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Peccato 1×04 – La Recensione – To Play

Peccato, nuova Serie Tv HBO Max

Attenzione: sono presenti spoiler sulla quarta puntata di Peccato.

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La quarta puntata di Peccato, disponibile ogni venerdì su HBO Max, ruota attorno a una nuova iniziativa di Fanelli, che dopo un’apparizione a La Volta Buona di Caterina Balivo decide di dedicarsi all’insegnamento della recitazione. Questo perché convinta di aver finalmente individuato il segreto dell’arte interpretativa. La rivelazione arriva sotto forma di un’osservazione linguistica tanto elementare quanto, ai suoi occhi, rivoluzionaria: in inglese, to play significa sia recitare sia giocare. Un’associazione di parole sufficiente a convincerla di aver scoperto un principio fondamentale del mestiere, che la protagonista si affretta a trasformare in un vero e proprio metodo da trasmettere ai propri allievi.

Nasce così la “Fucina dei cocci dei talenti”, una scuola il cui nome sembra già contenere una previsione piuttosto accurata del suo destino.

La Fanelli si lancia nell’impresa con la sicurezza di chi non contempla la possibilità che le proprie intuizioni possano essere meno geniali di quanto immagina, ripetendo la sua scoperta con un entusiasmo che trasforma una semplice curiosità linguistica in una lezione magistrale. Più che un luogo dedicato alla formazione degli aspiranti attori, la scuola diventa l’ennesimo palcoscenico sul quale la protagonista può celebrare se stessa. Confermando quanto il suo bisogno di riconoscimento finisca per sovrapporsi a qualsiasi altra ambizione. La convinzione di poter governare ogni situazione attraverso il proprio carisma viene però messa alla prova quando una dichiarazione pronunciata in televisione si trasforma in uno scandalo dalle proporzioni inattese.


Peccato
Credits: HBO Max

Ospite di Caterina Balivo, la Fanelli riceve un complimento per il proprio aspetto glamour. E, nel tentativo di spiegare perché gli abiti le donino tanto, attribuisce il risultato alla propria magrezza. Una risposta che diventa rapidamente motivo di polemica, interpretata come un’offesa nei confronti delle persone grasse e rilanciata attraverso una successione di reazioni indignate, prese di posizione e richieste di responsabilità. A rendere la situazione ancora più grottesca interviene il Codacons, il cui coinvolgimento contribuisce a trasformare un episodio circoscritto in una questione di rilevanza pubblica. La vicenda assume così una dimensione sempre più sproporzionata, nella quale il dibattito sulle parole pronunciate dalla protagonista finisce per essere fagocitato dalla necessità collettiva di stabilire chi abbia sbagliato e quale condanna debba ricevere.

In tutto questo, Peccato osserva questo meccanismo con uno sguardo (ovviamente) ironico.

E lo fa mettendo in evidenza la rapidità con cui una dichiarazione può perdere il proprio contesto e diventare il pretesto per una controversia destinata ad alimentarsi autonomamente. La Fanelli decide di intervenire sulla propria immagine pubblica attraverso un progetto che dovrebbe dimostrare quanto sia sensibile alle questioni sociali. È in questo contesto che prende forma Pasticciona in amore – La serie, adattamento televisivo del film che aveva contribuito al successo della protagonista. Il progetto finisce però per trasformarsi in un’accozzaglia di personaggi, relazioni familiari improbabili e rappresentazioni costruite secondo una logica puramente quantitativa, nella quale l’inclusività diventa una lista di caselle da spuntare anziché un principio da tradurre in una narrazione credibile.

Il risultato è una produzione talmente impegnata a dimostrare la propria apertura da perdere completamente di vista la necessità di raccontare una storia, fino alla decisione di chiuderla per “eccesso di inclusività”. La trovata funziona perché colpisce contemporaneamente il desiderio della protagonista di ripulire la propria immagine e quella tendenza dell’industria culturale a trasformare questioni complesse in operazioni di facciata, nelle quali il messaggio dichiarato conta più della sua effettiva realizzazione. Non è difficile riconoscere, in questa incapacità di distinguere la buona intenzione dal risultato concreto, qualcosa del Michael Scott di The Office. Come il celebre manager, anche la Fanelli sembra convinta che basti desiderare sinceramente di fare la cosa giusta per ottenere automaticamente un risultato positivo.


Senza che la realtà abbia il diritto di interferire con la sua visione.

Con “To Play”, Peccato conferma così la propria inclinazione a utilizzare il mondo dello spettacolo come un laboratorio di deformazioni, nel quale ambizioni personali, convenzioni professionali e dinamiche della comunicazione pubblica vengono spinte verso esiti sempre più grotteschi. La puntata procede attraverso situazioni che si accumulano e si amplificano, sfruttando la tendenza di Fanelli a intervenire su ogni problema con soluzioni che finiscono per generarne altri, in una spirale comica nella quale la protagonista sembra essere l’unica a non accorgersi di ciò che sta accadendo.

La scoperta del to play diventa così la sintesi più efficace della puntata: per la Fanelli recitare significa giocare. Ma è soprattutto il suo modo di affrontare la realtà a trasformarsi in una rappresentazione continua, nella quale ogni errore viene reinterpretato come un’occasione per riaffermare la propria importanza. Il gioco, in fondo, non consiste tanto nel saper recitare quanto nel continuare a comportarsi da protagonista anche quando il sipario è già calato e il pubblico ha smesso di applaudire.