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American Horror Story 13×09/10 – La nostalgia non può sostituire una buona scrittura

American Horror Story

ATTENZIONE! L’articolo contiene SPOILERS degli episodi nove e dieci di American Horror Story 13

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Dopo aver trascorso buona parte della tredicesima stagione a riunire personaggi storici, recuperare vecchi fili narrativi e moltiplicare i misteri, American Horror Story arriva agli episodi 9 e 10 (disponibili sul catalogo Disney+) con un problema ormai difficile da ignorare: la quantità di idee non corrisponde alla loro efficacia. The Devil Is in the Details e The Prodigal Son dovrebbero rappresentare il momento in cui le diverse linee narrative convergono, le rivelazioni acquistano significato e la minaccia di Satana assume finalmente contorni definiti. Invece, il doppio appuntamento mette in evidenza tutte le debolezze di una stagione che sembra confondere la complessità con l’accumulo e la nostalgia con la scrittura (qui la nostra recensione ai primi episodi).

Il ritorno di personaggi provenienti da Murder House, Coven e Apocalypse avrebbe potuto offrire l’occasione per ampliare la mitologia della serie e sviluppare nuovi conflitti. Al contrario, molti di questi richiami sembrano esistere soprattutto per sollecitare la memoria degli spettatori, nella speranza che riconoscere un volto o recuperare un riferimento basti a generare coinvolgimento. Il risultato è una narrazione che guarda continuamente al proprio passato senza riuscire a costruire un presente altrettanto convincente. Le risposte arrivano, ma non producono la soddisfazione attesa. I colpi di scena si moltiplicano, ma raramente modificano in maniera significativa il nostro rapporto con i personaggi.


Constance e il Diavolo ballano nel nono episodio di American Horror Story 13
Credits: Disney+

Il nono episodio di American Horror Story, The Devil Is in the Details, affida a Jessica Lange uno dei confronti più importanti della stagione.

Nel lussuoso attico di Mr. Nas, Constance Langdon tenta di negoziare la propria posizione nel nuovo ordine che Satana vorrebbe instaurare. Le sue richieste, tra cui un futuro senza guerre nucleari, una donna alla guida degli Stati Uniti e un ruolo privilegiato per i suoi figli, restituiscono il ritratto di una donna convinta di poter manipolare qualsiasi situazione.

Il confronto con Nas mette in luce le contraddizioni di Constance, che vorrebbe essere una complice privilegiata del diavolo senza rinunciare alla convinzione di essere moralmente superiore a chiunque altro. Quando Nas le ricorda le crudeltà commesse nel corso della sua vita, la sua immagine di donna in controllo comincia a incrinarsi. La rivelazione secondo cui Nas sarebbe suo padre aggiunge un ulteriore livello al rapporto tra i due, ma conferma anche una tendenza ormai evidente. La stagione cerca continuamente l’effetto sorpresa, senza preoccuparsi abbastanza delle conseguenze narrative delle proprie trovate.

Jessica Lange rimane una presenza magnetica, capace di restituire a Constance arroganza, fragilità e un’inquietante consapevolezza di sé. Il problema è che la sua bravura finisce per mettere in risalto le carenze della scrittura. Il personaggio funziona perché il pubblico conosce già la sua storia, non perché questi episodi riescano a offrirle una nuova evoluzione convincente. Il passato diventa una scorciatoia emotiva. Invece di approfondire Constance, la serie si affida esclusivamente alla familiarità che lo spettatore prova nei suoi confronti.


Anche il rapporto tra Ben e Nas fatica a trovare una vera profondità.

La possibilità che il protagonista erediti il potere del padre e scelga di utilizzarlo per finalità differenti avrebbe potuto dare vita a un conflitto morale interessante. Ben, invece, viene trascinato rapidamente da una rivelazione all’altra, senza che la sceneggiatura gli conceda abbastanza spazio per elaborare ciò che sta scoprendo. La sua crisi identitaria rimane così più dichiarata che vissuta.

Il problema non è soltanto la prevedibilità di alcuni passaggi, ma l’assenza di un autentico coinvolgimento emotivo. Sapere che il destino dell’umanità è in pericolo non significa temere per esso. La stagione continua a raccontarci quanto siano enormi le conseguenze delle azioni dei protagonisti, senza riuscire a renderle tangibili. Il risultato è un’Apocalisse che esiste soprattutto nei dialoghi, mentre la paura rimane sorprendentemente ai margini.


Papa Legba nel decisimo episodio di AHS 13
Credits: Disney+

The Prodigal Son, prova a riunire il mosaico narrativo attraverso il ritorno di Mallory e il collegamento diretto con Apocalypse.

La rivelazione che Mallory abbia viaggiato nel tempo per uccidere Michael Langdon dovrebbe conferire un nuovo significato agli eventi. La sua azione, tuttavia, non ha eliminato Satana, ma lo ha spinto a elaborare un piano alternativo. Anche la scoperta che Mallory sia destinata a diventare la nuova Suprema offre una direzione alla storia delle streghe, ma arriva in una stagione che sembra più interessata a dichiarare l’importanza dei propri personaggi che a dimostrarla. Il suo potenziale rimane in gran parte teorico. Sappiamo che è fondamentale per gli equilibri del mondo soprannaturale, ma non sempre percepiamo la complessità delle responsabilità che dovrebbe assumersi.

I personaggi sono ridotti a pedine da ricollocare sulla scacchiera in vista dello scontro finale. Il loro ritorno suscita un riconoscimento immediato, ma non necessariamente un rinnovato interesse. Il problema è particolarmente evidente nel rapporto con Apocalypse. La serie riprende elementi e personaggi di una stagione che aveva già affrontato la fine del mondo e le conseguenze della presenza dell’Anticristo, ma non sembra trovare una ragione sufficientemente forte per tornare su quel terreno. La continuità narrativa finisce per diventare un vincolo. Anziché aprire nuove possibilità, costringe la tredicesima stagione a rincorrere una mitologia che aveva già esaurito buona parte del proprio potenziale.

American Horror Story 13: il diavolo è nei dettagli, ma i problemi sono ovunque

The Devil Is in the Details e The Prodigal Son avrebbero dovuto rappresentare la svolta della tredicesima stagione. In realtà, ne confermano i limiti principali: una scrittura sovraccarica, una mitologia che si espande senza acquisire maggiore profondità, personaggi storici utilizzati soprattutto per alimentare la nostalgia e un horror che fatica a suscitare paura.


Le interpretazioni, in particolare quella di Jessica Lange, costituiscono ancora un punto di forza, ma non possono sostenere da sole un impianto narrativo così fragile. Anche i collegamenti con Murder House, Coven e Apocalypse sembrano più un tentativo di recuperare il prestigio del passato che il risultato di un progetto capace di rinnovare davvero l’universo della serie.

Il problema di questa stagione non è la mancanza di idee, bensì l’incapacità di selezionarle, svilupparle e trasformarle in una storia coerente. Tutto viene presentato come fondamentale, ogni personaggio sembra destinato a cambiare il corso degli eventi e ogni rivelazione promette di ridefinire quanto abbiamo visto. Ma quando tutto è straordinario, niente riesce più a esserlo davvero.

Il diavolo, in fondo, non dovrebbe aver bisogno di tante spiegazioni per fare paura. E American Horror Story, dopo tredici stagioni, dovrebbe sapere che la nostalgia non sostituisce la scrittura, il fan service non equivale all’approfondimento e un’Apocalisse non è automaticamente terrificante soltanto perché minaccia di distruggere il mondo. Questi due episodi preparano uno scontro, ma non riescono a dimostrare perché dovremmo essere davvero interessati a vederlo. Più che una svolta, sono la conferma di una stagione che accumula ambizioni e riferimenti senza riuscire a trasformarli in un horror convincente.