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When They See Us: il confronto con i personaggi realmente esistiti

When They See Us
When They See Us

Ci sono storie che sono destinate all’eternità. Macchiano – con la loro sola esistenza, seppur lontana – il nostro presente di negatività e ribrezzo. Nel 1989 cinque ragazzi perdevano del tutto la loro facoltà alla vita, venendo investiti da pregiudizi e rabbia che cercavano di sopraffare la loro individualità. Questo è When They See Us, questa è la storia dei cinque ragazzi del Central Park.

La miniserie creata da Netflix nel 2019 ha raccontato la loro storia e lo ha fatto nel modo più reale e concreto possibile. Nessun eroe, solo antagonisti. Il racconto nero su bianco di cinque vite che – fin dal principio – sono state condannate alla sofferenza e imprigionate dentro celle che non permettevano difese. Un incontro sul ring che prevedeva solo attacchi.

Ma cosa è successo veramente nelle vite di questi cinque ragazzi durante quegli anni? Proviamo a fare un confronto tra la storia raccontata nella serie e la realtà concreta e non romanzata dei fatti che – vi avvertiamo – dentro vi lascerà solo profonda amarezza.

Abbiamo parlato di concretezza, e il miglior modo per metterla in atto è guardare il volto di un ragazzino di quattordici anni che, invece di fare una partita a calcio, ha dovuto affrontare – come potete vedere – un interrogatorio che aveva come soggetto lo stupro nei confronti di Trisha Meili, una ragazza di 28 anni. Korey, così come Kevin Richardson, Raymond Santana, Antron McCray e Yusef Salaam fu accusato senza alcuna prova reale. Innocente fino a prova contraria, ma solo se la tua pelle ha determinate tonalità: questa è stato il succo della condanna per questi ragazzi.

Cerchiamo adesso di andare per gradi: cosa successe quel giorno?

Trisha Meili la sera del 19 aprile dell’89 – come sua consuetudine – andò al Central Park per una corsa che le avrebbe portato via circa un’oretta. Le cose non andarono come previsto: da quel tragitto ne uscirà solo quattro ore e mezza circa dopo e non tutta intera. Questa è la storia di uno stupro, ma i media e l’America intera hanno decretato che non fosse questo il fatto fondamentale. No. Sulla pelle di una persona hanno lucrato e hanno decretato: questa era la storia di come avessero sempre avuto ragione sui neri. Questo è il potere del razzismo: distorcere qualsiasi fatto di cronaca non guardando la vittima o il colpevole, ma afferrare l’occasione giusta per rivendicare il proprio diritto all’odio. Quella sera fu estremamente drammatica perché se da una parte Trisha venne picchiata e successivamente violentata, da un’altra un gruppo di trenta ragazzi circa terrorizzava il Central Park. Non servì nient’altro, e così, senza alcuna prova – se non la loro presenza al Central Park – il gruppo dei cinque ragazzi fu immediatamente arrestato. La normale procedura impone che per la tutela del minore l’identità e i vari dati personali debbano rimanere ignoti, ma – con la stessa velocità dell’arresto – tutto venne reso noto.

Così, come bestie da macello, furono trattenuti per ore intere dalla polizia senza la presenza di alcun avvocato, genitore o tutore. A digiuno e di sete furono torturati emotivamente e questo portò i cinque ad andare nel panico cercando di capire come salvarsi da un epilogo che sembrava essere già deciso. L’America era arrabbiata, chiedeva un nome, un colpevole, qualcuno a cui sputare il veleno addosso. Chiedeva un’indagine che permettesse di dichiarare che avevano sempre avuto ragione a odiare quello che era diverso da loro. La polizia convinse i ragazzi a confessare promettendogli che in questa maniera le cose sarebbero state più semplici, e che in qualche modo ne sarebbero usciti. Tutti quanti firmarono una dichiarazione di colpevolezza volontaria e diedero al mondo ciò che voleva: cinque nomi.

When They See Us

La confessione fatta dai cinque era tutto fuorché attendibile. Ogni dichiarazione di colpevolezza fu ripresa, ma le ore che la precedevano no. Ognuno contraddiceva la versione dei fatti dell’altro: si ritenevano tutti complici del vero e proprio aggressore che cambiava nome a ogni testimonianza. Le vicende che raccontavano non avevano coerenza tra loro per via degli orari incongruenti, posti diversi e modalità di abuso differenti. Antron McCray accusò un ragazzo di Porto Rico, Korey Wise disse di aver solo tenuto giù la ragazza, Yusef Salaam – dopo esser stato convinto dalla polizia riguardo al ritrovamento delle sue impronte digitali sui vestiti della vittima – si è sentito intimidito e ha confessato. Tale confessione fu, però, ritrattata. La paura, come ha raccontato lui stesso, era implacabile e lo costrinse a costituirsi. Quello che sentiva provenire dalla stanza accanto lo torturò psicologicamente: gli agenti picchiarono Korey Wise e al ritorno gli dissero: “lo sai che sei il prossimo?”.

Perfino il DNA scagionava definitivamente i ragazzi: non era il loro quello ritrovato sulla scena. L’accusa, di conseguenza, fu basata soltanto sulle confessioni di cinque minorenni impauriti.

Il processo e le condanne: cosa successe?

A maggio del 1989 i sei furono accusati di aggressione, tentato omicidio, stupro e rapina. Tutti tranne Richardson vennero assolti per il tentato omicidio, mentre per ognuno di loro la condanna era la medesima: tutti colpevoli dello stupro di Trisha Meili. Ognuno di loro passò in carcere tra i 5 e i 13 anni.

Un posto, quello, che non gli apparteneva e non li rassomigliava. Un posto che odiavano e che odiava loro. Li riconosceva come i colpevoli e li trattò senza mai alcun ritegno o umanità: bestie da macello da demolire con noncuranza nei confronti della vita, dell’individualità e della dignità. Il destino fu ancora più triste per Wise, che – a differenza degli altri – non andò nei carceri minorili ma in diversi penitenziari dove subì violenze da parte degli altri detenuti.

E Trump, in tutto questo, cosa c’entrava?

Donald Trump – che ai tempi era un ricco imprenditore di New York – fin da subito incanalò l’odio razziale americano e lo trasmise in quattro giornali della città. Utilizzò quella rabbia cittadina pagando di tasca sua quattro pagine per chiedere non un assoluzione, non uno studio più approfondito delle indagini, non la verità. No. Lui chiese di reintrodurre la pena di morte per i cinque ragazzi, nonostante in quel momento non fossero stati neanche formalmente accusati. La sua battaglia nei confronti dei cinque adolescenti andò avanti per tutto il tempo, e anche di fronte alla caduta di tutte le accuse continuò a incolparli dell’accaduto.

When They See Us

La verità e la caduta di tutte le accuse arrivò. E l’America chiese scusa, come abbiamo visto anche in When They See Us.

Matias Reyes. Questo è il nome. Questo era quello che l’America chiedeva, ma è arrivato troppo tardi. Nessuno poteva aspettare tutti questi anni per un colpevole perché era necessario avere un nome, solo quello. La sicurezza che qualcuno stesse pagando, e non era importante se lo stesse facendo al posto di chi dovesse. L’importante era avere cinque visi di tonalità disprezzabili per il paese su cui sputare la loro ragione alla diffidenza sempre utilizzata.

La confessione di Reyes non lasciava alcun dubbio: ogni pezzetto di quella sera trovò un perché e un come, la coerenza dei fatti narrati faceva comprendere le dinamiche dell’accaduto e – cosa più importante – il DNA combaciava con quello trovato sulla scena del crimine. Nonostante alcune opposizioni, di fronte alla chiara evidenza la Corte Suprema di New York dovette annullare tutte le accuse a carico dei ragazzi. In quel momento, di fronte alla consapevolezza di aver riversato odio nel posto sbagliato, il paese chiese scusa iniziando varie proteste contro ogni forma di razzismo. Nel 2003 i cinque fecero causa alla città di New York per 250 milioni di dollari, ma il contenzioso venne risolto solo 11 anni dopo grazie al sindaco Bill De Blasio. Ognuno è riuscito, dal momento dell’assoluzione, a ricominciare da capo costruendosi una vita lontana da quelle celle che rispecchiasse a pieno le loro individualità. Ma questo non dovrà mai essere un motivo per guardare il lieto fine accennando un sorriso: questa è una storia triste. Poteva non esserci alcun bisogno di lieto fine. Allora quantomeno nessuno osi mai dimenticarla, e che questa ci educhi all’umanità: base necessaria per far si che in cella si ci possa finire con delle reali accuse.

When They See Us è stata fondamentale in questo: ha raccontato le vicende ma il vero processo lo ha fatto nei confronti di una nazione che non ha aspettato un momento prima di inveire. Sulla poltrona dei colpevoli abbiamo il pregiudizio americano, seduto e inerme. Non può fare più niente. La sua impotenza lo disprezza, come fece lui nel 1989.

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Written by Annalisa Gabriele

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