ATTENZIONE: l’articolo potrebbe contenere spoiler su Slow Horses!!
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →L’epopea degli eroi è al tramonto. La sua eco risuona vacua nelle fitte sterpaglie di una contemporaneità sempre più schiacciata sui personaggi veri, quelli autentici, imperfetti, sbagliati, un po’ codardi, goffi, sgraziati, maldestri. L’eroe tradizionale dei film di spionaggio è una vecchia foto in bianco e nero appiccicata a un album vecchio e impolverato. La si guarda con distaccata nostalgia, rievocando gusti ormai superati. L’archetipo bondiano del vecchio cinema di spionaggio ha fatto il suo tempo. In una serie come Slow Horses non trova spazio neppure tra le battute e le prese in giro tra colleghi che si odiano.
Il prototipo di James Bond era un protagonista spettacolare. Sempre impeccabile, nei modi come nello stile. Sempre elegante, affascinante, carismatico e sicuro di sé. Si fiondava sul pericolo, brandendolo e ammaestrandolo, sfoggiando ogni volta un’abilità diversa, ma sempre risolutiva. Quel tipo di protagonista è ormai superato. La successiva produzione cinematografica, così come quella televisiva, ha esplorato un nuovo tipo di protagonista, meno spettacolare e più reale. Una persona prima ancora che un eroe, un individuo segnato dal presente, spesso cinico e disincantato. Un agente che non agisce per il trionfo del bene supremo sul male, ma che opera in una zona grigia in cui i due poli spesso si confondono e non si distinguono.
Nelle serie tv, ancor più che nei film cinematografici, gli autori hanno a disposizione molto più tempo per esplorare la sfera interiore dei propri protagonisti. Così ne vengono fuori eroi e antieroi fallibili, fragili, vulnerabili, stressati, costretti a gestire una “doppia vita” che li allontana inevitabilmente dagli affetti e dalle cose autentiche della vita.
Sono nati così i protagonisti di serie famosissime come Homeland, Le Bureau, 24, The Americans. Tutti show in cui i personaggi principali si allontanano di molto dall’ideale di agente lanciato dai film di James Bond. In questo panorama televisivo, Slow Horses fa un salto ulteriore. I protagonisti della serie Apple TV si discostano più o meno da qualsiasi cosa vista nell’ambito del genere spionistico. Non ci sono eroi. Non ci sono antieroi. Più che altro, ci sono scarti. Rifiuti umani, operatori bullizzati e marginalizzati. Non perché siano degli eroi che hanno tentato di combattere il sistema e devono subire le conseguenze di un atto punitivo. Il loro margine se lo sono guadagnando facendo una cosa che cozza con tutta la tradizione televisiva del genere: fallire.
È attraverso il fallimento – grossolano, catastrofico, tragicomico – che gli agenti di Slow Horses hanno raggiunto il Pantano. Ruzzolando nelle macerie dei propri errori, condannati a una diversa specie di ignominia, da scontare nei corridoi puzzolenti di un ufficio dimenticato dal mondo. È un ambiente putrido quello in cui operano i ronzini di Jackson Lamb. Tra la puzza terrificante delle flatulenze del capo, i discorsi senza senso di Roddy Ho, la mancanza totale di un qualsiasi rudimentale supporto tecnologico, i protagonisti di Slow Horses si muovono nel fango e nella melma di un avamposto dimenticato da tutti. La serie tv ci mostra la miseria di Slough House confrontata agli agi del Park, che è invece un luogo illuminato, pulito, affollato e sempre ordinato.
È al Park che vengono gestite le operazioni vere in Slow Horses.
Agenti che rischiano la propria vita per combattere minacce interne ed esterne, missioni cariche d’azione, coperture che cambiano, gadget d’alta tecnologia. È in quegli uffici che si decidono le sorti delle relazioni internazionali. Tra un brainstorming e una riunione riservata, accomodati su sedili ergonomici e lindi, serviti dagli inservienti che versano caffè o qualcosa di più forte, le maestranze del Park mandano avanti tutta la baracca dei Servizi di intelligence, occupandosi della sicurezza del Paese. La Prima Scrivania del Park ha un potere che farebbe gola a molti ministri. Ogni ragazzino cresciuto nel mito delle storie di James Bond si avvicina all’MI5 con la speranza di poter lavorare come agente operativo al Park.
Quelli sono i dog, i cosiddetti “cani”, agenti lontanissimi dall’archetipo bondiano ma comunque al servizio dell’azione. Gli slow horses invece sono tutta un’altra storia. I ronzini annaspano nella fanghiglia di un ufficio dimenticato, sepolti da scartoffie inutili, fascicoli impolverati e da tanta, tanta noia. Il Park non passerebbe loro neppure la più semplice delle missioni. Tutto ciò che è importante sta a debita distanza dalla soglia del Pantano. I protagonisti di Slow Horses sono inaffidabili, per lo più strani, impudenti, superficiali e irresponsabili. Hanno collezionato solo fango nella propria carriere. E ora in quel fango ci restano a marcire, dimenticati dal mondo.
È un distaccamento dislocato nelle strade più ripugnanti della capitale, tra mura sudicie e solai cadenti, quello dei ronzini.
Qui sbadigliano, si grattano la testa, combinano guai, si insultano a vicenda e ricevono gli scarti più maleodoranti dell’MI5. Slow Horses ha preso questi individui sporchi, impacciati, rotti e scheggiati e li ha resi protagonisti delle sue storie. Ha scelto i rottami piuttosto che i pezzi pregiati, gli imbranati piuttosto che gli agenti flessibili e immersi nell’azione. Perché? Perché è mettendo insieme la sporcizia che si riesce a intravedere qualcosa di vagamente interessante. Slow Horses non ha scelto i grandi salti acrobatici sui tetti dei grattacieli. Non ha scelto le corse in moto a tutta velocità per le strade di Londra, né le spy stories arrotolate sull’azione martellante. Ha preso dei personaggi sfigati, falliti, perdenti e attorno a loro ha costruito situazioni volgari, squilibrate e disarmoniche.
Non storie di rivalsa o parabole di rivincita personale. Non c’è nessun risarcimento in Slow Horses, nessuna ricompensa alla fine della corsa. Solo altro fango, altra m*rda. È questa l’operazione sovversiva che la serie ha voluto compiere: agli agenti infallibili e agli eroi incompresi che dominano le serie di spionaggio, ha sostituito i rami secchi, gli scarti. Esiste uno spionaggio cinematografico di James Bond e quello televisivo di Slow Horses. È un’operazione ben riuscita? Negli anni Sessanta probabilmente l’umorismo acido contemporaneo avrebbe avuto una presa diversa. Oggi invece, in un’epoca di cinismo e disillusione, quel tipo di personaggio risulta molto più affascinante e autentico di quanto non siano gli 007 infallibili ed eleganti. Quindi sì, Slow Horses ha demolito il mito della spy story romantica e, facendolo a pezzi, ha offerto al genere nuovi appassionati adepti. Se non avete ancora iniziato la serie, correte a guardarla su Apple TV.









