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Slow Horses ha demolito il mito romantico della spy story (e menomale)

Jackson Lamb si gode un gelato, passeggiando in un parco di Londra, in Slow Horses

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Slow Horses.

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La spia vera non beve cocktail sofisticati, non guida auto di lusso e non salva il mondo tenendo in braccio la bellezza mozzafiato di turno mentre una colonna sonora epica accompagna le sue gesta.
La spia vera si annoia, sbadiglia, manda rapporti incompleti, sbaglia un allegato. E passa metà della giornata a discutere con i superiori su chi dovrà scrivere l’ennesimo file Excel.

Con Slow Horses, la spy story ha finalmente smesso di farsi bella. E meno male, diciamo noi.


Per decenni, cinema e televisione ci hanno raccontato lo spionaggio come un’arte. Elegante, pericolosa, riservata a menti straordinarie e corpi impeccabili. James Bond che ordina un Martini “shaken, not stirred“. Jason Bourne (o Ethan Hunt, se preferite) che corre sui tetti di mezza Europa. Carrie Mathison che fissa l’orizzonte con gli occhi lucidi mentre salva il mondo da una catastrofe imminente.
Basta però entrare negli uffici della Slough House, fatta da moquette macchiata, caffè freddo, aria stantia di sigarette, per capire che Slow Horses non vuole aggiungersi a quel pantheon. Vuole distruggerlo. Dalle fondamenta. E con una lucidità rara.

Slow Horses: addio al glamour, benvenuta la burocrazia

Il primo atto di ribellione di Slow Horses non è un’esplosione ma un modulo compilato male. La serie, fin dalla prima stagione, smonta pezzo per pezzo il mito dello spionaggio come mestiere eroico, mostrando ciò che realmente lo governa: burocrazia, opportunismo. Mediocrità istituzionale. Sembra un po’ la pubblica amministrazione italiana, insomma

L’MI5 non appare come un’agenzia onnisciente e infallibile ma come un’azienda disfunzionale. Le carriere si costruiscono con i favori, le operazioni saltano per errori amministrativi. Le crisi più gravi nascono non da menti criminali geniali ma da rivalità interne e decisioni prese per convenienza.
In Slow Horses, insomma, il potere non è elegante: è noioso. Non è lucido: è stanco. Non è eroico: è mediocre.

La Slough House, sede degli agenti scaduti (ma non scadenti…), è il cuore simbolico di questo racconto. Un purgatorio burocratico dove finiscono coloro che hanno sbagliato, detto la verità al momento sbagliato o semplicemente intralciato la narrazione ufficiale. Un cimitero dell’ambizione dove sopravvivere, più che vivere, è l’unica missione possibile. Non è un luogo di redenzione ma di sospensione. Qui non si combatte il nemico esterno: si sopravvive al nemico interno. Quello che ti sorride e poi ti pugnala alle spalle. Non con un coltello ma con una penna a sfera.

Il mito della spia: fascino, controllo e menzogna

Shirley e Catherine osservano il destino di Londra, in Slow Horses
Credits: Apple TV+

Per decenni, la spy story televisiva e cinematografica ha vissuto di romanticismo e adrenalina. Un romanticismo con la duplice funzione. Quella di creare il mito e quella di rassicurare lo spettatore. Anche quando le spie mentivano, uccidevano o operavano fuori dalla legge lo facevano per un bene superiore. E con stile, carisma. Con un’aura che rendeva tutto accettabile. Forse troppo.

Anche le versione più “realistiche” del genere, citiamo ancor Bourne e Homeland, non hanno mai rinunciato del tutto a questa mitologia. Una mitologia che ha creato e reso epiche figure tormentate ma incredibilmente efficienti. L’eroe poteva essere instabile, persino autodistruttivo, ma restava straordinario. Nel bene e, soprattutto, nel male perché anche quando falliva lo faceva in grande stile. E il suo sacrificio, e quello di chi gli sta attorno, dava un senso alla violenza che esercitava.

Slow Horses nasce per ribaltare questo racconto e cancellare il patto implicito con lo spettatore. Al posto di cocktail e casinò, ci sono scrivanie polverose. Al posto di inseguimenti spettacolari, interminabili riunioni. In Slow Horses non c’è eroismo che giustifichi il sistema. Non c’è grandezza nella missione. Tantomeno c’è catarsi nel sacrificio. La serie, ormai cult assoluto della televisione contemporanea, prende il mito romantico della spia e lo priva della sua funzione più rassicurante. Quella, cioè, di farci credere che, in fondo, il potere sia nelle mani giuste.

Spie senza aura: ferite, non superpoteri

I protagonisti di Slow Horses non sono eroi caduti. Sono impiegati con ferite. Da Bond in poi, abbiamo associato l’essere agente segreto all’idea di carisma e privilegio. Ma lo spionaggio, quello vero, non è un fantasy di potere: è una macchina governata da politica, gerarchie e burocrazia. E i suoi agenti non sono eroi senza paura ma esseri umani con le loro debolezze.

River Cartwright (Jack Lowden) è un talento bruciato da un unico errore di gioventù, marchiato per sempre da un fallimento pubblico. Louisa Guy (Rosalind Eleazar) cerca di tenere insieme professionalità e dolore dopo un lutto che non trova spazio nel linguaggio istituzionale. Catherine Standish (Saskia Reeves) combatte con il proprio passato e con l’alcol, mentre il sistema finge di non vedere. Shirley Dander (Aimee-Ffion Edwards) arriva urlando, con la rabbia e la dipendenza cucite addosso. Persino Roddy Ho (Christopher Chung), il genio informatico, è una miscela di arroganza e profonda inadeguatezza sociale.

Nessuno di loro ha il controllo del proprio destino. Al contrario, tutti sono soggetti a regole arbitrarie, silenzi compiacenti, decisioni prese altrove. Il loro valore non sta nell’azione spettacolare, ma nella resistenza quotidiana. Non salvano il mondo. Cercano di non farlo crollare del tutto con la consapevolezza che nessuno li ringrazierà mai. Del resto, è poi il loro lavoro.
Questi uomini e donne non si riscattano mai davvero, perché la loro esistenza stessa è un compromesso. Ed è proprio questo che rende Slow Horses una serie radicalmente onesta.

Jackson Lamb: ciò che resta quando il mito è finito

Abbiamo citato Jason Bourne, Carrie Mathison, Ethan Hunt. E naturalmente lui, l’archetipo dell’agente segreto letterario e cinematografico: mi chiamo Bond, James Bond. Poi (molto poi…), in fondo a questa lista, c’è Jackson Lamb. Interpretato da un Gary Oldman semplicemente monumentale.
Dove James Bond aggiusta il papillon prima di sparare, Jackson Lamb si gratta, sbadiglia e insulta i colleghi. Dove uno veste abiti di sartoria, l’altro ha le calze sporche e bucate. Se James Bond non ha un capello fuori di posto nemmeno dopo essersi gettato da un elicottero, l’altro scoreggia non appena si muove perché l’indiano che ha mangiato per pranzo non l’ha digerito.
È una comicità corporea, sgradevole, volutamente anti-cinematografica. Ed è tutto fuorché casuale.

Jackson Lamb non è il contrario di James Bond. È ciò che resta quando il mito è finito. Quando l’eroismo ha smesso di funzionare come racconto e ha lasciato spazio alla routine, all’usura, all’esaurimento morale. Lamb è l’anti-eroe definitivo perché porta in superficie tutto ciò che il cinema delle spie ha sempre nascosto: la quotidianità grigia, le carriere spezzate. Le stazioni della metro, la pioggia che non smette mai di cadere.

Gary Oldman ha descritto Jackson Lamb come “una mente brillante intrappolata in un corpo esausto“. Ed è una definizione perfetta, a patto di intendere quella brillantezza per ciò che è davvero. Non il guizzo del genio, ma la lucidità terminale di chi ha visto troppo. Lamb è brillante perché ha smesso di credere alle versioni ufficiali, perché riconosce gli schemi prima che si chiudano, perché sa come va a finire. E proprio per questo non ha più alcun bisogno di piacere. Non è un rivoluzionario, non è un idealista. È un sopravvissuto. La sua intelligenza non è quella brillantezza performativa, elegante, che risolve i problemi sotto i riflettori. È un’intelligenza di scarto, di fondo, maturata nell’accumulo di errori e di verità insabbiate. Non abbaglia ma logora. Non seduce ma smaschera.

Lamb incarna un potere stanco che non promette, non motiva, non ispira. Un potere che si limita a ricordare. Le carriere distrutte, gli errori ripetuti. Le decisioni prese per convenienza e poi coperte dal linguaggio della sicurezza nazionale. Non è un modello da imitare. È un avvertimento. Sta lì, immobile, sgradevole, a imperitura memoria. A ricordare a tutti che una volta grattata via la superficie dorata sotto la realtà del potere è questa. E non quella patinata che vediamo sul grande schermo.

Slow Horses: il linguaggio del disincanto

Allievo e maestro sembrano interrogarsi sul destino di Londra, in Slow Horses
Credits: Apple TV+

La forza di Slow Horses sta nella coerenza assoluta tra contenuto e forma. La serie non spettacolarizza lo spionaggio: lo registra per quello che è. Niente inquadrature spettacolari, niente colonne sonore trionfali. La fotografia è desaturata, dominata da grigi, beige, marroni sporchi. Gli ambienti sono volutamente squallidi. Uffici senza finestre, pub illuminati al neon, case popolari con la vernice scrostata. È il rovescio visivo dello spionaggio di lusso, un anti-glamour programmatico dove non c’è spazio per il fascino, ma solo per l’odore stagnante del caffè bruciato e le luci da ufficio pubblico. E che si rispecchia perfettamente anche nell’azione. Quando arriva è rapida, brutale, violenta e priva di coreografie.

E poi ci sono i dialoghi. Taglienti, ironici, mai retorici. Le battute di Jackson Lamb non sono frasi ad effetto ma coltellate di verità mascherate da sarcasmo. “Non siamo qui per fare la storia“, dice in un episodio. “Siamo qui perché qualcuno deve pulire la m***a che gli altri lasciano in giro.” È questa la filosofia della serie. Lo spionaggio non è gloria ma manutenzione. E spesso, di un edificio già marcio.

Gary Oldman si diverte a ricordarlo nelle interviste, definendo Lamb “l’uomo che scoreggia in pubblico e risolve i complotti senza alzarsi dalla sedia“. È proprio questa ironia corrosiva a rendere la serie irresistibile. Perché mostra il lato sporco e scomodo della vita da agente segreto ma lo fa con un’intelligenza quasi comica che rende tutto paradossalmente elegante.
La BBC ha definito Slow Horsesla versione post-Brexit del mito di James Bond“. Laddove 007 rappresentava l’Inghilterra trionfante, qui assistiamo alla sua disillusione: un Paese che non domina più ma sopravvive.

Il potere: stanchezza e mediocrità istituzionale

Un altro degli aspetti più inquietanti e più veri di Slow Horses è la sua rappresentazione del potere non come forza trascendente ma come macchina burocratica stanca, mediocre e autoreferenziale. Non ci sono burattinai geniali né architetture del terrore. Solo funzionari annoiati, ambizioni meschine e giochi di posizionamento interni a un sistema che ha dimenticato il proprio scopo. Il male, qui, non è spettacolare ma amministrativo. Nasce da una mail non letta, da un rapporto insabbiato, da una carriera salvata a scapito della verità.

La Slough House non è solo un ufficio per spie fallite. È una metafora dell’Inghilterra contemporanea, che gestisce il proprio declino con scartoffie, silenzi e sarcasmo. Ma il vero cuore oscuro della serie batte altrove. Nei corridoi lucidi dell’MI5, dove Diana Taverner, interpretata con glaciale perfezione da Kristin Scott Thomas, incarna il volto più temibile del potere moderno. Non è crudele per vocazione, né ideologica. È semplicemente funzionale. Elegante nel tailleur, implacabile nei calcoli, agisce non per difendere la nazione, ma per preservare il proprio posto all’interno di un ingranaggio che ormai gira a vuoto. È più spaventosa di qualsiasi terrorista, perché non crede in nulla se non nella propria sopravvivenza politica.

È qui che Slow Horses rovescia un luogo comune con eleganza feroce. Si dice che il potere logori chi non ce l’ha. Ma la serie dimostra il contrario. È il potere stesso a logorare chi lo detiene. Taverner non è trionfante: è esausta. Lamb non è ribelle: è stanco. Entrambi, da opposti lati del sistema, portano le cicatrici di un’istituzione che consuma chi la serve, indipendentemente dal ruolo. Il vero dramma non è la mancanza di potere, ma la sua banalità corrosiva. Quella, cioè, che trasforma ideali in procedure, persone in risorse, e sicurezza nazionale in merce di scambio burocratico.

Slow Horses: demolire come atto d’amore

Il mito romantico dello spionaggio non è mai stato innocente. È sempre servito a nobilitare la violenza dello Stato, trasformando operazioni opache e spesso illegali in gesta di eroismo. James Bond uccide con stile, mentre Jason Bourne è un assassino con un’anima. Questa narrazione rassicura lo spettatore: il potere è nelle mani giuste, anche quando agisce nell’ombra.

Tuttavia, Slow Horses rifiuta questa consolazione. Non aggiunge un nuovo eroe ma lo dissolve. Non per cinismo ma per rispetto. Rispetto per chi sa che il mondo non si salva con un colpo di pistola ben mirato ma si tiene insieme, quando va bene, con errori corretti all’ultimo minuto, con silenzi scomodi. Con persone imperfette che scelgono, malgrado tutto, di non voltarsi dall’altra parte.

Demolire il mito, qui, non è un gesto di distruzione, ma di cura narrativa. È dire allo spettatore: “guarda, non ti mentirò. Non ti darò un salvatore. Ma ti mostrerò qualcosa di più raro: la decenza nella sconfitta, l’intelligenza nel disordine, la morale nel caos burocratico”. In un’epoca in cui ogni serie cerca di vendere un’illusione di controllo, Slow Horses ha il coraggio di ammettere che nessuno sa davvero cosa sta facendo. E che forse, proprio da quella confusione, può nascere qualcosa di autenticamente umano.

È questo il suo atto d’amore. Non offrire consolazione, ma compagnia nella disillusione. Tra un rutto, una sigaretta spenta male e una battuta amara, la serie ci ricorda che non serve un superuomo per resistere al potere. Basta non smettere di guardarlo in faccia. Anche quando quella faccia è stanca, mediocre, e non indossa un tailleur impeccabile.

Un nuovo eroismo: senza smoking (per fortuna)

Jackson Lamb osserva la sua calza bucata
Credits: Apple TV+

Slow Horses non dice che James Bond, e tutti gli altri, non servono più. Dice che non bastano. Che accanto all’eroe impeccabile, elegante, sempre un passo avanti, esiste un’altra figura necessaria. Quella che resta quando il mito smette di funzionare.

Jackson Lamb è questo. Non un’alternativa glamour, non un contro-modello affascinante, ma un promemoria sgradevole. Sta lì per ricordarci che il potere non è coordinazione perfetta, né controllo assoluto. È confusione, compromesso, stanchezza. È gente che sbaglia, che copre, che va avanti lo stesso. Non perché abbia una visione, ma perché non può permettersi di fermarsi.
La spia di Slow Horses non salva il mondo. Al massimo impedisce che crolli per un errore evitabile. Non compie gesti memorabili, non lascia frasi iconiche. Sistematizza danni, corregge rapporti, rattoppa falle. Lavora in un sistema che non la ringrazia e che, spesso, la tradisce. Eppure resta.

Questo è l’eroismo che la serie rivendica. Non quello spettacolare ma quello residuo. Quello di chi continua a fare il proprio lavoro sapendo che nessuno lo racconterà bene. Che non ci sarà una musica a coprire il rumore di fondo. Che non arriverà nessuno, alla fine, a riconoscere il merito.
Slow Horses spoglia la spy story dei suoi smoking e delle sue bugie più comode e la riporta a terra. Non per distruggerla ma per renderla onesta. Perché forse non abbiamo smesso di aver bisogno di eroi. Abbiamo solo smesso di credere che siano belli, lucidi e impeccabili.