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Unorthodox è stata in grado di trasmetterci uno spettro infinito di emozioni in sole quattro puntate

“Well maybe there’s a God above As for me all I’ve ever learned from love Is how to shoot somebody who outdrew you But it’s not a complaint that you hear tonight It’s not the laughter of someone who claims to have seen the light No it’s a cold and very lonely Hallelujah“. Unorthodox (che puoi trovare qui in streaming su Netflix), fuori dalla dottrina, un freddo e solitario Hallelujah, lode a Jah, il nome incompleto di Dio che per la rigorosa religione ebraico chassidica non va mai pronunciato.

Lode a Esty che non dovrà mai più pronunciare il suo nome per non essere ritrovata dalla sua comunità. La miniserie Netflix condensa in quattro perfette puntate la storia delle storie, allontanarsi da una vita che non è solo vita e non è solo la tua di vita ma anche l’essenza di una comunità religiosa, come aprire un tabernacolo e rubare l’ostensorio pieno di ostie consacrate, non solo la tua. Per la comunità chassidica di Williamsburg chi si allontana dal proprio nucleo è come se portasse via secoli di credo, tagliasse in maniera irreparabile il sacco sottovuoto che li contiene esponendoli all’aria del mondo dei Goy, i non ebrei.

La contaminazione fa più paura della fuga stessa, Williamsburg potrebbe scoprirsi per quello che è, un quartiere di New York e non un mondo a parte, separato nettamente e con niente a che spartire con la città che non dorme mai. Unorthodox e l’eterossia di Esther Shapiro, la esile Esty (Shira Haas), la ragazza di appena diciannove anni che mette il suo futuro in un foulard e inizia il suo percorso di liberazione e di ricerca di sé condensato nelle quattro puntate di una delle migliori miniserie Netflix degli ultimi anni.

Prima parte

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La protagonista di Unorthodox

La fuga. Prima ancora di sapere esattamente da cosa fugge vediamo Esty riadattare a causa di un imprevisto il suo piano di allontanamento tramite i suoi grandi occhi sgranati. La prima emozione che ci trasmette Unorthodox è l’ansia per la sua fuga finché non riesce a salire sull’aereo che la porterà nel Nuovo Mondo che paradossalmente sarà l’Europa, il Vecchio Continente, Berlino.

L’America per lei non è il Nuovo Continente, è la sua vita scandita dalle mille restrizioni che la religione le impone, specialmente come donna. Ansia mista a paura per l’ignoto che la aspetta fino al primo moto d’animo di pura commozione quando ascolta al conservatorio un brano di musica classica dal vivo. Le lacrime che le crescono negli occhi suggellano lo stupore della bellezza di ascoltare un’orchestra per la prima volta e di iniziare a sentire quanto negato finora. L’anima di Esty toccata dalla musica si prepara a trovare il raccordo più profondo con se stessa in un luogo simbolo per la sua religione, il lago Wannsee che ha ospitato nel ’42 la conferenza nazista che ha deciso la metodologia per portare a compimento l’Olocausto.

Quello stesso lago l’accoglierà nel battesimo alla nuova vita, quasi completamente vestita si abbandonerà nelle sue acque e annegherà la parrucca che era costretta ad indossare da donna sposata. Galleggia nel lago con il suo corpo minuto e la testa rasata senza vergogna lontana da tutti, fuori dal gregge della sua comunità e da quello dei suoi nuovi amici. Sola e libera.

Seconda parte

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La protagonista di Unorthodox

Da cosa fugge Esty è raccontato nel secondo episodio. Il matrimonio con l’ingenuo Yanki (Amit Rahav) è un momento felice. Esty ha finora vissuto come parte integrante della comunità che l’ha cresciuta al posto della madre, anche lei fuoriuscita e trasferita in Germania. Al nuovo sposo Esty si professa essere diversa, sperando segretamente che il matrimonio sia un punto di partenza per trovare il proprio centro. Le improbabili lezioni sessuali non l’aiutano nell’affrontare il matrimonio.

Un’altra emozione che Unorthodox ci fa percepire nettamente è il senso di disagio di Esty alle prese con la conoscenza del proprio corpo e le regole per potersi congiungere con Yanki. Il dolore non è solo fisico, non solo legato alla difficoltà ad avere rapporti, è un profondo senso di perdita. Con i capelli che le hanno rasato se n’è andata anche la possibilità di avere una vita diversa come aveva ingenuamente creduto. Il suo candore subirà un altro trauma questa volta nella nuova vita, da una ragazza del conservatorio che, dopo averla sentita suonare il piano, le dice molto brutalmente che non è in grado di prendere la borsa di studio alla quale si era iscritta.

Esty si ritrova senza nessuna certezza e non può fare a meno di chiamare la nonna che l’ha cresciuta. Nonostante il profondo affetto che la lega alla nipote, la nonna non lascerà parlare Esty che per pochi secondi prima di attaccare bruscamente il telefono, come vuole la comunità. L’abbandono è completo. I capelli di Esty stanno ricrescendo mentre i legami familiari cadono a ciocche.

Terza parte

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La protagonista di Unorthodox

La dottoressa alla quale si rivolge Esty dicendo di essere in cinta, sapendo la sua giovane età, le propone subito l’aborto. Esty non ha il minimo tentennamento nel risponderle che lei è intenzionata a portare avanti la gravidanza perché i figli nella sua religione sono considerati delle benedizioni e il modo di ricostituire le perdite dei sei milioni di ebrei uccisi nell’Olocausto. Il senso di appartenenza, le sue radici, la fede.

Si può voler fuggire da luoghi che non ci fanno vivere, che ci schiacciano con regole e restrizioni e si possono ancora riconoscerne le fondamenta.

Lo scricciolo Esty mostra tutta la sua forza, la strana cosa che sentiva dentro e la faceva sentire sbagliata nella comunità era la sua visione delle cose, il suo essere persona pensante, capace di non rinnegare la fede ma di criticare le regole costruite dagli uomini che in Unorthodox per la maggior parte sono paludati detentori del potere religioso oppure ex fuoriusciti come Moishe (Jeff Wilbush), smaliziati e torbidi, rientrati nella comunità per convenienza. Il giovane Yanky si differenzia, condivide con Esty la purezza della giovane età che non gli fa comprendere fino in fondo il ruolo al quale si deve attenere secondo le regole della comunità.

Quando volerà assieme al cugino Moishe a Berlino per cercarla mostrerà tutta la sua fragilità. Anche lui in fondo è una vittima dell’ortodossia ma non ne è consapevole. Quando Moishe lo porta in un bordello, Yanky rifiuta l’amplesso e chiede invece di sapere cosa piace alle donne, lui che aveva chiesto il divorzio perché non riusciva ad avere rapporti con Esty, con un’unica eccezione. Yanky che si lasciava guidare totalmente dalla madre capisce che per essere marito bisogna prima essere uomo. L’inseguimento di Esty gli ha insegnato qualcosa di più di lei e di riflesso di se stesso.

Quarta parte

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La protagonista di Unorthodox

Quarto e ultimo episodio della miniserie Netflix. Ultime emozioni di Unorthodox, le più forti. Il ludopatico Moishe, determinato a spaventare Esty fino a farla tornare sui suoi passi, la rapisce per qualche ora e le lascia una pistola presagendo che dovrà usarla contro se stessa quando capirà che non riuscirà a sopravvivere fuori dalla sua comunità. La ferrea volontà che l’ha portata fin lì ha il primo vero cedimento perché le parole di Moishe hanno colpito la sua profonda paura di non avere possibilità di trovare un lavoro, una casa da offrire a suo figlio.

Torna a cercare la madre che l’accoglie e finalmente ha l’occasione per dirle la verità sul suo allontanamento. Ha di fatto perso la sua custodia in tribunale con l’accusa portata avanti dagli avvocati della comunità. Finalmente madre e figlia hanno un confronto sincero che scoperchia l’amore trattenuto. Esty si presenterà il giorno dopo all’audizione per la borsa di studio ma non come pianista bensì come cantante. Ha imparato a cantare con la nonna con la quale condivideva questo segreto.

Ancora una volta Unorthodox afferma che le radici non possono essere recise, ce ne possiamo allontanare ma non potremo mai ignorarle, il solo modo per poter vivere al meglio.

Anche Yanky la sentirà cantare, si rivedranno per la prima volta dopo la fuga.

Le chiederà di tornare con lui ma non per dovere, per voglia di stare insieme e formare una famiglia. Yanky ha capito che Esty non è sbagliata è solo diversa. Per dimostrare la sua onestà si taglia i Peot, i riccioli richiesti dall’ortodossia. Il taglio dei capelli per Esty ha rappresentato la fine della sua possibilità di essere persona e non ruolo mentre il taglio dei Peot per Yanky potrebbe essere l’inizio della sua individualità. Per Esty comunque è troppo tardi, ormai ha trovato il suo cammino didascalicamente riprodotto nella scena finale.

Cammina per le strade di Berlino fino ad arrivare in un bar, sedersi, vedere da lontano arrivare i suoi amici del conservatorio, restare lì, sorridere e sapere di essere finalmente a casa.