruggere la NATO e far scoppiare la Terza Guerra Mondiale. Quando ingrana, The Diplomat sa coinvolgere i suoi spettatori. è fuori discussione. Il problema è arrivarci.
Sì, perché The Diplomat 4, nella prima puntata, ci rimette davanti a Kate (Keri Russell) e Hal (Rufus Sewell) che discutono, si spiegano, si rinfacciano sempre le stesse cose. Ancora loro e ancora quelle. Poi, a fine episodio, per fortuna sparano alla presidente. E un brivido ci ringalluzzisce: dai che ci siamo! Adesso si parte.
E infatti la stagione decolla. La crisi del Poseidon, le tensioni fra Stati Uniti e Regno Unito, e la disinvoltura con la quale vengono prese decisioni potenzialmente catastrofiche rendono la parte geopolitica interessante. Forse un po’ too much, in certi frangenti, ma anche divertente. In quel modo, a dire il vero un po’ inquietante, che ti fa ridere e subito dopo chiedere come sia possibile lasciare tanto potere nelle mani di persone del genere (che poi, la realtà, sappiamo tutti come sia...).
La sensazione che possa saltare tutto per aria funziona bene, fra minacce di embarghi militari, ricatti, informazioni nascoste, e iniziative personali che complicano inutilmente le cose semplici. La politica va avanti, gli equilibri internazionali cambiano. Le coppie, invece, restano e le relazioni umane sembrano cristallizzate. E non si tratta solo di Kate e Hal, ma anche di Grace e Todd, Stuart e Eidra. Tre relazioni diverse che, con intensità e responsabilità differenti, cominciano ad assomigliarsi un po’ troppo.
Il gioco delle coppie

Potremmo dire banalmente che le tre coppie sono uguali. Cambiano ruoli e responsabilità, ma la grammatica è quella: ti nascondo qualcosa, tu te ne accorgi, discutiamo, ci promettiamo di cambiare. Poi, ricominciamo da capo. Roba da terapia di coppia, insomma. Certo, non sono rapporti perfettamente sovrapponibili. E sarebbe ingiusto liquidarli come tali. Il problema è che cominciano ad assomigliarsi molto. Troppo. Quando invece avrebbero bisogno di distinguersi. Perché presi singolarmente, i personaggi sono belli, vivi, interessanti. Ricchi di sfumature, e interpretati da Dio. Ma quando convergono, quelle conversazioni che dovrebbero sorprenderci diventano fin troppo familiari. E prevedibili.
Prendiamo Kate e Hal. Sono quattro stagioni che li vediamo sempre fermi allo stesso punto. Il loro tira e molla comincia a mostrare la corda. Poco prima dell’attentato, Kate porta il marito in una cappella, gli giura amore eterno, nel bene e nel male, sembra voler mettere un punto e ripartire. Spoiler: lo aveva già fatto. Ma a parte questo, il tempo di uscire e si ricomincia, fra recriminazioni e vecchie ferite che vengono volutamente riaperte, per fare male. Non è che li vorremmo vedere come una felice famiglia del Mulino Bianco, non sarebbero loro. Ma che queste discussioni, almeno un paio a episodio, portassero a qualcosa.
Perché il punto è che litigano sempre per le stesse cose, lasciando lo spettatore, alla lunga, esausto.
Con Stuart (Ato Essandoh) e Eidra (Ali Ahn) la questione è un po’ diversa. Perché Stuart si conferma uno dei personaggi più belli di tutta la serie. La sua fedeltà al ruolo (vice capo dell’ambasciata) e all’istituzione (Dipartimento di Stato) è esemplare. Sembra uno di quei vecchi maggiordomi inglesi, inappuntabili, devoti, che non confondono il servizio con la devozione personale. Ammirano il datore di lavoro senza considerarlo infallibile. Stanno nell’ombra, ma si fanno trovare sempre pronti. Ecco, proprio queste qualità preziose, gli creano non poche difficoltà con Eidra, capo della stazione CIA. E, anziché restituirgli una dimensione ulteriore, finiscono per appiattirlo.
Stuart ed Eidra hanno tutto il diritto di avere una storia, ci mancherebbe. Il punto è che questa storia ripropone, con intensità diversa, attriti e sentimenti troppo simili a quelli della coppia principale. Invece di offrirci un modo diverso di stare insieme, The Diplomat 4 ci restituisce una variazione sul tema Kate e Hal. Col risultato che i due personaggi perdono la propria identità proprio quando dovrebbero, e potrebbero, spiccare il volo.
Diversa la situazione tra la presidente (Allison Janney) e il First Gentleman (Bradley Whitford). Per il momento, sono quelli che riescono a incuriosire di più. Perché non abbiamo capito fino in fondo se ci siano o ci facciano. Quanto sono consapevoli degli effetti delle loro mosse? Quanto il loro rapporto è complicità autentica o un accordo che conviene a entrambi? Stanno cercando di fare fuori Kate e Hal oppure finiscono per farlo anche senza un piano preciso? Il dubbio mantiene vivo il gioco. E mentre i Wyler fanno di tutto per sabotarsi, gli altri hanno più spazio per manovrare.
The Diplomat 4: Kate, la diplomazia e il bisogno di avere ragione
Ed è proprio qui che il gioco delle coppie smette di essere una questione privata. Perché i Wyler, le loro dinamiche, se le portano anche in ufficio. Con conseguenze non proprio circoscritte. Prendiamo Kate e come gestisce le comunicazioni tra Grace e la nuova Premier britannica. Invece di riferire quanto le viene comunicato dalla presidente e provare a negoziare da quella posizione (come le fa poi notare Hal…) decide di intervenire sul messaggio. Mente alla Premier, mente alla presidente. Poi si confronta con Stuart ed Eidra e naturalmente ne parla con Hal. Le conversazioni si moltiplicano, ognuno dice la sua. Ma il risultato finale qual è? Che le navi da guerra vengono schierate comunque e tutti la considerano, giustamente, inaffidabile.
Kate ha fallito. Senza sé e senza ma.
Perché non ha impedito l’esito che voleva evitare e si è compromessa agli occhi di tutti gli interlocutori. Sia chiaro: non la vogliamo infallibile. Non si può pretendere da un’ambasciatrice che esegua ogni ordine senza discutere. E nemmeno che il tentativo fallito sia una perdita di tempo narrativo. Si può raccontare che una strategia non funziona. Purché quel fallimento serve a qualcosa, che costringa il personaggio a fare i conti con i propri limiti. Qui, invece, si fa fatica a vedere qualcosa che non conosciamo già. Kate è convinta di sapere quale sia la soluzione migliore, agisce di conseguenza e lascia agli altri il compito di confrontarsi con la sua iniziativa. Kate è convinta di sapere quale sia la soluzione migliore. La sua alternativa, per altro validissima, dovrebbe convincerci per come viene costruita e non perché lei ci crede moltissimo.
Invece abbiamo di nuovo un sacco di dialoghi. Un sacco di accuse che tornano a pesare su The Diplomat 4. Non stiamo semplicemente seguendo una trattativa difficile. Ascoltiamo più volte le ragioni di comportamenti che ormai siamo in grado di anticipare. Il problema non è l’errore, ma la sua prevedibilità. E la fastidiosa sensazione che ogni conseguenza servirà soltanto ad alimentare il prossimo scontro. E quando arrivano le dimissioni, in pieno G7, quella sensazione raggiunge il culmine.
Il gesto, plateale, che dovrebbe pesare come una rottura finisce per sembrarci un’altra occasione in cui la presa di posizione personale prevale sulla gestione del ruolo. Il dissenso può essere legittimo, soprattutto quando la misura è colma. Ma contano anche il modo e ciò che si lascia agli altri da gestire. Kate rivendica la propria scelta davanti a tutti. Lo spettatore, arrivato fin qui, meriterebbe di vedere che cosa cambia dopo. E non stiamo parlando della quinta stagione.
Dio salvi la Regina. Pardon… il Re
In mezzo al delirio dei Wyler, il ricambio sul versante britannico ci lascia sensazioni contrastanti. Dennison (David Gyasi), il ministro degli Esteri, ci manca. La sua dipartita è un duro colpo perché il suo personaggio sapeva come rapportarsi con Kate. Ma ancora di più ci mancherà Trowbridge (Rory Kinnear). L’ex Prime Minister di The Diplomat 4, che abbandona la nave interpretando il Pagliaccio di Ruggero Leoncavallo, era capace di rendere ogni confronto potenzialmente esplosivo. Con lui non si sapeva mai come sarebbe finita. E questa imprevedibilità faceva bene alla serie, perché obbligava gli altri a reagire, a uscire dai propri schemi. Viene quasi da chiedersi se non mettesse in difficoltà anche chi doveva scriverlo. Una cattiveria gratuita, lo ammettiamo. Ma in una serie dove le dinamiche ritornano tanto facilmente, l’assenza di qualcuno che potesse scombinare le carte si sente. E si farà sentire.
Le nuove interlocutrici, però, ci piacciono. La Premier (Jodie Whittaker), che per un momento rischia di non venire eletta e lasciare spazio a un filo-nazista che incassa grana dal Cremlino, e la ministra degli Esteri (Abigail Marlowe) hanno un distacco che dà un attimo di tregua. Non sembrano particolarmente interessate a farsi trascinare nel mondo dei Wyler, dove ogni convinzione personale diventa un’emergenza e ogni emergenza richiede che tutti ascoltino le loro ragioni. Ascoltano, valutano, mantengono le distanze. Soprattutto, non si fanno intortare facilmente. Non restituiscono l’irruenza di Trowbridge, ma introducono una resistenza diversa, più fredda. E vedere Kate e Hal davanti a qualcuno che non si lascia immediatamente coinvolgere nei loro meccanismi è già un bel cambiamento.
Almeno i palazzi non discutono

Poi ci sono i luoghi. E qui, come sempre, abbiamo pochissimo da obiettare. Palazzi, residenze, interni: la magnificenza degli ambienti rimane la cosa che apprezziamo di più in assoluto di The Diplomat. Sarà una preferenza poco diplomatica, dopo tutto questo parlare di personaggi e sceneggiatura, ma tant’è. Anche quando una conversazione si allunga più del necessario, possiamo almeno guardarci intorno. E c’è quasi sempre qualcosa per cui vale la pena farlo.
Quegli spazi conservano una solennità che i loro occupanti si impegnano regolarmente a compromettere. Il contrasto è anche divertente, perché luoghi che suggeriscono una certa misura, una qualche responsabilità, un senso delle istituzioni, sono abitati da persone che spesso sembrano avere soprattutto bisogno di vincere una discussione. Noi, intanto, ammiriamo gli interni. Ognuno si consola come può.
A quando la quinta stagione?
Ma se arrivati alla fine, abbiamo già voglia di vedere la prossima stagione, il merito non è soltanto dell’arredamento. The Diplomat 4 ci è piaciuta, ci ha coinvolti, tenuti in tensione e anche divertiti. Ci ha fatto arrabbiare, certo. Anche un po’ delusi, sotto certi aspetti. Ma questo perché un eccellente prodotto è tale se scuote qualcosa dentro. E di tutte queste coppie, alla fine, ci importa sapere la fine che faranno.
Alla quinta stagione, quindi, ci saremo. Non per scoprire se Kate e Hal smetteranno di litigare. Non crediamo nei miracoli. Vorremmo però che i conflitti lasciassero un segno, che le promesse cambiassero realmente qualcosa. Vorremmo vedere Stuart ed Eidra imboccare una strada loro. Che questi personaggi, che tanto ci appassionano, riuscissero a modificare i propri equilibri e non solo quelli del mondo. Il gioco delle coppie può ancora divertire, purché qualcuno provi una mossa nuova. Noi, intanto, torneremo a tavola, sperando che nel prossimo menu, almeno i peperoni siano stati tolti.







