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From è un ottimo gioco interattivo, ma forse siamo troppo diffidenti per partecipare

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla seconda stagione di From

From, From, From e ancora From. Tutti gli appassionati di serie tv guardano From, tutti gli appassionati parlano di From, tutti si entusiasmano all’idea di esser finalmente di fronte alla prima vera erede spirituale di Lost dopo innumerevoli tentativi non andati in porto. Insomma: piaccia o meno, abbiamo a che fare con un solido fenomeno mediatico che stiamo vedendo nascere e crescere in contemporanea con la sua messa in onda, consci del fatto che la sua giovane storia abbia notevoli margini di sviluppo nei prossimi anni. Ma c’è un sottile ma, per molti versi riscontrabile più dagli addetti ai lavori che dal pubblico: non si sta parlando della serie tv nei termini che sarebbe legittimo attendersi da una produzione del genere. Perché? Perché sembra stia mancando una componente fondamentale: l’interazione con gli autori. Un’interazione diretta, associabile a un gioco interattivo in cui si guarda qualcosa anche con l’idea di stare un passo avanti rispetto a chi, questa storia, l’ha ideata e sviluppata.

From, in sostanza, è una serie tv che si presta perfettamente al balletto delle teorie e delle speculazioni, alle analisi maniacali e alla ricerca dei dettagli più pignoli funzionali all’ideazione di una tesi che disveli l’intricato rebus messo in piedi nel corso di due stagioni, ma sembra che il pubblico sia al momento reticente all’idea di stare al gioco. Sì, è vero: Reddit, la casa madre della stragrande maggioranza delle teorie più intriganti elaborate negli ultimi anni sulle migliori serie tv in circolazione, è piuttosto attiva nel cercare delle risposte concrete ai dilemmi posti dagli sceneggiatori, eppure sembra che l’approccio degli spettatori sia differente rispetto al passato. E che uno dei fattori capaci di fare grandi, in passato, tre serie che intorno alle teorie avevano costruito di riflesso un immaginario comune dai rarissimi eguali, la già citata Lost, Twin Peaks e Game of Thrones, sia invece piuttosto tiepido tra il pubblico che sta cavalcando l’onda di From. Perché? È interessante domandarselo: potrebbe darci un’idea più chiara di come si stiano evolvendo i fruitori medi di serie tv, consci delle dure lezioni spesso date dagli errori commessi in passato dagli autori dei titoli più significativi. Lezioni che forse, gli autori di From, hanno appreso al meglio.

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Come si diceva in apertura, sorprende perché di From si parla ogni giorno di più. Un fenomeno popolare che sul substrato popolare ha costruito le sue fortune, nato dal basso e dal passaparola come accade sempre meno spesso in un mondo ormai dominato dalle poche major del settore: la serie, d’altronde, ha visto la luce all’interno di un network secondario semisconosciuto in Italia, Epix, ed è distribuita nel nostro Paese da una piattaforma di streaming in grande crescita ma ancora non diffuso capillarmente, Paramount+. Se da un lato l’elemento accresce i meriti di From e la associa in qualche modo a un altro fenomeno mediatico seriale degli ultimi anni, la Mr. Robot che si è fatta grande nonostante sia stata distribuita dalla piccola USA Network, dall’altra sembra limitare il potenziale che la serie, pur con i suoi evidenti limiti, ha mostrato di avere. Perché tutti parlano della serie e lo rimarchiamo ancora, ma tutti chi? Uno zoccolo duro che si è rapidamente costruito intorno alla serie tv e raccoglie un pubblico di veri appassionati, senza riuscire al momento a sconfinare nel campo di chi, alle serie tv, non è granché connesso.

Per intenderci: Lost, Twin Peaks e Game of Thrones furono seguite nel tempo anche da chi era sostanzialmente disinteressato alla serialità televisiva, divenendo così fenomeno di massa senza più argini. From no.

Certo: due stagioni possono non essere sufficienti per raggiungere i picchi che le serie menzionate hanno raggiunto più in là, ma basta questo per definire le modalità d’approccio degli spettatori? No, affatto. Il punto, in realtà, si connette a due fattori che connettono – senza volerlo – i percorsi del pubblico e degli autori di From: un certo scetticismo da parte dei primi, più infervorati nel discutere a proposito della qualità globale della produzione e dei confronti continui con la “cugina” Lost che nel parlare di teorie, e un certo “attendismo” palesato dai secondi nel corso della stagione due. Ma perché gli spettatori sono diffidenti? Perché ritengono in buona misura – e con una discreta dose di ragione – che star dietro agli autori di From non serva a niente. E visto che non serve a niente, non è manco intrigante provarci. Scottati dalle infinità di teorie più o meno valide che erano state proposte dagli utenti di tutto il mondo mentre Lost e Game of Thrones andavano in onda, in gran parte rivelatesi poi dei giganteschi buchi nell’acqua, e delusi più o meno giustamente dalle soluzioni poi offerte dagli autori delle serie, il pubblico pare non voler più stare a un gioco in cui ci si scontra con l’amaro spettro della disillusione, dopo anni di sogni e speranze investiti sulla qualità di una narrazione dagli evidenti limiti sul lungo periodo. Con la maniacalità del redditor di turno che ha spesso superato quella di certi sceneggiatori, meno legati alla coerenza interna di trame a tratti deficitarie.

Gli autori di From, però, potrebbero aver trovato la strada giusta per evitare di ripetere gli errori di Lost, con cui condividono peraltro i produttori: hanno deciso di prendere tempo, senza mai girare in tondo. Dopo una prima stagione in cui domande e risposte si erano alternate con un ritmo incalzante e travolgente, attraverso modalità affini a quelle applicate dalla “cugina”, nella seconda il racconto si è dilungato su questioni e approfondimenti che sono andati oltre la natura stessa degli intrighi, tenuti di frequente sullo sfondo per agevolare lo sviluppo di personaggi e diramazioni sociologiche della comunità di sopravvissuti. Le risposte sono state pochissime mentre le domande e i plot twist, riservati in particolar modo a chiusure di puntata ancorati alla necessità di applicare le vecchie regole dei cliffhanger in un contesto di trasmissione settimanale, hanno tenuto alta l’attenzione del pubblico in una stagione che ha avuto il coraggio di essere transitoria fino al teatrale colpo di scena degli ultimissimi minuti.

Un coraggio che si palesa in una certa insoddisfazione da parte di una frangia di pubblico, unita in coro nel rimarcare che “non sia successo niente”, ma che potrebbe rappresentare un investimento fruttifero sul lungo periodo. La scelta, infatti, ha permesso agli autori di mantenere il pieno controllo su un racconto più bloccato non sfuggito di mano nel vano tentativo di assecondare gli umori degli spettatori (sbaglio che purtroppo ha fatto per anni la stessa Lost), ha dato struttura e solidità a personaggi e situazioni con la definizione di una cornice che ha creato dei presupposti esplosivi per la terza stagione, e tenuto compatto il racconto andando a ridurre il pericolo di incappare in buchi ed errori di continuity. Tutto ciò mentre tutti si aspettavano tutt’altro, all’alba di un successo non ancora abbastanza definito da concedere una licenza del genere. A quale prezzo? Al di là della parziale insoddisfazione, comunque contenuta in una cerchia minoritaria di spettatori, il gioco interattivo ha trovato meno spunti perché continuiamo a non capirci niente e non abbiamo avuto alcuna risposta a supporto di alcuna suggestione: From, in questo momento, potrebbe andare in qualunque direzione possibile. E pur avendo tutte le caratteristiche chiave per essere una perfetta “serie da teorie”, non è al momento “teorizzabile” se non in rare occasioni in cui appigliarsi comunque a fantasiose speculazioni.

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Ci ritroviamo allora in una situazione simile a quella vissuta dai personaggi stessi. Loro malgrado immersi in un mistero dai rarissimi indizi concreti, e condotti a un progresso solo in situazioni affidate a un’intuizione o un salto nel vuoto senza alcuna garanzia. All’interno di un contesto in cui si fatica a comunicare, condividere le informazioni e confrontare le conoscenze acquisite, come ci si aspetterebbe in quel tipo di scenario. Al pari del pubblico, chiuso nella religiosa attesa di cosa accadrà senza avere la volontà di anticipare i tempi, “fregare” gli autori e arrivare alla risoluzione dell’enigma prima del tempo. Un merito degli sceneggiatori, senza alcun dubbio. Ma anche un’opportunità persa, visto l’altissimo potenziale di un gioco interattivo di questo tipo. Un potenziale che Lost, invece, seppe sfruttare al meglio dando vita, indirettamente, a una divertente ossessione collettiva che aveva unito eserciti di utenti alla ricerca disperata di risposte dentro i primi forum. Un potenziale che ha a suo modo fatto grande Lost, dentro un duello rusticano tra spettatori e ideatori che si è risolto solo con lo splendido finale di serie, arrivato dopo diverse stagioni in cui la serie era diventata ingestibile anche per coloro i quali l’avevano creata dal nulla. La scelta di campo di From e del suo pubblico, invece, rappresenta l’occasione andare più linearmente da un punto A a un punto B, ma renderà meno divertente seguirla col calore di chi sogna che vada in onda la versione futura di una storia presente solo nella sua testa. Chi avrà ragione? Di questo, almeno di questo, ne siamo certi: lo capiremo solo quando si deciderà di mettere il punto conclusivo.

Fino ad allora: que sera, sera. Sarà quel che sarà.

Antonio Casu