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The Terminal List 2 – La Recensione dell’attesa seconda stagione, ora su Prime Video

The Terminal List 2

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su The Terminal List 2.

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The Terminal List 2, uscita in otto puntate su Prime Video, lo scorso 21 ottobre, ci è piaciuta. Mettiamolo subito in chiaro, perché fra poco potrebbe sembrare il contrario. L’azione funziona, ritrovare i personaggi di Dark Wolf fa piacere e James Reece (Chris Pratt) continua a essere uno con il quale non vorremmo discutere. Nemmeno per un parcheggio. Eppure, mentre lo guardavamo rimettersi al lavoro, una domanda ha cominciato a ronzarci in testa. Per chi lo sta facendo, stavolta?

Nella prima stagione non avevamo bisogno di chiedercelo. Gli avevano ammazzato i compagni, la moglie e la figlia. Lui si era fatto una lista e aveva cominciato a cancellare nomi. Non cercava giustizia, non voleva rendere il mondo un posto migliore. Voleva vendetta. Brutta, sporca e dolorosa. Soprattutto per quelli sulla lista. Poteva piacerci oppure no, ma teneva insieme il tutto. Personaggio e dolore. Soprattutto la storia.
La lista, però, prima o poi finisce. Reece, invece, è ancora qui. E qualcosa bisogna pur fargli fare, ci mancherebbe. Così arrivano i terroristi, la CIA, le armi finite nelle mani sbagliate e gli amici da aiutare. Il lavoro non manca. Quello che ci convince meno è il motivo per cui debba tornare a occuparsene proprio lui.


Non perché lo volessimo vedere in pensione, a dare da mangiare ai piccioni. Ma fra avere una nuova missione e trovare una ragione per andare avanti passa una certa differenza. The Terminal List 2 prova a raccontarcela. Solo che, ogni tanto, sembra avere più fretta di rimettergli un fucile in mano.

Anche The Terminal List 2 può avere una certa poetica

Poesia? Ma che diavolo…? Sì, proprio poesia. Non certo i versi di Shakespeare, o quelli di Leopardi, sia chiaro. Seguiteci nel ragionamento. Nella prima stagione, quel fucile era quasi tutto quello che restava a Reece. Non aveva una vita alla quale tornare, ma dei responsabili da raggiungere. La lista gli dava una direzione e, insieme, la dava al racconto. Ogni nome cancellato lo avvicinava alla fine della vendetta, senza restituirgli niente di quello che aveva perso. Una bella fregatura, a pensarci. Ma era proprio lì che la storia faceva male.

Per questo parliamo di una sua poesia, per quanto brutale. Non nella violenza in sé, ma nel legame fra quello che Reece era diventato e quello che continuava a fare. Non dovevamo approvare i suoi metodi per capire perché non riuscisse a fermarsi. E il tumore rendeva tutto ancora più feroce perché il tempo poteva finire prima dei nomi. La prima stagione aveva questa forza, semplice ma non banale. In The Terminal List 2 i nomi sono finiti, il tempo forse no. Ed è qui che comincia il difficile. Perché si sa, la pensione è sempre dura per tutti.


Reece cerca una tregua, mentre gli altri gli preparano il lavoro

Reece e Raising hanno in comune un Dark Wolf. Gli intrecci tra serie principale e spin off sono molto interessanti in The Terminal List 2
Credits: Prime Video

Reece, intanto, quel tempo lo passa cercando di arrivare in Africa con la barca di Ben Edwards (Taylor Kitsch). Dopo averlo ammazzato, si è preso pure quella. A bordo, però, Ben continua a fargli compagnia. Si tratta chiaramente di allucinazioni derivate dal tumore che comincia a farsi strada. Insomma, non è proprio una crociera di piacere. Però, è così che The Terminal List 2 rimette in viaggio il suo protagonista. Ad aspettarlo c’è il padre di Raife Hastings (Tom Hopper), che lo accoglie nella sua riserva naturale. Reece comincia ad addestrare i guardiani contro i bracconieri e trova qualcosa che somiglia a una tregua.

Il resto del mondo, purtroppo, non ha intenzione di lasciargliela godere. Una serie di attentati riporta sulla scena Al Qaeda e, soprattutto, Mo (Dar Salim). Proprio quello di Dark Wolf, quello sul quale avremmo scommesso abbastanza serenamente. Ritrovarlo coinvolto negli attacchi è una sorpresa che funziona perché prima ancora di voler sapere come fermarlo, vogliamo capire che cosa gli sia successo.
Nel frattempo Raife scopre che negli attentati sono state usate armi vendute dalla società per cui lavora. L’idea era quella di farle sparire dalla circolazione vendendole agli alleati, invece sono arrivate ai terroristi. Qualcosa, nel servizio di consegna, dev’essere andato storto. Katie Buranek (Constance Wu), invece, sta scrivendo un libro su Reece e scopre che il suo giornale è stato acquistato dal magnate russo Vasili Andrenov (Costa Ronin), grande sostenitore della pace e della libertà di stampa. Che detta così, suona piuttosto comica.


Le premesse per ritrovarsi ci sono, insomma. Anche perché ciascuno ha in mano un pezzo della stessa faccenda, pur senza saperlo ancora. La stagione deve soltanto portarli sullo stesso terreno. Un bel po’ di incastri, prima ancora di cominciare a sparare tutti nella stessa direzione.

Cosa ti tiene ancora in piedi, Reece?

Ecco, una volta messi tutti sulla stessa strada, resta da capire perché Reece debba percorrerla fino in fondo. Non gli mancano le ragioni per intervenire, certamente. Mo è qualcuno a cui tiene, Raife pure, e fermare dei terroristi rimane un’attività più che rispettabile. Non pretendiamo una lettera motivazionale prima di ogni sparatoria. Ma la prima stagione ci aveva lasciati con un uomo che, esaurita la vendetta, non sapeva più che cosa farsene della propria vita. Affidargli un altro incarico non risolve automaticamente la questione.

La CIA gli offre la possibilità di curarsi, ed è un argomento piuttosto convincente. Almeno sulla carta. Il problema è che Reece non sembra così interessato a salvarsi. Prima resiste alla tentazione di lasciarsi morire, poi trova un equilibrio nella riserva, infine torna a combattere. Volendo un percorso ci sarebbe, e avrebbe anche senso: ricominciare dagli altri quando, per sé, non c’è molto da fare. Solo che i passaggi emotivi arrivano meno nitidi di quelli operativi. Sappiamo dove deve andare, chi deve cercare e che cosa deve fare. Che cosa stia cominciando a desiderare, invece, dobbiamo ricostruircelo un po’ da soli.


Non ci disturba che aiuti gli amici. Ci manca il peso che quelle scelte dovrebbero avere per lui. Perché un conto è tornare utile, un altro è trovare una ragione per restare al mondo. La stagione sembra avvicinarsi più volte a questa differenza, poi arriva una nuova urgenza e bisogna ripartire. E alla fine, quando il dolore torna a offrirgli qualcuno da vendicare, lo ritroviamo su un terreno più familiare. Che funziona, perché quel linguaggio lo conosciamo bene. Però lascia una piccola delusione. Ci avrebbe fatto piacere sapere cosa potesse diventare dopo la lista, perché che ci fosse spazio per aggiungere altri nomi, lo avevamo capito da soli.

The Terminal List 2: anche il tumore deve aspettare il suo turno

ll tumore è lì. Si fa sentire, durante la traversata, con le allucinazioni, condizionando non poco quel poco di vita che a Reece resta. Non è soltanto una scadenza da tenere presente. È qualcosa che gli impedisce di avere il pieno controllo di sé. E per uno abituato a sopravvivere grazie al controllo, non è un dettaglio da poco.
Poi arriva la missione e, curiosamente, la situazione si fa più gestibile. La CIA gli dà delle medicine, Reece torna operativo e quel cervello che fino a poco prima gli organizzava incontri con i morti comincia a collaborare. Non diciamo che i sintomi scompaiano del tutto. È il loro peso nel racconto a cambiare perché prima decidono le condizioni del viaggio, dopo sembrano soprattutto ricordarci che, prima o poi, bisognerà occuparsene.

Certo, le medicine sono una spiegazione. Le abbiamo viste, abbiamo capito. Il punto non è metterci a controllare la prescrizione, ma chiederci quanto quella spiegazione basti sul piano narrativo. Perché The Terminal List 2 insiste abbastanza sulla precarietà di Reece da farci aspettare che possa tradirlo nel momento meno opportuno. Poi, quando il momento arriva, lui è spesso molto più affidabile di quanto le premesse lasciassero immaginare. Addirittura meglio di quando stava “bene“, nella prima stagione. Buon per chi gli sta attorno, certo. Un po’ meno per la narrazione.


Non serviva farlo crollare a ogni sparatoria. Sarebbe diventato un altro automatismo, e nemmeno particolarmente divertente. Ma fra una malattia che condiziona ogni scelta e una che aspetta pazientemente il proprio turno c’era spazio per qualcosa di più continuo. Qui, invece, l’impressione è che quando bisogna raccontare quanto Reece sia vicino alla fine, il tumore ha un peso importante. Quando bisogna rimetterlo in pista, invece, molto meno.

Meno male che ci era piaciuta

Avevamo esordito dicendo che ci era piaciuta. E lo confermiamo: non era una svista. Perché, se sulle ragioni di Reece abbiamo qualche domanda, quando si passa all’azione The Terminal List 2 sa ancora come tenerci davanti allo schermo. Gli scontri sono violenti, rapidi, leggibili. Si capisce dove sono i personaggi, da dove arriva il pericolo e quanto poco ci voglia perché una situazione sotto controllo smetta di esserlo. Che sembra il minimo, ma non sempre lo è.

Ci piace soprattutto la varietà. Cambiano gli spazi, le distanze, il modo in cui bisogna affrontare la minaccia. Non abbiamo la sensazione di assistere alla stessa sparatoria con un fondale diverso. Non siamo dalle parti di Lioness, manca un po’ di sporcizia, ma quando Reece e gli altri devono fare il proprio mestiere il ritmo sale e noi li seguiamo volentieri.

A tenere insieme il tutto c’è poi quell’atmosfera da spy story un po’ retrò, fra trasferte internazionali, informazioni da verificare e gente molto rispettabile della quale sarebbe meglio non fidarsi. Ha qualcosa dei thriller anni Novanta e, in certi passaggi, un gusto alla James Bond. Non perché Reece mostri qualche particolare inclinazione alla vita mondana. Diciamo che frequenta posti interessanti, ma tende a rovinarne il soggiorno. È una cornice che funziona, che allarga il mondo della serie e rende piacevole attraversarlo.

E poi ci sono i cattivi. Oliver Grey (Jeremy Bobb), soprattutto, è uno che ritroviamo volentieri dalla parte sbagliata. Ci interessa vedere come si muove, non soltanto aspettare che qualcuno gli presenti il conto. Andrenov, invece, ci convince meno. È talmente impegnato a rassicurarci sulle proprie intenzioni che finiamo per insospettirci fin da subito. Ma nel complesso gli antagonisti danno alla stagione una presenza contro cui fare attrito, ed è tanta roba.

The Terminal List 2 e The Terminal List: Dark Wolf: certe facce fa piacere rivederle

Reece e Mo, si sono conosciuti in Iraq, ma poi le strade hanno preso due vie diverse
Credits: Prime Video

A rendere più interessante la compagnia, poi, contribuisce il legame con Dark Wolf. Rivedere Mo, Raife e gli altri non significa soltanto poter dire “questo lo conosciamo“. Significa portarsi dietro quello che abbiamo visto di loro, le scelte che hanno fatto e la fiducia che, nel frattempo, ci siamo presi la libertà di concedergli. Mo, soprattutto. Se il suo coinvolgimento negli attentati ci spiazza, è perché non stiamo guardando un nome su un dossier della CIA. Stiamo guardando uno che ci era piaciuto. E al quale vorremmo chiedere un paio di spiegazioni, possibilmente prima che comincino a sparare.

È qui che The Terminal List 2 sfrutta meglio il rapporto con lo spin-off. Cioè, quando quello che sappiamo rende meno semplice giudicare quello che vediamo. La missione dice una cosa, il ricordo del personaggio ne suggerisce un’altra. E noi restiamo in mezzo, che per un thriller non è affatto un brutto posto in cui stare. Anche il ritorno di Ben nelle allucinazioni di Reece acquista un sapore diverso. Sappiamo come è finita fra loro, ma ritrovarli a parlare riporta a galla un rapporto che non si lascia liquidare con la morte di uno dei due. Per fortuna, in questo caso.

Raife, poi, allarga il racconto senza farci sentire troppo lontani da casa. Ha una faccenda propria da risolvere, responsabilità che non dipendono soltanto da Reece e un passato che dà sostanza alla loro amicizia. È piacevole ritrovarlo non parcheggiato in attesa che il protagonista abbia bisogno di una mano, ma già alle prese con un problema piuttosto serio.

Certo, quando tutti hanno qualcosa da fare, ogni tanto il racconto deve lasciarne uno ad aspettare e un po’ di dispersione si sente. Ma il piacere dei ritorni rimane, soprattutto perché riguarda i legami. Dark Wolf ci aveva dato il tempo di affezionarci e questa stagione trova il modo di usare quell’affetto. E quando ci riesce, anche una missione della CIA smette per un momento di sembrare soltanto lavoro.

Una nuova prospettiva?

Forse è proprio da questi legami che la serie dovrebbe ripartire. Perché nelle persone che sono rimaste attorno a Reece potrebbe esserci qualcosa di diverso da altre vittime da vendicare. Qualcosa che gli dia un futuro, invece di rimetterlo ogni volta a fare i conti con il passato. Una bella storia da raccontare, insomma.

Intanto, The Terminal List 2 ci offre una stagione che guardiamo volentieri, fra azione ben fatta, vecchie conoscenze e un mondo più grande nel quale muoversi. Meno compatta della prima, più affollata, ma capace di farci venire voglia di vedere come andrà a finire. Perché Reece ci piace, ci interessa. E non soltanto per quello che sa fare con un’arma carica. Accontentarsi della sua efficienza sul campo è un peccato, perché il resto vale altrettanto. Forse anche di più