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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →C’è qualcosa di profondamente seducente in chi sembra avere sempre la risposta giusta. Una persona che entra in una stanza e capisce immediatamente cosa sta succedendo, che coglie una contraddizione prima degli altri, che riconosce una bugia da un gesto quasi impercettibile e che, soprattutto, sembra non lasciarsi mai sorprendere. È una delle fantasie più potenti alla base di The Mentalist (Prime Video): Patrick Jane non è soltanto l’uomo più intelligente nella stanza, è spesso quello che sembra aver già capito la stanza prima ancora che gli altri abbiano avuto il tempo di guardarla. La serie costruisce gran parte del proprio fascino su questo meccanismo. Ogni caso diventa un piccolo teatro nel quale Jane osserva, provoca, manipola e aspetta. Non ha bisogno di raccogliere necessariamente più informazioni degli altri: gli basta sapere quali informazioni contano davvero.
Mentre i detective seguono una procedura, lui segue le persone. Mentre gli altri cercano prove, Jane cerca reazioni. Ed è proprio nel momento in cui sembra avere tutto sotto controllo che The Mentalist lascia intravedere la sua contraddizione più interessante: Patrick Jane è un uomo che sa leggere quasi tutti, ma non è necessariamente un uomo che sa vivere ciò che legge. Dietro il protagonista infallibile esiste infatti una fragilità molto più complessa di quella che la formula del procedural farebbe pensare. La sua intelligenza non è semplicemente un talento narrativo, ma il risultato di un modo di stare al mondo. Jane osserva perché ha bisogno di capire. Capisce perché ha bisogno di prevedere. Prevede perché, dopo ciò che gli è successo, non può più permettersi di essere colto completamente alla sprovvista. E così quella che sembra sicurezza diventa lentamente una forma sofisticatissima di difesa.
Perché The Mentalist si distingue dalle altre procedural?
Il caso della settimana poteva cambiare, il sospettato poteva essere diverso, l’ambientazione poteva spostarsi, ma sotto la superficie continuava a esistere una storia molto più personale. La vera domanda non era soltanto se Jane avrebbe scoperto il colpevole. Era capire cosa sarebbe rimasto di lui una volta terminata la caccia. Perché Patrick Jane ha passato gran parte della sua vita a cercare risposte, ma la sua storia nasce da una risposta che non avrebbe mai potuto ottenere: perché è successo proprio a lui? Il suo passato da falso sensitivo è fondamentale per comprendere questa contraddizione. Prima di entrare nella squadra investigativa, Jane aveva costruito una carriera sulla capacità di convincere gli altri di possedere qualcosa che in realtà non aveva. Non era un uomo dotato di poteri paranormali. Era un osservatore eccezionale, un manipolatore (qui serie tv sulla manipolazione) raffinato e un conoscitore istintivo della psicologia umana.
Sapeva riconoscere le debolezze e trasformarle in strumenti. Sapeva guidare una conversazione verso la conclusione desiderata senza far percepire all’interlocutore di essere stato guidato. Il suo talento, insomma, era già una forma di controllo. La tragedia legata a Red John cambia però il significato di quel talento. Jane scopre nel modo più brutale possibile che conoscere le persone non significa poterle proteggere. Avere la capacità di leggere qualcuno non significa essere in grado di impedire che quel qualcuno faccia del male. È una frattura enorme, perché distrugge l’illusione sulla quale Jane aveva costruito la propria identità. Prima poteva credere che esistesse sempre un dettaglio capace di spiegare ogni comportamento. Dopo, deve fare i conti con la possibilità che esistano eventi che nessuna capacità di osservazione può anticipare. Da quel momento, la caccia diventa il tentativo di recuperare un controllo che Jane ha perso definitivamente.

Il comportamento di Jane sembra contraddittorio
Da una parte, lui vuole arrivare a Red John più di qualsiasi altra cosa. Dall’altra, sembra quasi che abbia bisogno di continuare a cercarlo. Finché esiste un enigma da risolvere, infatti, esiste una direzione, c’è un avversario da inseguire, il dolore può essere trasformato in azione. Finché ogni giornata contiene un nuovo indizio, non è necessario fermarsi troppo a lungo davanti a ciò che è successo. La vendetta (i motivi per guardare Revenge), in questo senso, diventa anche una forma di sopravvivenza. Ed è qui che il procedural acquista un significato diverso. Gli omicidi che Jane contribuisce a risolvere sono casi autonomi, ma il modo in cui lui li affronta racconta continuamente qualcosa del suo rapporto con il proprio trauma. Ogni volta che osserva una persona, che individua una menzogna, che costruisce una trappola psicologica, vediamo all’opera lo stesso uomo che ha trasformato la comprensione degli altri in una necessità.
Jane non indaga semplicemente sui comportamenti. Cerca il punto debole che li spiega. È un metodo efficace, ma non sempre sano. Perché chi è abituato a leggere ogni comportamento come un indizio rischia di non riuscire più a vivere le relazioni senza analizzarle. Ogni pausa può avere un significato, ogni esitazione può essere sospetta e ogni frase può contenere qualcosa che non viene detto. Jane conosce così bene questo linguaggio da rischiare di trasformare il mondo intero in un gigantesco puzzle. E quando tutto diventa un puzzle, anche le persone smettono di essere semplicemente persone. Questa è una delle ambiguità più interessanti del personaggio. Patrick Jane è affascinante proprio perché sa vedere ciò che gli altri ignorano, ma il suo talento ha anche una componente invasiva. Lui entra nelle dinamiche degli altri senza chiedere permesso, li provoca, li mette in difficoltà, li costringe a reagire.
Noi siamo dalla parte del protagonista
The Mentalist, infatti, rende spesso divertente l’invadenza di Jane, in quanto lo spettatore gli dona tutta la sua complicità. A questo proposito, cosa succederebbe se smettessimo per un momento di considerare Jane il protagonista che ha ragione? In fondo, quante delle sue manipolazioni accetteremmo con la stessa leggerezza se fosse un personaggio secondario? La risposta è importante perché The Mentalist non ci chiede di amare Jane nonostante i suoi difetti. Ci chiede di capire perché quei difetti siano diventati parte integrante della sua personalità. Il suo cinismo, la sua arroganza, la sua capacità di giocare con le emozioni altrui e il suo bisogno di avere sempre una posizione di vantaggio non sono semplicemente caratteristiche che rendono il protagonista più carismatico. Sono il modo in cui un uomo traumatizzato continua a funzionare. Il problema è che funzionare non significa necessariamente stare bene.
Jane è brillante, lucido, ironico, capace di affrontare situazioni estremamente complesse. Ma proprio per questo può essere difficile accorgersi di quanto sia ferito. Non è il classico personaggio che manifesta apertamente la propria sofferenza. Non ha bisogno di dichiarare continuamente il proprio dolore perché lo trasforma in comportamento. La malinconia di Jane passa attraverso le pause, attraverso ciò che evita, attraverso il modo in cui reagisce quando qualcuno si avvicina troppo. La sua sofferenza non occupa sempre il centro della scena, ma modifica il modo in cui lui occupa ogni scena. E qui il sorriso diventa fondamentale. Patrick Jane sorride moltissimo e quel sorriso sembra dire che nulla sia davvero in grado di scalfirlo. Ma spesso ha anche la funzione di interrompere una possibile intimità. Quando una conversazione diventa troppo seria, Jane può scherzare. Se qualcuno cerca di comprendere le sue emozioni, può cambiare registro.
The Mentalist aumenta la posta in gioco
Adesso il pubblico di Jane è diventato il mondo intero e in questa dimensione Teresa Lisbon (qui la lettera di Patrick a Teresa) assume un’importanza decisiva. Lisbon è una delle poche persone che non ha bisogno di essere conquistata dal fascino di Jane. Può riconoscere il suo talento senza trasformarlo in una leggenda. Non è interessata a considerarlo un genio infallibile e, soprattutto, non smette di ricordargli che le sue azioni hanno conseguenze. È proprio questo a rendere il loro rapporto così significativo. Lisbon non è semplicemente la collega che deve sopportare le eccentricità del consulente. È una presenza capace di opporre resistenza al suo sistema di controllo. Jane può manipolare un sospettato, ma non può manipolare Lisbon nello stesso modo. Cerca di anticipare le sue reazioni, ma lei continua a sorprenderlo. La provoca, ma non può cancellare il legame che si costruisce tra loro. Per Jane, questo è destabilizzante.
Perché un rapporto autentico richiede qualcosa che la sua mentalità investigativa non gli permette facilmente: fiducia. La fiducia è l’opposto del controllo. Quando ti fidi di qualcuno, accetti di non conoscere ogni sua intenzione. Accetti che possa deluderti, sorprenderti, contraddirti e persino che possa avere una parte di sé che non puoi completamente interpretare. Per questo, il percorso emotivo di Patrick Jane è molto più interessante della sua evoluzione professionale. Dunque, lui deve imparare a non utilizzare questa capacità ogni volta che entra in relazione con qualcuno. E deve imparare a lasciarsi conoscere senza trasformare la conoscenza in una partita. Così, attraverso Grace Van Pelt, Wayne Rigsby e Kimball la serie gli costruisce intorno una sorta di comunità che lui inizialmente sembra considerare quasi accessoria e che progressivamente diventa invece parte della sua vita.

Jane non cambia con una sola rivelazione
A tal proposito, lui guarisce attraverso l’accumulo di relazioni e le sue persone diventano importanti prima ancora che lui sia pronto ad ammetterlo. E questo rende ancora più significativa la sua ossessione per Red John. Perché mentre Jane cerca di arrivare a una conclusione definitiva, la sua vita nel frattempo continua. Il problema è che lui fatica a vivere il presente quando il passato continua a reclamare tutta la sua attenzione. La sua vulnerabilità nasce proprio dal fatto che il suo metodo funziona benissimo nel mondo esterno e molto meno quando deve essere applicato alla propria interiorità. Da questo punto di vista, la serie parla anche della differenza tra conoscenza e consapevolezza. Sono due cose che sembrano simili, ma non lo sono. Conoscere significa raccogliere informazioni, individuare collegamenti, formulare una spiegazione. Essere consapevoli significa accettare ciò che quella spiegazione comporta.
Jane conosce moltissimo. Ma per lungo tempo non accetta quasi nulla. Ciò detto, Jane continua a funzionare perché è un uomo che deve imparare i limiti del proprio genio (ecco i migliori geni delle serie). Così, Jane può arrivare a un rapporto autentico soltanto quando smette di essere interamente definito dalla sua ossessione. Prima deve esistere un uomo. Solo dopo può esistere un compagno. E questa distinzione è importante perché evita di ridurre l’intera evoluzione del protagonista alla sua relazione sentimentale. Anche il vuoto successivo alla vendetta è una delle cose che The Mentalist riesce a suggerire con maggiore efficacia. Pertanto, la star di oggi è un personaggio nato per avere la risposta e costretto dalla propria storia a imparare il valore delle domande. Perché ci piace quando ha la risposta pronta. Ma ci affezioniamo di più a lui quando, per una volta, non ce l’ha.







