8) How to Get Away with Murder

Un gruppo di studenti di legge selezionati per lavorare a stretto contatto con la loro professoressa, la brillante e spietata Annalise Keating interpretata da Viola Davis, si ritrova coinvolto in un omicidio che dovrà nascondere a tutti i costi. Da questa premessa nasce How to Get Away with Murder, un titolo capace di ribaltare costantemente le regole del crime attraverso una struttura temporale frammentata che alterna presente e futuro fin dal primo episodio. Quello che rende questa serie particolarmente riuscita è proprio l’intelligenza con cui vengono disseminati gli indizi, mai lineari, sempre parziali, costringendo lo spettatore a ricostruire mentalmente ogni pezzo del puzzle mentre segue contemporaneamente le lezioni universitarie di Annalise, i suoi metodi controversi e la vita privata dei suoi studenti, sempre più coinvolti in un giro di bugie difficile da sostenere.
Viola Davis costruisce un personaggio capace di dominare ogni scena. Una donna feroce nelle aule di tribunale quanto fragile nella propria vita privata, segnata da dipendenze e relazioni tossiche mai del tutto risolte. La serie riesce a mantenere per diverse stagioni un ritmo altissimo, capace di introdurre nuovi omicidi e nuovi misteri senza mai perdere il filo conduttore principale: quello del primo delitto che ha dato il via a tutto.
Guardare How to Get Away with Murder significa farsi spazio in un puzzle intricatissimo, fatto di colpi di scena e rapporti che non sono mai come appaiono. E la ciliegina sulla torta? Dopo anni passati a stupirci, il finale è riuscito a farlo nello stesso modo e con la stessa intensità.
7) The Wire

Raccontare una città intera attraverso le sue strade, i suoi porti, le sue scuole e i suoi palazzi del potere politico richiede un’ambizione che pochissime serie crime hanno mai osato mettere in campo, e The Wire riesce in questa impresa restituendo Baltimora come un organismo vivo, complesso, capace di respirare attraverso ognuno dei suoi personaggi. Ogni stagione sposta il proprio sguardo su un aspetto diverso della città, dal traffico di droga nei quartieri più poveri al porto industriale, dalla politica cittadina al sistema scolastico, fino al giornalismo in crisi, senza mai perdere di vista il filo conduttore rappresentato dalle intercettazioni della polizia guidate dal detective McNulty.
Di anni ne sono passati. E ancora qualcuno ha paura di The Wire. Della sua lentezza, del suo non entrare nel vivo fin dai primi episodi. Ma chi l’ha vista, sa. Sa che ciò che rende The Wire un’opera fuori dal comune è proprio il rifiuto di semplificare il crimine in una semplice contrapposizione tra buoni e cattivi: gli spacciatori hanno le proprie regole d’onore, i poliziotti sono corrotti tanto quanto ambiziosi, i politici manipolano ogni situazione per il proprio tornaconto, restituendo un affresco morale in cui ogni personaggio agisce secondo una logica comprensibile, anche quando quella logica porta a conseguenze devastanti.
David Simon, che della serie è ideatore e principale sceneggiatore, porta nella scrittura la propria esperienza da giornalista di cronaca nera, restituendo dialoghi e situazioni con un realismo raramente eguagliato nella storia della televisione. The Wire non cerca mai la scorciatoia dell’intrattenimento facile, chiede pazienza e attenzione, ma restituisce in cambio una delle riflessioni più profonde mai scritte sul fallimento sistemico delle istituzioni americane di fronte al crimine organizzato. Dettagli che rendono questa Serie Tv HBO un’opera capace di essere studiata ancora oggi come testo fondamentale per chiunque voglia comprendere davvero il genere nella sua forma forse più pura.





