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Super Market – La Recensione della nuova comedy italiana intelligente e malinconica

Il cast di Super Market

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Super Market.

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Cosa si nasconde dietro le luci al neon e le corsie di un discount di periferia? Se lo chiede Super Market, la nuova workplace comedy firmata dal collettivo Il Terzo Segreto di Satira, approdata su Prime Video lo scorso 17 luglio 2026. Composta da sei episodi da trenta minuti l’uno, la serie sceglie come teatro l’Eury, un discount di periferia milanese appartenente a una catena bulgara immaginaria dallo slogan ironico: “dove convenienza fa rima con qualità“. Al centro della narrazione, le vicende di un gruppo di dipendenti alle prese con clienti ingestibili, promozioni assurde e un management sull’orlo della crisi di nervi. Il cast principale vede Alessandro Betti nel ruolo di Enrico, affiancato da un ensemble che include Marta Zoboli, Tommaso Cassissa, Katia Follesa, Davide Calgaro e Gaia Bavaro. Insieme, provano a trasformare un “non-luogo” come il supermercato in un microcosmo tragicomico incredibilmente condivisibile.

Una strana sensazione

I primi minuti del primo episodio sollevano immediatamente un interrogativo: ci si trova di fronte a un’operazione nostalgica? L’arrivo dello stagista Edoardo (Tommaso Cassissa) in un ambiente assurdo, dove apparentemente tutto funziona ma in realtà va tutto a rotoli, lascia perplessi e con una sensazione di déja vu preoccupante.
Una sensazione che aleggerà per tutta la prima puntata. Del resto, diciamolo subito, Boris è il metro di paragone con il quale ogni comedy italiana deve confrontarsi, prima o poi. Volente o nolente. E Super Market non fa eccezioni.
Decidendo, però, di affrontare subito la questione. In maniera chiara, senza equivoci o sotterfugi: via il dente, via il dolore, insomma. Dunque, se per tutto il primo episodio avete sentito la necessità di sovrapporre i personaggi di una e l’altra serie, cercando similitudini, vi diciamo che è stato perfettamente normale.


Ma attenzione, perché alla fine della prima puntata emerge la sorpresa. Super Market omaggia la regina, in maniera anche sfacciata. Poi, però, si scarta e prende la sua strada, com’è giusto che sia. In una prima stagione da sei episodi, la citazione, anche pesante, ci sta. Sarebbe stato un problema se, proseguendo nella visione, la strana sensazione fosse rimasta. Così non è stato. E le rimanenti cinque puntate ci hanno regalato qualcosa di piacevole e divertente. Ma non solo…

Super Market: la tragedia sotto l’ironia

Sonia e Filippo, alle prese con un problema acquatico
Credits: Prime Video

Super Market fa ridere. Sì, strano ma vero, non si limita a strappare un sorriso qua e là. Fa proprio ridere. E più volte, anche nello stesso episodio. Fa ridere perché è intelligente, capace di sfruttare le nevrosi della nostra società senza caricarle di significati complessi. Poi, non è volgare. Non usa il turpiloquio per far ridere. Anzi, nonostante i personaggi non siano propriamente degli intellettuali, i dialoghi sono ricchi di sfumature linguistiche che caratterizzano ciascun personaggio.

Ma come in Fantozzi, altro riferimento imprescindibile per la comicità italiana, sotto il divertimento c’è la tragedia. Sotto l’ironia, le gag e la satira, affiora il dramma dell’essere umano, costretto a vivere una vita alienante per campare. E la presenza di Max (Walter Leonardi), il clochard che vive fuori dal supermercato, è emblematica e simbolicamente fortissima. È lo specchio di ciò che potrebbe diventare chiunque di quei personaggi se la loro situazione economica e lavorativa peggiorasse ulteriormente.
Non emerge una grande satira sulla precarietà lavorativa in senso stretto. Emerge, semmai, quella dell’umanità. E in questo caso la serie diventa quasi tragica, pur facendo ridere.


Il cast

Se il cast di Super Market nel suo insieme dimostra di essere molto affiatato l’analisi dei singoli personaggi rivela alcune differenze. Tra le punte di eccellenza spicca senza dubbio Sonia, interpretata da una Gaia Bavaro che beneficia di un maggiore sviluppo, sia in termini personali che relazionali. È proprio l’accoppiata con Filippo (Davide Calgaro) a creare le dinamiche più interessanti della serie. Calgaro, in particolare, riesce a strappare risate sincere, risultando veramente spassoso in diverse situazioni. Sul versante femminile, merita una menzione anche la Cristina di Katia Follesa, perfetta nel suo incarnare una cattiveria costante, rigida e che non concede mai tregua. Dall’altra parte della barricata, Alessandro Betti conferma il suo ottimo stato di forma nei panni di Enrico, ruolo che l’attore sembra cucirsi addosso.

Tuttavia, il quadro non è privo di ombre e ci sono interpretazioni che lasciano perplessi. È il caso di Anita di Marta Zoboli, un personaggio che appare fin troppo già visto e, soprattutto, mal sviluppato. I suoi cambi di registro risultano repentini e poco coerenti con la narrazione, facendola scivolare in una prevedibilità che toglie forza alla sua caratterizzazione. Ma è sul fronte di Debora che la serie mostra la sua fragilità maggiore, trasformandosi in una vera e propria delusione. Di fronte al personaggio interpretato da Martina Bonan, sorge un dubbio amletico. Siamo di fronte a un carattere intrinsecamente insulso, oppure gli autori sono stati così abili da costruirlo appositamente per renderlo tale? Fatto sta che Debora si configura come uno stereotipo vivente. Un concentrato di difetti privo di alcun pregio o sfumatura, condannato da un’incapacità cronica di evolversi o trovare una sua dignità narrativa.


Super Market: un microcosmo universale

Le immagini esterne di Super Market ci fanno pensare a quei discount reali in cui si trovano verdure di infima qualità e responsabili senza dignità, ma che nascondono anche un ottimo gorgonzola o un inaspettato gelato di capra eccellente. È la rappresentazione di quei posti dove non si cerca la perla rara ma si rischia di trovarla, e questo contrasto è reso alla perfezione. In questo scenario, le dinamiche lavorative diventano familiari, i clienti vengono chiamati per nome. Di conseguenza tutto assume un’aura emotiva decisamente forte. Il supermercato si trasforma in un mondo comune ed è il gancio per una riflessione tutt’altro che banale sulle relazioni personali e su quanto il lavoro non definisca necessariamente chi siamo nonostante, in qualche modo, sia il nostro biglietto da visita.

Il Terzo Segreto di Satira riesce magistralmente a sfruttare questa ambientazione ordinaria, elevandola a qualcosa di quasi straordinario. Il supermercato di periferia, con la sua aria scalcinata e sfigata, sembra funzionare da calamita per un’umanità altrettanto scalcinata e sfigata, popolando le corsie di personaggi che incarnano le piccole e grandi nevrosi del quotidiano.

Ecco allora il giovane uomo con fissazioni tutte sue, interpretato da Paolo Sarmeghi (in arte Turbopaolo), che si aggira tra gli scaffali con le sue manie inconfessabili. O la nonna diffidente che rifiuta un prodotto perché ha visto in televisione la pubblicità di quello concorrente, vittima di un marketing che la condiziona più di quanto ammetterebbe. In queste figure, nei loro tic e nelle loro piccole ossessioni, gli autori ci mostrano un mondo del quale facciamo parte anche noi, volenti o nolenti. Il discount diventa così uno specchio deformante ma riconoscibilissimo, in cui ognuno può ritrovare un pezzetto della propria esistenza.


Il rischio della macchietta e qualche inciampo nel ritmo

Enrico e la security del discount Eury, in Super Market
Credits: Prime Video

C’è un aspetto che solleva qualche perplessità per il futuro della serie, legato proprio alla sua natura comica. A differenza di Boris, dove i personaggi, pur nella loro surrealtà, custodivano un’identità profonda e stratificata, in Super Market si corre il concreto rischio che le figure si cristallizzino in macchiette. La ripetitività di certe gag, infatti, rischia di incatenare i protagonisti a un singolo ruolo o a una situazione fissa. Privandoli di quell’ancoraggio a una realtà seppure fittizia che li renderebbe tridimensionali. Si tratta di un limite evidente, che tuttavia non inficia il pregio principale dell’opera: essere divertente e centrare il suo obiettivo primario di far ridere. Senza voler alzare troppo l’asticella delle pretese.

Questa stessa tendenza a girare attorno agli stessi tic si riflette, a livello strutturale, anche sulla gestione del ritmo e della durata. Alcuni episodi avrebbero potuto essere leggermente più asciutti. In certi frangenti, infatti, la situazione narrativa sembra avere difficoltà ad non andare avanti. È un difetto che si nota proprio quando le dinamiche tra i personaggi girano a vuoto, anche se la serie non cade mai in una ripetitività estrema o noiosa.

Un esperimento riuscito ma da non allungare

Nonostante qualche sbavatura, il bilancio complessivo resta decisamente positivo. Super Market è una serie che conosce i propri punti di forza, li sfrutta con intelligenza e riesce nell’obiettivo più importante per una comedy: far ridere senza rinunciare a raccontare qualcosa di autentico. Sei episodi rappresentano il formato ideale per questa prima stagione. Bastano a delineare il microcosmo dell’Eury, a presentare i personaggi e a fissare le regole del gioco, senza dare la sensazione di trascinarsi oltre il necessario.


Proprio per questo, però, il futuro rappresenta la sfida più delicata. Il rischio che i personaggi finiscano per trasformarsi in semplici macchiette o che le dinamiche vengano allungate fino a perdere efficacia è concreto. Se vorrà conservare la propria identità, Super Market dovrà evitare la tentazione di diluire la formula in stagioni sempre più lunghe, continuando invece a far evolvere i suoi protagonisti senza tradire lo spirito che rende questa prima stagione così efficace.

Il collettivo Il Terzo Segreto di Satira conferma ancora una volta la capacità di intercettare le contraddizioni della contemporaneità e di trasformarle in una comicità brillante, capace di alternare leggerezza e malinconia. Super Market, tuttavia, non ambisce a riscrivere le regole della comedy italiana. È un esperimento riuscito, che trova una propria personalità dopo un inevitabile confronto con i suoi modelli e che riesce a trasformare un anonimo discount di periferia in uno specchio sorprendentemente fedele delle nostre piccole miserie quotidiane. Per questo, più che un nuovo cult, è una serie che merita di essere vista: perché diverte, fa riflettere senza ostentarlo e dimostra che, anche tra le corsie di un supermercato, può nascondersi un’umanità degna di essere raccontata.