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5 dettagli che rivelano l’autenticità narrativa di una serie come The Pitt

Una scena del penultimo episodio di The Pitt 2

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Vi è mai capitato di cominciare una nuova serie tv a caso? A me sì. Anzi, in realtà mi capita spesso. Ne finisco una e faccio zapping finché non ne trovo un’altra che mi ispiri. Questa ispirazione spesso arriva dal nulla: non è il frutto di un interesse previo, del classico “voglio proprio cominciare questa serie”. È qualcosa che arriva dal nulla e mi stimola la curiosità, magari perché chissà dove o chissà quando ne ho letto o sentito parlare bene senza neanche ricordarmene. A volte mi basta l’immagine di copertina per mandarla in play. E il bello è che spesso questo istinto un po’ casuale ha totalmente ragione. O per lo meno così è stato con The Pitt.

Vista di sfuggita tra gli spot di Sky, The Pitt ha catturato la mia attenzione una sera di gennaio 2026, un anno dopo il debutto della prima stagione. Non ero alla ricerca di un medical drama: è stato questo medical drama a venire da me. E una volta cominciato, già dopo il primo episodio ho capito che non si trattava di un medical drama come tanti. Per raccontarvi di tutto il bello e il buono di questa serie, vi lascio questo articolo. Quello su cui voglio soffermarmi oggi è la caratteristica che trovo più straordinaria di tutte: la sua autenticità.

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Io non so cosa significhi lavorare in un Pronto Soccorso, ma so che in ognuno dei suoi episodi The Pitt mi ha fatta sentire lì.

Il Dr. Robby e i suoi colleghi in The Pitt
Credits: HBO Max

Mi ha presa di peso dal divano per portarmi a girare come una trottola tra le stanze di un luogo pieno di urgenze, fretta, rischio e umanità. Mi ha fatta entrare in una narrazione sincera, reale quasi più che realistica. E tra ciò che gli ha permesso di farlo, ci sono cinque dettagli particolarmente significativi che è il momento di approfondire.

1 – La non chiusura delle storyline di chi non ce la fa

Quando parliamo di medical drama, parliamo per il 99% dei casi di serie tv con una struttura ben definita: episodi che portano avanti una storia orizzontale incentrata sullo staff e singole storie di pazienti di puntata. Certo, ci sono casi in cui alcuni pazienti assumono un ruolo diverso, ma in linea generale lo fanno solo se – o fino a quando – purtroppo non ce la fanno. E poi? Cosa succede? Tendenzialmente nulla: le loro storyline semplicemente si chiudono per fare spazio ad altre. Un po’ triste da dire, ma è così che funziona. Non è però così che funziona in The Pitt, e questa differenza è tra le cose che più di tutte le conferiscono autenticità.

Partendo dal presupposto che la storia del dottor Robby (un Noah Wyle incredibile) è intrinsecamente legata a una perdita del passato che non abbiamo vissuto – ma che la serie ci mostra e fa percepire – la morte in The Pitt non cancella le storie. Anzi, ci dà ulteriori occasioni per comprendere la vita. Il fatto che ogni stagione sia strutturata in un solo giorno di certo aiuta a non cancellare chi non sopravvive: è tutto fresco, appena successo. Ma l’intreccio delle storie di chi ce la fa e di chi invece no resta unico. Esempio pratico: i genitori di un giovanissimo paziente morto si interfacciano con una sua compagna di studio. La loro presenza lì è il frutto di una scelta sbagliata, solo che mentre lei è ancora lì; lui non c’è più. Eppure la sua storia, la sua memoria, restano. Perché è così che funziona davvero.

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2 – L’assenza della musica

I protagonisti
Credits: HBO Max

Il Pronto Soccorso non è un ambiente semplice. C’è caos, ci sono le voci di pazienti in difficoltà e quelle del personale che passa da un caso all’altro. Ci sono i bip costanti dei monitoraggi attivi e quelli che si fanno perenni, a indicare che qualcosa non va. In quei momenti l’attenzione si focalizza: carrelli spinti, carica, libera. Ogni suono e ogni rumore significano qualcosa di diverso, di importante. Qualcosa che i medici sanno o devono imparare a interpretare, e che guardando The Pitt ci ritroviamo ad ascoltare anche noi. Nessuno escluso.

The Pitt ha una politica più unica che rara per quanto riguarda le colonne sonore, e in particolare gli accompagnamenti che parecchie serie tv utilizzano proprio durante i momenti di maggiore tensione o intensità narrativa. La musica che spesso è considerata un modo per identificare e sostenere le emozioni che noi spettatori dobbiamo vivere in un determinato momento – il dolore di una perdita, la gioia di un salvataggio – diventa quasi di troppo, un filtro tra noi e il Pitt. Noi non dobbiamo essere semplici spettatori, noi dobbiamo proprio essere lì. Dove la musica diventa una sorta di telecronaca di una partita: un commento a posteriori su qualcosa che si vive davvero solo nello stadio.

3 – La lunghezza del codice rosso

La serialità ha le sue regole. Le inquadrature, la costruzione delle scene, la loro durata: nulla è lasciato al caso e tutto viene realizzato seguendo dettami ben precisi. Sono regole non date per assunto perché sì, ma nate dalla consapevolezza di come le serie tv e i loro singoli episodi vengono fruiti dagli spettatori. E sono quindi il modo che permette a chi le realizza di creare prodotti che prendano, che si facciano guardare e mantengano alta l’attenzione. Alcune regole però, si sa, sono fatte anche per essere infrante. E The Pitt lo fa, le infrange, soprattutto quando queste regole minacciano di sacrificare la sua amata autenticità.

La durata delle scene di codice rosso è la prova provata del coraggio narrativo della serie. La veridicità delle emergenze che i medici si ritrovano ad affrontare – ben più di una nel corso delle due stagioni – non viene sacrificata per rispondere ad esigenze prettamente tecniche, cosa che porta diverse scene di codici rossi a essere ben più lunghe di quanto noi spettatori mediamente ci aspetteremmo. O meglio, più di quanto siamo abituati a vedere. In The Pitt ogni codice rosso dura quanto deve durare, vale a dire quanto potrebbe durare quella specifica situazione in un vero ospedale, né più né meno. Una scelta che si potrebbe considerare azzardata, ma che dal mio personale punto di vista non ha fatto che dare ulteriori punti a questa serie. Perché quando il contenuto e l’intensità non mancano, davanti alla tv io ci resto incollata lo stesso.

4 – Gli errori degli specializzandi

Uno dei tirocinanti
Credits: HBO

Errare è umano, anche se sei un medico e dalle tue scelte dipende la vita di un paziente. Errare è umano soprattutto se sei alle prime armi, non hai ancora completa dimestichezza con gli strumenti e i processi del mestiere, e sei in un Pronto Soccorso con la tensione alle stelle. Ecco, questa umanità non manca in The Pitt che anzi, ne fa uno dei suoi punti di forza. I medical drama ci hanno abituato ad avere a che fare con medici che di punto in bianco, appena finita la specializzazione, diventano dei luminari pluripremiati. E anche prima di questo, ciò che vediamo è soprattutto il percorso di miglioramento che fanno nel tempo: sempre più capaci, sempre più coraggiosi.

Nelle due giornate in cui questa serie ci inserisce i colpi di genio dei giovani medici del Pitt non mancano. Eppure queste due giornate di Pronto Soccorso, tra un’urgenza e l’altra, sono anche un banco di prova in cui gli specializzandi in qualche modo falliscono. A fare la differenza non sono le scelte grandi, ma quelle piccolezze che dimostrano ancora una volta sia l’attenzione ai dettagli della serie, sia la differenza di esperienza tra gli specializzandi e il dottor Robby. Parlo delle insicurezze, dei tremori, delle indecisioni, dei comportamenti fuori luogo. Parlo dell’insensibilità di Javadi verso una madre in difficoltà e del bisturi che dalla mano di Santos cade direttamente e senza passare dal via nel piede di Garcia. Piccoli grandi errori che ci riportano non nella carriera di medici da Nobel, ma in una realistica – quasi reale – giornata di apprendimento per nuovi giovani medici.

5 – Gli orari precisi

Questo è un vero e proprio tocco di classe, ciò che forse più di tutto fa sentire gli spettatori davvero immersi nell’ambiente ospedaliero. In una serialità che – anche a causa del dilungarsi oltremodo delle stagioni – tende sempre più a sacrificare la lealtà al tempo che passa in favore di una maggiore libertà narrativa, The Pitt gli è fedele non a grandi linee, ma addirittura al minuto. Una precisione maniacale che si concretizza non soltanto in ciò che viene detto (esempio pratico: quando un medico si ritrova a dichiarare l’orario della morte), ma anche in ciò che viene mostrato, orologi inquadrati in primis.

Vero è che la struttura della serie da questo punto di vista aiuta. In The Pitt il tempo che scorre non è semplicemente qualcosa di cui si deve tener conto nella costruzione della sceneggiatura: è parte integrante della sceneggiatura stessa. Il tempo assume quasi la stessa importanza di un personaggio, e tutto ciò che lo mostra diventa prova provata della considerazione come personaggio principale. Se l’ultima stagione di Game of Thrones, con il suo tazza gate, ci ha ricordato quanto sia facile perdersi dei dettagli quando parliamo di gigantesche produzioni, The Pitt ci fa tornare alla bellezza dell’attenzione a tutto ciò che conta, anche se a una prima o più disattenta visione non ci facciamo neanche caso. La ciliegina sulla torta che rende questa serie il capolavoro che è.