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Com’è vedere Ugly Betty con gli occhi di oggi

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Era l’ormai lontano 2007 quando Ugly Betty, remake della telenovela colombiana Yo soy Betty, la fea, è sbarcata per la prima volta sugli schermi italiani.
Questa serie racconta del percorso tutto in salita di Betty Suarez, una giovane aspirante giornalista di origine messicana, all’interno della rivista di moda Mode. Apparecchio ai denti, un’immancabile poncho di Guadalajara indossato con una non comune fierezza, tanta intelligenza e voglia di fare. È così che all’inizio della prima stagione conosceremo la nostra protagonista Betty, interpretata da una strepitosa America Ferrera. Nel corso di quattro frizzantissime stagioni assisteremo alla sua maturazione personale e professionale, la seguiremo in un percorso attraverso il quale Betty avrà modo di farsi conoscere ed apprezzare dai suoi colleghi per le sue capacità e il suo approccio non convenzionale, ma anche di capire a sua volta la ricchezza di significati nascosti che l’industria del fashion cela sotto una solo apparente superficialità.

Quello della giovane aspirante giornalista in cerca della sua strada nella Grande Mela è un tema che ha sicuramente goduto di grande fortuna ed ed stato ampiamente sfruttato nel corso dei primi anni 2000. Ce lo insegnano serie come l’iconica Sex and the City e soprattutto un film di enorme successo come Il diavolo veste Prada, uscito nel 2006 e per quanto riguarda la trama vicinissimo ad Ugly Betty. Quello che ha differenziato questa serie tuttavia è stato il linguaggio con il quale ha raccontato questa storia. Pur con importanti parentesi drama, il tono di Ugly Betty non solo rimane sempre leggero, da comedy, ma diventa spesso addirittura caricaturale, molto poco politically correct.

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La moda non è qualcosa che esiste solo negli abiti. La moda è nel cielo, nella strada, la moda ha a che fare con le idee, il nostro modo di vivere, che cosa sta accadendo

Coco Chanel

Prendendo per vere le parole di questa indiscussa icona di stile, possiamo capire perché inserire questa serie nel contesto del mondo della moda si sia rivelata una scelta più che giusta per raccontare tutta una serie di tematiche e di cambiamenti che cominciavano ad avere una rilevanza sociale sempre più importante non solamente negli Stati Uniti di 16 anni fa, ma anche nel mondo intero.

L’integrazione tra culture diverse, l’accettazione di sé, i diritti della comunità LGBT+, il problema dei disturbi alimentari. Sono solo alcuni degli importantissimi, delicati e ancora attuali temi che in Ugly Betty sono stati affrontati in modo dissacrante ed a tratti macchiettistico, forse poco vicino al linguaggio televisivo odierno, tanto che ci viene da pensare che se fosse stata prodotta oggi questa serie sarebbe andata incontro a non poche critiche.

Tutto in questa serie è scritto per essere provocatorio, a partire dal titolo. Ugly Betty. Letteralmente “La brutta Betty”. Un titolo del genere, così soggetto all’equivoco probabilmente non troverebbe posto nella televisione odierna. “Brutta” per chi? Per gli stessi autori della serie? Per il mondo della moda con il quale Betty ha a che fare? Per la società statunitense? Questo “brutta” vuole essere una provocazione o una constatazione dello stato delle cose? Vuole forse dirci che semplicemente la bellezza non è tutto? La risposta probabilmente è nel mezzo.
Ad ogni modo oggi, in un momento storico nel quale giustamente si presta una grande attenzione al linguaggio, a maggior ragione quando si parla di temi importanti come la lotta al body shaming, un titolo così provocatorio e per questo a primo impatto così facilmente fraintendibile potrebbe non essere ben accetto da una parte di pubblico.

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Un altro punto fortemente caratteristico di Ugly Betty è l’immagine che questa serie propone della comunità messicana. Il fatto che la famiglia Suarez sia di origine messicana infatti non potrebbe essere davvero reso in modo più chiaro. Una pittoresca casa nel Queens, la televisione sempre sintonizzata su una telenovela, il capofamiglia Ignacio che cucina enchiladas ad un ritmo quasi forsennato.
Tutto molto tipico, forse troppo. Oggi diremmo quasi stereotipato. Insomma, quella portata sullo schermo nel 2006 da Ugly Betty è un tipo di rappresentazione culturale che probabilmente oggi non troverebbe l’approvazione di tutti. Tuttavia basta poco per rendersi conto che è stata data un’immagine così stereotipata della famiglia Suarez proprio per far capire con quali occhi sarebbe stata guardata un’ipotetica Betty del mondo reale, per rendere più evidenti i realissimi pregiudizi ai quali una ragazza come lei sarebbe potuta andare incontro nel mondo del lavoro degli Stati Uniti del tempo (ma non solo).
Ancora una volta quindi Ugly Betty gioca sul filo sottile dell’ambiguità. Quella della famiglia Suarez è un’immagine che lo spettatore può apprezzare pienamente a patto che non si fermi ad osservare solamente i cliché attraverso i quali viene rappresentata. È proprio attraverso la sua ascesa professionale all’interno di Mode che infatti Betty, senza mai abbandonare le sue radici, troverà riscatto da ogni preconcetto o categorizzazione.

Sono quindi tante le tematiche che ancora oggi ci riguardano da vicino che sono state affrontate in Ugly Betty, e il modo in cui sono state raccontate presenta ora ai nostri occhi tanto dei meriti quanto delle criticità.

Prendiamo ad esempio Alexis Meade, sorella di Daniel, il capo di Betty. Si tratta di uno dei primi personaggi transgender che ricoprono un ruolo principale nel mondo delle serie tv, e questo non può che essere un punto a favore di Ugly Betty. D’altra parte oggi andrebbe probabilmente incontro a non poche critiche la scelta di affidare il ruolo di un personaggio transgender ad un’attrice cisgender (Rebecca Romijn).

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Cosa deve aspettarsi quindi lo spettatore che al giorno d’oggi decide di recuperare quella pietra miliare della televisione che è stata Ugly Betty?
Beh, sicuramente può aspettarsi un prodotto televisivo sempre divertente e frizzante, al quale tuttavia non mancano mai spunti per una riflessione più profonda.
Deve aspettarsi però anche una serie che tratta numerosi argomenti molto delicati senza aver paura di scherzarci sopra, senza la correttezza alla quale oggi stiamo cominciando ad abituarci.
Se fosse stata prodotta al giorno d’oggi anziché nel lontano 2006, Ugly Betty sarebbe la stessa? Sarebbe sempre satirica e a tratti scorretta come la conosciamo? Probabilmente no. È cambiata la nostra società, sono cambiate le rivendicazioni riguardo a temi come l’integrazione, i diritti LGBT e la body positivity, come sono cambiati la nostra sensibilità e anche il nostro linguaggio. Tutti questi mutamenti trovano riscontro nel mondo televisivo, dove, giustamente, oggi si esige chiarezza nella rappresentazione di questi temi, e trova forse meno spazio quel margine di equivoco che la parodia implica.

Forse è così che dovremmo guardare Ugly Betty, vedendola come un punto di partenza, come una serie che pur con i limiti che oggi ci sono chiari è stata all’avanguardia per il suo tempo, come una serie che in merito a tutta una serie di importante tematiche sociali può ricordarci quanta strada abbiamo percorso e quanta c’è ancora da farne.

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