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Patrick Jane e John il Rosso: (soprav)vivere grazie a un’ossessione

Attenzione: l’articolo contiene spoiler su tutte le stagioni di The Mentalist.

Può una semplice frase cambiare per sempre le sorti di una persona? Patrick Jane – protagonista del crime drama americano The Mentalist , creato da Bruno Heller – non dev’essersi posto questa domanda quando, in un’intervista televisiva, ha dichiarato a gran voce che il serial killer John il Rosso “è un brutto, piccolo uomo tormentato, un anima solitaria, triste, molto triste.” L’affermazione, arpionando l’orgoglio dell’assassino, ha avuto un incredibile effetto domino che ha colpito lo stesso Patrick: John il Rosso, colto dalla voglia di punire il detective, ha ucciso Angela Ruskin Jane e Charlotte Anne Jane, moglie e figlia del protagonista. Da quel momento, Patrick ha perso tutto e come chi perde tutto ha cercato di aggrapparsi a qualcosa che lo tenesse in vita, che gli desse una ragione per andare avanti: il desiderio di vendetta. Ben presto, però, l’obiettivo di catturare John il Rosso diventa un’ossessione che si impadronisce del detective e che porta a galla il suo lato più oscuro. Ma non è forse ossessione anche quella dello stesso John il Rosso?

Analizziamo la centralità del tema dell’ossessione in The Mentalist e gli effetti sui suoi protagonisti.

The Mentalist

La prima caratteristica di Patrick Jane (Simon Baker) che salta all’occhio del pubblico è, naturalmente, il suo essere “mentalista”. Una spiccata intelligenza, mista a un’intuitività fuori dal comune, rende il protagonista di The Mentalist un membro unico e insostituibile del California Bureau of Investigation (CBI), come aiutante della squadra investigativa coordinata dal sergente Teresa Lisbon e di cui fanno parte anche Kimball Cho, Wayne Rigsby e Grace Van Pelt. Jane appare spesso gioviale, con un buon senso dell’umorismo e la battuta sempre pronta, capace di comunicare con grande schiettezza. Eppure, questo lato sorridente e gioioso è appunto solo un lato. È come se il mentalista cercasse di vivere ogni giorno provando a schiacciare e dimenticare il tormento, nascondendo ciò che lo turba dietro una maschera di sorrisi, ma il dramma che lo ha colpito è troppo grande per poterlo sopprimere in maniera definitiva.

La parte più oscura di Patrick Jane emerge proprio come frutto della sua ossessione, perché ogni volta che viene anche solo citato John il Rosso, notiamo un cambiamento nel protagonista: a volte è uno sguardo cupo, altre volte è un’espressione dolorante, in alcuni casi è l’ombra di una feroce vendetta. E difficilmente potrebbe essere diverso, dopo che un serial killer gli ha portato via ciò che aveva di più caro: una moglie e una figlia, oltraggiate nella morte con le unghie dei piedi dipinte del loro stesso sangue. Il tormento, dunque, diventa parte stessa della caratterizzazione del personaggio, dandogli una sfumatura cupa che senza la tragedia non avrebbe avuto.

Ma l’ossessione si trasforma anche in azione, in movente: l’unica cosa che Patrick Jane può fare per sentirsi anche solo minimamente in pace con sé stesso è rendere giustizia alla morte di Angela e Charlotte. E, per farlo, deve riuscire a catturare John il Rosso. D’altronde, che tra i due sia una sfida personale è chiaro fin da subito, perché alla dichiarazione di Jane nella fatidica intervista, John il Rosso risponde provocatorio con un biglietto lasciato sulla porta nella scena del delitto: “Caro signor Jane, non mi piace essere insultato sui media, specialmente da un piccolo imbroglione avido di denaro come lei. Se lei fosse un vero sensitivo, non avrebbe bisogno di aprire questa porta per sapere cosa ho fatto alla sua deliziosa moglie e a sua figlia“.

Una caccia per risalire dal baratro.

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La ricerca ossessiva di John il Rosso acquista ancor più significato se si considera il periodo immediatamente successivo al duplice omicidio. Alla CBI, l’unica a essere al corrente è Teresa Lisbon: Patrick Jane ha trascorso 6 mesi ricoverato in una clinica psichiatrica, in preda a un crollo nervoso derivante da un grandissimo senso di colpa. In un certo senso, lo stare fermo, chiuso in quel posto, senza fare niente è l’esatto opposto di ciò che Jane cercherà di fare una volta ristabilitosi, ovvero non fermarsi mai più fino alla resa dei conti con la sua nemesi. Ancorato al passato, con la fede ancora al dito e il rifiuto categorico di qualsiasi altro tipo di relazione, Patrick Jane trova nella sua caccia a John un appiglio per sopravvivere, per andare avanti.

Ma chi sta effettivamente cercando Patrick Jane? L’incognita dell’identità di John il Rosso e il suo misterioso modus operandi non fanno che alimentare l’ossessione del protagonista, che sta alle calcagna di qualcuno di cui nemmeno sa il vero nome. John il Rosso, la cui figura è ispirata a  Keith Hunter Jesperson, detto il “killer dalla faccia sorridente” per il simbolo con cui firmava le sue lettere di sfida alla polizia, è stato descritto dall’autore Bruno Heller proprio come “la balena bianca di Patrick Jane, il suo scopo di vita dopo la morte della sua famiglia”.

Nell’episodio pilota di The Mentalist, Patrick Jane descrive il serial killer all’agente della scientifica Brett Patridge in questo modo:

John il Rosso pensa a sé come a uno showman; un artista con un forte senso del teatro: la prima cosa che uno vede è la faccia al muro. Vede per prima la faccia e capisce. Sa cosa è successo e ha paura. Allora, e solo allora, si vede il corpo della vittima. Sempre in questo ordine.

Lo smile dipinto col sangue è una firma raccapricciante che diventa incubo.

the mentalist

Su ogni scena del delitto, John il Rosso si premura di disegnare uno smile sul muro, sempre in senso orario. Uno smile che Jane vede ogni volta che chiude gli occhi, un incubo che alimenta il suo tormento. E, per molto tempo, è l’unica traccia che la squadra investigativa ha del ricercato. Ma, a un certo punto, John il Rosso comincia a palesarsi – si fa per dire.

Nell’ultimo episodio della seconda stagione, infatti, Jane conduce un’indagine su Grady Sheep, un emulatore di John, e viene colpito e poi legato a una sedia, di fronte a Wesley Blankfein – che finge di essere John il Rosso. Ma quando Wesley sta per uccidere il protagonista, a intervenire è proprio l’autentico John il Rosso, che indossa una maschera scarlatta e saluta la sua nemesi recitando la prima strofa della poesia The Tyger del poeta romantico inglese William Blake.

Un incontro che “rinnova” la caccia e il desiderio di vendetta, perché possiamo solo immaginare le emozioni contrastanti che si scatenano in Jane all’idea di aver avuto John il Rosso letteralmente a un passo, senza la possibilità di catturarlo o anche solo strappargli via la maschera per svelarne l’identità. Ma perché il serial killer non ha colto l’occasione per uccidere il suo rivale? Forse perché si tratta di un’ossessione reciproca? La vita di John il Rosso perderebbe di significato senza questo gioco del gatto e del topo?

La resa dei conti.

The Mentalist
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Il momento della verità arriva solo all’ottavo episodio della sesta stagione, quando dopo aver fatto credere che il serial killer fosse Gale Bertram, viene reso noto che John il Rosso è in realtà lo sceriffo Thomas McAllister. E il protagonista di The Mentalist si trova finalmente faccia a faccia con la sua nemesi, che cerca di scappare. Ma, questa volta, Jane non ha alcuna intenzione di lasciarselo sfuggire: gli spara e lo uccide.

Si tratta di un attimo che chiude un doppio cerchio, quello di Patrick e del suo desiderio di vendetta, ma anche quello del senso dello show, che poggiava proprio sull’eterna caccia a John il Rosso. La scena, che vede al centro soltanto i due diretti interessati – dopo una prima scrittura che prevedeva invece uno scontro in mezzo alla folla – , è stata commentata così da Baker:

“Si prova una forte intensità quando, in un colpo solo, uccidi l’arcinemico della serie ed, in un certo modo, la serie stessa. Per rinnovare lo show, dovevamo eliminare il suo componente più importante ed è pericoloso. Dopo che abbiamo girato la scena della morte di John il Rosso, ci siamo presi un momento tutti quanti, con un bicchiere di champagne, perché il momento era importante”.

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