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#VenerdìVintage – Ti sblocco un ricordo: L’Uomo Tigre

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I cassetti della memoria si riempiono man mano che gli anni passano. Ci sono cose belle, cose brutte o cose che semplicemente sono lì perché è giusto che ci siano. Aprire i cassetti della memoria e trovarvi i ricordi della nostra infanzia è ritrovare un mondo che credevamo perduto per sempre. Tutto ciò che è necessario fare è chiudere gli occhi e guardarci dentro. Questo è anche lo scopo della nostra rubrica: Ti sblocco un ricordo. Vogliamo portarvi indietro nel tempo, vogliamo entrare nella vostra mente e visitarla insieme a voi. Vogliamo aiutarvi ad aprire cassetti della memoria che non ricordavate di avere, nel grande armadio della vostra vita seriale (come abbiamo fatto con Lupin III). Chiudete gli occhi quindi e iniziate a immaginare, non prima però di aver letto la parolina magica che sbloccherà il vostro ricordo, il titolo della serie tv di cui oggi vi vogliamo parlare. Per farvi capire il tema dell’articolo di oggi, ci basta citare la sua sigla, indimenticabile. Inizia in sordina, con un ruggito, e poi le parole Riccardo Zara fluiscono a ritmo di musica. Solitario nella notte va, se lo incontri gran paura fa, il suo volto ha la maschera. Misteriosa la sua identità, é un segreto che nessuno sa, chi nasconde quella maschera… È l’Uomo Tigre che lotta contro il maleeeee, combatte solo la malvagitààààà. Non ha paura, si batte con furore ed ogni incontro vincere lui saaaaaa.

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Sì, avete capito bene. Oggi vi sblocchiamo uno dei ricordi più belli della vostra infanzia: quello dell’Uomo Tigre. L’anime del wrestler mascherato è stato trasmesso per la prima volta in Italia su Rete 4 nel 1982 e in seguito su diverse emittenti private regionali. La prima serie ha inizio in Giappone nel 1969 ed è stata prodotta dalla Toei Animation. Tratto dal manga ideato da Ikki Kajiwara e disegnato da Naoki Tsuji, i cartoni animati dell’Uomo Tigre si dividono in 105 episodi sceneggiati da Massaki Tsuji, per la regia di Takeshi Tamiya e i disegni di Keiichiro Kimura. Il cartone è una pietra miliare della serialità animata che è denso di simboli è messaggi, lasciatecelo dire: un vero capolavoro. Non perdiamo quindi altro tempo e immergiamoci nella storia del combattente mascherato.

L’Uomo Tigre, la nascita dell’icona

La storia dell’Uomo Tigre è quella di Naoto Date, un orfano cresciuto nell’istituto Chibikko House, che con l’inganno viene preso da una organizzazione malavitosa chiamata La Tana delle Tigri. Il loro scopo è quello di addestrare i ragazzi alla lotta libera e al wrestling, con dei metodi crudeli e cinici allo scopo di renderli così feroci da poter guadagnare sulle loro vittorie nei vari combattimenti. Gli allenamenti sono delle vere e proprie torture, con lotte all’ultimo sangue e combattimenti contro animali feroci, in modo che possa emergere il vero campione, per selezione naturale. Naoto Date riesce a superare tutte le tremende prove e diventa uno dei più forti lottatori della Tana delle Tigri. Per nascondere la sua vera identità durante i combattimenti si nasconde il volto con una maschera di Tigre e si fa chiamare Tigerman. Inizialmente l’Uomo Tigre è crudele e spietato nei suoi combattimenti e nella violenza riversa tutta la sua rabbia e le sue frustrazioni legate al suo passato, al punto da essere soprannominato Il diavolo giallo dal pubblico, che lo detesta.

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Un giorno però tutto cambia: vinto dalla voglia di rivedere i vecchi amici d’infanzia, il nostro Naoto/Tigre, decide di visitare a distanza di moltissimi anni la casa degli orfani. Ed è proprio l’incontro con i bambini, che fa scattare in lui la voglia di stravolgere il proprio modus vivendi. Il cambiamento ideologico di Naoto però, non si realizza nel giro di una puntata: è un lungo travaglio, pieno di incertezze, pieno di paure. Una volta raggiunta la piena consapevolezza di essere nel giusto, l’uomo decide di rinnegare la Tana delle Tigri e devolvere l’incasso delle vincite in favore dell’orfanotrofio. Da quel momento in poi la setta rappresenterà per Naoto il nemico da cui fuggire e con cui lottare, una sorta di Batman costretto a lottare contro la Setta delle Ombre. Visto il grande successo della prima parte venne in seguito realizzata anche la seconda serie, divisa in 33 puntate all’interno della quale ci saranno diversi cambiamenti a partire dai disegni, più curati e molto meno stilizzati della precedente versione. Al posto della Tana delle Tigri troviamo un’altra organizzazione criminale chiamata “Federazione Spaziale” con a capo il ricco petroliere arabo Hassan, il cui scopo è quello di distruggere la Federazione di wrestling NJPW. Ad indossare gli abiti dell’Uomo Tigre questa volta non è più Naoto Date, ma Tommy Haku un giornalista cresciuto anche lui presso lo stesso orfanotrofio del suo predecessore e anch’egli addestrato presso la Tana delle Tigri.

La maschera, il messaggio

Naoto Date negli anni di pubblicazione (e poco più tardi in quelli della messa in onda dell’anime) diviene un vero e proprio eroe nazionale. La storia dell’Uomo Tigre si colloca infatti negli anni dopo la Seconda Guerra Mondiale e si rivolge a una generazione provata dal conflitto, senza una stabilità economica. È proprio in questo scenario, estremamente realistico, che la figura di Naoto appare perfettamente veritiera: la società giapponese è in lenta ripresa dagli orrori della guerra e i bambini rimasti soli non mancano. Il post-guerra appare chiaro anche nelle ambientazioni di manga e anime, dove il cielo è perennemente coperto dallo smog e dai fumi delle industrie, e gli scenari sono quasi sporchi, tristi. La forbice tra poveri e ricchi si vede chiaramente anche nel corso dei combattimenti: gli orfani che lottano sono osservati dagli spalti da ricchi industriali che fumano i loro sigari. L’Uomo Tigre è la fotografia di un Giappone desideroso di ripartire, di lasciarsi alle spalle il suo passato. Non sembra quindi un caso che proprio la Germania, lo stesso paese che un tempo fu alleato e padrone dei destini del Giappone, sia diventato la sede di Tana delle Tigri. La metafora funziona e fa il successo dell’opera di Kajiwara. Naoto Date è il Giappone. Un uomo che, poco alla volta, riesce a rialzare la testa, a scrollarsi di dosso il suo passato di sgherro di un’organizzazione malvagia, e a diventare un lottatore leale e amato dal grande pubblico.

Proprio ciò che stava cercando di fare il Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale, lo scrollarsi di dosso il loro manto di alleato della Germania nazionalsocialista per diventare, dopo molta fatica, un paese amato e rispettato all’interno della comunità internazionale. L’Uomo Tigre quindi era ciò che ogni giapponese voleva essere in un momento critico della storia del proprio paese. Una persona capace di conquistarsi con il sudore, con le lacrime e con il sangue, una vita migliore. Un uomo capace di diventare il punto di riferimento per la propria comunità, aiutando gli altri in maniera tale da essere sprone ed esempio per tutti. Per capire l’entità del fenomeno, pensate che nel 2011, anno del terribile tsunami che colpì la costa del Giappone, le donazioni anonime a orfanotrofi ed enti di carità per la ricostruzione portavano spesso il nome Naoto Date come benefattore anonimo. L’Uomo Tigre è protagonista vecchio stile e giapponese vecchio stile. Eroe tragico pronto a caricarsi il peso della responsabilità del mondo sulle spalle, forte d’animo e di muscoli, drammatico e solitario, pronto a qualsiasi sacrificio per il bene comune. Più che un personaggio animato, l’Uomo Tigre è un’icona. Un simbolo di eroe, di uomo, d’atleta, un concetto spirituale in un contesto più fisico che mai. Non a caso molte produzioni successive si ispireranno a lui e molti combattenti della vita reale indosseranno la sua maschera. La verità però è che sebbene cambi chi indossa le vesti della tigre, non cambia la sua missione e il suo messaggio. Quel desiderio di dire al mondo che, indipendentemente da chi vestirà i panni dell’Uomo Tigre, ci sarà sempre qualcuno disposto a lottare per il bene.

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Scritto da Giacomo Simoncini

“Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose. Ad un mondo di numeri ne preferisco uno di lettere. Scrivo per coinvolgere gli altri, per far appassionare le persone a ciò che amo. ”

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