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#VenerdìVintage – Siamo un po’ tutti Stanis La Rochelle

Ci sono serie tv che ci rimangono nel cuore. Piccoli momenti della vita passati davanti a quel piccolo grande schermo che sempre di più appare come un compagno di viaggio di cui non possiamo fare a meno. Se poi la produzione in questione è totalmente made in Italy e è di altissima qualità, è ancora più facile che rimanga impressa nella memoria collettiva di noi italiani. Boris è una di queste. Per alcuni è la miglior serie tv tricolore prodotta nel nostro stivale. Perché? non è questo il momento e non è questo l’articolo in cui parlarne. Oggi vogliamo raccontarvi di uno dei protagonisti indiscussi della comedy sul pesciolino rosso. Un istrione, un attore che come dice la noiosissima Mi-nyeo di Squid Game, sa fare tutto tranne quello che non sa fare. Un uomo che per certi versi è una vera e propria icona pop della serialità, che con i suoi modi di fare, con le sue facce basite e con quel carisma attoriale diametralmente opposto alla sua bravura rimarrà per sempre scolpito nell’immaginario di tutti i milioni di fan di Occhi del Cuore. Signore e Signori, parliamo di Stanis La Rochelle. Dai! Dai! Dai!

Tra la variopinta fauna umana che si aggira negli studi di Pomezia, quello di Stanis è il più camaleontico tra gli animali. A tratti un rettile velenosissimo, a tratti un leone da palcoscenico, a tratti una stupida iena, prevalentemente un uomo di razza tipicamente italica. E sì, perché proprio di questo oggi vi vogliamo parlare in questo #VenerdìVintage dedicato a Boris e a Stanis La Rochelle, di quanto l’attore sia un po’ la summa di un italiano medio. Così come la serie tv che attualmente trovate su Netflix è una delle più belle e più attuali istantanee di una Italia che vuole ripartire, ma che ancora si trova ancorata a concetti e preconcetti davvero troppo italiani. E proprio qui, da quella frase iconica di Stanis vogliamo partire. Da quel rifuggire l’italianità per poi buttarcisi a capofitto, da quell’evitare di essere troppo italiani, che non fa altro che far diventare Stanis e tutti noi davvero troppo italiani.

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Fenomenologia di Stanis La Rochelle in Boris

Sì, decisamente. Prima di affrontare il tema, contestualizziamo il tutto. Siamo sul set degli Occhi del Cuore, davanti alla troupe sgangherata di una soap brutta “da contratto”. La serie tv ci racconta lo spettacolo del backstage: ruvido e rattoppato, menefreghista e spassosissimo. Boris il pesce rosso, dalla sua boccia vicino al regista, assiste al quotidiano sfacelo dell’idea di recitazione, sceneggiatura, fotografia e deontologia professionale. La panoramica di stereotipi è presa in giro con la tipica coscienza comica e il rustico ma efficace disincanto capitolino. Il pressapochismo tipico delle produzioni all’italiana viene perfettamente stigmatizzato con battute e messe in scene che ben rendono l’idea di quel clima così vago che forse aleggia nelle produzioni made in Italy. Ma più in generale Boris, il set e i personaggi sono la fotografia di una Italia in costante deterioramento, di una barca che sta per affondare, ma che rimane comunque a pelo d’acqua. In bilico. Con la poppa sommersa e la prua che guarda la luna e viene soffiata dal vento.

In questa piccola nave, un uomo si erge a salvatore dell’intera ciurma: Stanis La Rochelle. Al secolo Enzo Facchetti, l’istrionica star prende lo pseudonimo Stanis La Rochelle per rinnegare qualunque riferimento all’Italia. L’uomo è infatti convinto che la recitazione troppo italiana sia il motivo principale della scarsa qualità delle fiction televisive e del cinema in Italia. Il suo nome d’arte è un riferimento al metodo Stanislavskij, quello in cui l’attore prima di girare deve calarsi nel ruolo e, spesso, questo accade pochi secondi prima del ciak. In Occhi del Cuore Stanis interpreta il dottor Giorgio, un eccellente chirurgo della misteriosa clinica Villa Orchidea, teatro di omicidi, pacchetti azionari e stravaganti indagini. Un medico italiano che Stanis riuscirà a rendere non poi così troppo italiano. Un’interpretazione magistrale che non rimarrà inosservata, sopratutto dagli addetti ai lavori. Ma un’indimenticabile prova attoriale che, a causa di evidenti problemi di messa in onda, rimarrà visibile soltanto in parte al pubblico del Bel Paese, evidentemente ancora acerbo per un’opera dalla portata così lungimirante.

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La verità è che tutti siamo Stanis La Rochelle

Sì, è così, chi più e chi meno. Stanis rappresenta tutti noi. Noi primi critici del nostro modo di fare italico, noi che rifuggiamo l’italianità e il troppo italiano, ma che in realtà siamo i primi a comportarci in tal modo. Il popolo dello stivale così pieno di sé, così consapevole di quanto sia bello, bravo, intelligente e culturalmente superiore agli altri popoli, ma che affoga in un bicchiere d’acqua. Siamo questo. Quelli capaci di costruire il Colosseo, di disegnare la Gioconda, di vincere gli Europei oppure il Premio Nobel per la Fisica. Quelli però che per lavorare devono avere la tessera di partito (possibilmente non dei Verdi), quelli che per il successo ci vogliono du’ belle cosce e du’ zinnone, quelli che spengono migliaia di vite per un guasto su una funivia. Questa è l’Italia, un paese di musichette mentre fuori c’è la morte. Insomma, siamo davvero quelli della Locura.

E in questo caso non c’è Platinette ad assolverci, ma c’è proprio Stanis. Sì, perché quando noi ridiamo di lui, del suo metodo alla Marcel Marceau, della sua spropositata sicurezza, ridiamo di noi stessi. Siamo quelli che sono pronti a sparare a zero su Kubrick, su tutti quelli che a differenza nostra dopo una vita di sacrifici arrivano all’apice. Siamo i divisi e divisivi, perché i toscani hanno rovinato l’Italia, e i campani e liguri non scherzano. Insomma, siamo quelli che non vedono mezzo centimetro più in la del nostro piccolo orticello in cui piantiamo le nostre speranze. Non c’è ovviamente solo questo, però, per fortuna. C’è in noi, come in Stanis, una piccola flebile fiammella di umanità, una consapevolezza interiore. Sappiamo, nonostante i nostri modi e i nostri metodi, che siamo capaci di grandi cose e ogni tanto, dopo aver toccato il fondo, torniamo a riaffiorare per prendere ossigeno in superfice. Per tornare a combattere un maledetto virus, per unirsi nel momento di massima sofferenza, per essere molto più di un popolo che galleggia nella banalità. Come quella barca con la poppa immersa e la prua che spunta dall’acqua, come Stanis, come tutti noi.

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