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Un articolo controcorrente su Castle Rock

Castle Rock

Arrivare alla fine del quarto episodio di Castle Rock è stato complesso. Anzi, è stata davvero un’impresa. La nuova serie Hulu – prodotta dall’eclettico J. J. Abrams –  porta sul piccolo schermo la cittadina fittizia del Maine sfondo e ambientazione di molteplici storie di Stephen King. Attesa sia per il soggetto, amatissimo da milioni di persone, sia per le modalità di narrazione. La curiosità infatti verteva sulle modalità di trattazione delle molte opere di un autore tanto prolifico. La risposta è stata peculiare. Non è un adattamento vero e proprio né una trasposizione pedissequa. In parole povere è un ibrido.

Castle Rock

Castle Rock è un’opera originale (King figura comunque tra i produttori) che prende in prestito materiali dalle sue opere per raccontarci storie ispirate ai principali racconti dello “zio” Stephen, ambientate nella sua più famosa città. Sono infatti diverse le sue opere che ruotano attorno a questa ipotetica cittadina del Maine. Da subito è evidente che l’approccio scelto è quello di cercare di coinvolgere in egual misura sia il pubblico avulso dalle opere dello scrittore americano che quello più affezionato. Per quest’ultimo le strizzate d’occhio citazionistiche sono una sorta di costante iniezione di carburante emotivo.

Per certi versi questa scelta produttiva riprende in parte il lavoro fatto da Marvel e Disney nelle due ultime loro colossali produzioni: Infinity War e Star Wars. Ammiccare allo spettatore più affezionato cercando di inserire rimandi e citazioni alle opere originali (fumetti o pellicole che fossero) mantenendo una presa salda sul nuovo pubblico. Business is Business. Questo è ciò che si è cercato di fare, dichiarandolo fin dal principio, in Castle Rock (qui vi raccontiamo la reazione di Stephen King).

La serie quindi è apparentemente creata sia per ossessivi fan che per novizi. I primi episodi però risultano pesanti nelle atmosfere e deboli sui personaggi.

Ammetto, non sono un grande appassionato di King. Questo non vuol dire che non lo apprezzi, tutt’altro, ma non abbastanza innamorato da vedere un prodotto brutto e insignificante a tutti i costi. E a osannarlo. Come milioni d’altre persone ho letto diversi suoi libri. Molti li ho divorati con grande piacere, ma non mi considero un suo fan estremo.

Castle Rock

Detto ciò, la possibilità di venire accompagnato in un vagabondare carico di tensione in una delle cittadine immaginarie più affascinanti della letteratura contemporanea era troppo ghiotta da farsi sfuggire. Chiariamo subito una premessa. Indipendentemente da tutto, le opere di King, come di molti altri autori contemporanei di narrativa, rientrano di diritto nella Letteratura. Quella con la “L” maiuscola. Sinceramente, però, al netto dei frequenti rimandi indiretti ai romanzi di Stephen King fatti “ad hoc” per i fan più radicali c’è poca sostanza. Rimandi indiretti poi perché gran parte dei diritti di riproduzione di quelle opere sono in mano ad altri.

Il cast, per quanto interessante nei nomi, risulta davvero debole e mal sfruttato. La drammaturgia messa in scena è letteralmente priva di tensione narrativa. L’orrore non arriva mai ai bordi del nostro campo visivo. Nelle opere del prolifico scrittore americano l’orrore invece si insinua lentamente tra le pagine. Non arriva mai diretto e selvaggio. Ma in Castle Rock di Abrams ne resta solo un eco lontano. Non è una questione di tempi e ritmi, ma più di cifra stilistica. Sembra essere una scelta volontaria.

Nessun personaggio ha la possibilità di svilupparsi in maniera accettabile nei primi episodi. Viene data priorità e centralità all’atmosfera. Ma senza risultare mai realmente coinvolgente. I dialoghi, in questo abbastanza vicini allo stile di King, non permettono di svilupparsi attorno a una voce individuale ma restano a loro modo “corali” e con abbastanza mordente.

Castle Rock

Il limite più grande, il difetto imperdonabile, è la “location“. Castle Rock avrebbe dovuto essere il cuore pulsante l’orrore che racchiude. Una delle capacità più grandi di Stephen King è il riuscire a far trasudare i luoghi di cui parla delle peggiori emozioni che li abitano.

Basti pensare, citando un altro suo capolavoro “It“, a quanto renda “malsana” la cittadina di Derry (sempre nel Maine) nella quale è ambientata la storia. La cittadina è satura dei miasmi malefici dei suoi abitanti. La Castle Rock che vediamo è cupa e spenta, ma senza anima. Una dei dettami della scrittura letteraria e spesso seriale è:

“L’ambientazione è un personaggio”

Qui, la città di Castle Rock è una co-protagonista ingenerosa, costretta a sgomitare tra i suoi “umani” colleghi senza poter primeggiare. Non riesce a emergere ma resta come algido fondale privo di profondità. Unica nota realmente positiva è il “tribunale dei bambini“. La scena è uno dei pochi picchi di qualità di un prodotto sottotono, che per non rischiare di spiacere, non osa.

Castle Rock

La serie migliora nel terzo e quarto episodio. Inizia finalmente a concentrarsi su cittadini specifici e su come si sono adattati (o meno) alla vita in una città che dovrebbe essere in difficoltà e spiritualmente malata. Ma siamo quasi a metà di una stagione di 10 episodi e Castle Rock non è ancora riuscita ad andare oltre un generico senso di mistero spettrale e una buona recitazione.

Quando si decide di adattare un lavoro o un’ambientazione per un nuovo prodotto artistico è necessario che si emancipi presto e inizi a lavorare in autonomia. Non  semplicemente come una riproduzione di un altro testo o dei ricordi di qualcun altro. Altrimenti, non stai creando una nuova Serie Tv, ma un “Dvd” di contenuti extra.

Leggi anche: Castle Rock – La recensione (piena di speranze) di “The Box”

Written by Enrico Maccani

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