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The Walking Dead: Dead City 3×02 – Costruire una casa sulle rovine

Negan in The Walking Dead: Dead City 3

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C’è un’immagine, in apertura di questo secondo episodio di The Walking Dead: Dead City 3, che vale da sola come dichiarazione d’intenti. La testa spezzata della Statua della Libertà che ruota su un fianco, fino a confondersi con quella di un vagante steso a terra, proprio mentre Maggie gli pianta un coltello nel cranio. È un accostamento quasi didascalico, ma funziona, perché Haven (questo il titolo originale) è tutto costruito attorno a un’idea semplice e ambiziosa insieme: cosa significa, in un mondo che ha smesso da anni di credere nella parola rifugio, provare a ricostruirne uno vero?

La risposta della puntata è duplice, e i due personaggi che la incarnano si trovano, non a caso, agli antipodi

Lauren in The Walking Dead: Dead City 3
Credits: AMC

Da una parte c’è Maggie, che insieme a Renata ha trasformato l’ospedale in qualcosa che assomiglia sempre di più a una comunità funzionante: energia dai serbatoi di metano, una scorta di cibo, persino una festa in cui si scambiano sacchetti di caffè come fossero un lusso ritrovato. Dall’altra c’è Negan, che invece si è rifugiato nel bar di Dillard, tra videogiochi e alcol, incapace – o forse semplicemente non ancora pronto – a immaginarsi parte di qualcosa di stabile. È un contrasto che The Walking Dead: Dead City 3 non sbandiera, ma lascia decantare nei dettagli. Lei che organizza, lui che si nasconde. Lei che crede ancora che le persone possano scegliere di essere buone, lui che ha smesso da tempo di aspettarselo da chiunque.


Il primo vero banco di prova arriva con Perlie, il soldato di New Babylon che Maggie ha imparato a conoscere e, in qualche modo, a fidarsi. Il loro scambio prima della festa – lui che le confessa di aver notato quanto Renata l’abbia cambiata, lei che ammette di non sapere fino in fondo se può davvero fidarsi di lui – è uno di quei momenti in cui la serie dimostra di saper scrivere la fiducia come qualcosa di fragile e mai scontato. Mai una certezza ma sempre una scommessa. Ed è proprio quella fiducia a essere messa alla prova pochi minuti dopo, quando un segnale d’allarme costringe tutti a defilarsi dalle finestre. Il pericolo, ancora una volta, non è mai lontano quanto sembra.

Da lì l’episodio vira bruscamente verso l’azione, con Maggie e Perlie che intercettano dall’alto la conversazione di due scagnozzi della Dama, intenti a procurarle cibo. È il pretesto per rimettere in moto la caccia alla donna che ha tormentato Hershel e manipolato mezza città nelle stagioni precedenti, e la scena si sposta rapidamente in un teatro abbandonato, dove la Dama ha radunato attorno a sé un piccolo esercito di fedeli.

Gente che lei stessa rivendica di aver salvato, non nel corpo ma nella mente, in un discorso che suona come la sintesi perfetta della sua natura predatoria: manipolare il bisogno di appartenenza altrui trasformandolo in sudditanza. Quando i suoi uomini caricano armati di coltelli nonostante gli avvertimenti di Maggie, la violenza esplode rapida e quasi crudele nella sua inevitabilità. E la Dama stessa rischia di farla franca lasciando cadere un lampadario come diversivo prima di essere fermata, paradossalmente, da un semplice vagante e dal gesto di Maggie che la salva pur senza alcuna gratitudine in cambio.


Negan in The Walking Dead: Dead City 3
Credits: AMC

È qui che l’episodio pone la sua domanda più interessante, quella che finisce per attraversare tutta la seconda metà. Cosa si fa di un nemico catturato, quando ucciderlo tradisce i valori della comunità, ma tenerlo in vita rischia di costare caro? Negan, con la sua consueta franchezza liquida il dramma etico di Maggie e Renata. E il suo scontro verbale con Renata – lei che gli rinfaccia il sangue sulle sue mani, lui che le ricorda quanto sia stato necessario proprio per tenere in piedi ciò che ha costruito – è tra i momenti meglio scritti della puntata, perché non prova a dare ragione a nessuno dei due, lasciando che sia lo spettatore a misurare la distanza tra idealismo e sopravvivenza.

Non stupisce, allora, che sia proprio Negan a chiudere la questione a modo suo, negando alla Dama qualunque possibilità di scelta nel momento in cui la questione sembrava destinata a trascinarsi. È un gesto che conferma quanto la sua natura resti irrisolta anche in questa versione più addomesticata del personaggio. Capace di affetto, di lealtà, persino di una tenerezza inaspettata verso Dillard. Ma sempre pronto a scegliere la scorciatoia più brutale quando la crede necessaria.


Sul fronte più intimo, l’episodio regala anche un piccolo ma prezioso ritratto di Hershel, che tra punti di sutura e lezioni improvvisate da Luis confessa la sua paura più profonda. Non quella di dover uccidere qualcuno. Ma quella di scoprire, nel momento decisivo, di non esserne capace. È un’ammissione che restituisce complessità a un personaggio che rischiava di restare incastrato nel ruolo di vittima riscattata, e che apre naturalmente a un possibile percorso di formazione nelle puntate a venire.

E poi c’è Dillard, che in mezzo a vaganti addomesticati e improbabili tentativi di comunicazione con un morto vivente intrappolato tra le impalcature, regala all’episodio il suo momento più stranamente commovente: la rivelazione di essere stato un detective sotto copertura, abituato a indossare maschere così a lungo da non ricordare più dove finisse la finzione e cominciasse se stesso. 

Questo secondo episodio (come sempre disponibile su Sky e NOW) in alcuni tratti si concede il lusso di risolvere troppo in fretta nodi che meritavano più attenzione, come nel caso della cattura della Dama. Ma nel suo insieme la puntata conferma una direzione più matura per la serie: un racconto meno interessato all’orrore fine a se stesso, e sempre più curioso di indagare cosa significhi, per chi è sopravvissuto a tutto, provare ancora a fidarsi di qualcuno.


E se ve la siete persa, noi vi lasciamo con la recensione della prima puntata della stagione