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American Crime Story è una scatola cinese di racconti

Da dire su American Crime Story non c’è molto. Da riflettere c’è sempre. Al di là della bravura degli attori, che per correttezza va sempre sottolineata, i pensieri che sorgono una volta guardata la puntata sono più che altro di tipo morale. No, tranquilli, non intendo attaccarvi un pippone galattico: sarò breve. A un certo punto, l’avvocato Johnnie Cochran dice questo agli altri avvocati della difesa:

Siamo qui per raccontare una storia migliore di quella che racconterà l’altra parte.

Quello che c’è da dire di quest’ultimo episodio non è molto diverso da quanto già detto qui. Ma il punto è proprio questo: sembra che sia più un tentativo di affabulazione, una gara di retorica, una partita a RISIKO, più che un processo nel quale si cerca di fare giustizia. In realtà, qui si apre un altro bel discorso pesantuccio di quelli che piacciono tanto a noi che ci mettiamo a scrivere di queste cose. In qualche modo, è un discorso un po’ “metaletterario” (si potrebbe dire, “metaseriale”?): noi stiamo guardando una serie tv che racconta la storia di un processo nel quale viene raccontata la storia (anzi, più storie: quella raccontata dalla Difesa e quella raccontata dall’Accusa) di una storia che è realmente accaduta. Insomma, una scatola cinese di racconti. E ogni racconto è un filtro al reale. Uno sfasamento della visuale. Qui c’è da chiedersi quanto conti in American Crime Story la verità dei fatti e quanto la storia che ci viene raccontata, ma torniamo a noi.

Al di là delle rotture interne alle parti (si pensi a Robert Shapiro che da primo avvocato di O.J Simpson viene quasi ostracizzato dai colleghi, e a Christopher Darden che si sente dire, perennemente, di essere stato scelto perché nero), quando si entra in tribunale, si va in scena e questa consapevolezza c’è. Sempre Cochran, a un certo punto, dice a Shapiro: Coraggio, Bob! Fai finta che siano gli Oscar. E un po’ lo sono, perché pare che avrà la meglio chi metterà in scena una rappresentazione migliore. E non per niente la villa di O.J. viene sistemata in vista della visita da parte della giuria: via le foto delle donnine nude e portate le foto di O.J. che abbraccia la mamma. Quelli non sono nemmeno i miei figli, dice O.J. inizialmente contrario a quell’operazione che pare, più che altro, essere la preparazione di un set cinematografico. È tutta una questione di immagine. Si tratta solo di convincere la giuria di una verità più patinata, più gratificante. Per questo Darden chiede non venga usata la parola “negro”: una parola capace di scaldare gli animi e defraudare i giurati della loro lucidità. Ovviamente, questa richiesta verrà usata contro di lui, per svilirlo. Ma la “slealtà” della Difesa è così manifesta da far venire un coccolone a un avvocato che può pregiarsi di un grande autocontrollo. E poi c’è questa storia del poliziotto razzista che nega fino alla morte la sua ideologia fascista, ma, una volta a casa, pulisce il vetro dell’armadietto in cui tiene le medaglie con la svastica.

american crime story people-v-oj-simpson


Il punto è questo: American Crime Story è una serie tv e quindi un prodotto romanzato, ma questa non si discosta molto da come sono andate realmente le cose.

E quello che dovremmo chiederci è questo: è normale che in un processo le uniche cose reali siano i due cadaveri? Che tutto il resto sia un gioco d’immagine per mass media così da “plagiare” l’opinione pubblica? Certo, un avvocato cerca sempre di avere la meglio, ma fino a mistificare la realtà cambiando le fotografie che un uomo ha in casa per darne un’immagine migliore? Ora esco un pelo dal seminato. In questi giorni, alcuni casi di cronaca nera stanno occupando parte dei nostri pensieri a causa della loro efferatezza. Al di là dello sconcerto, è poi così giusto che sia tutto così strumentalizzato? Le serie tv dovrebbero servirci anche a questo: a pensare alla vita vera.

Visto che quella di O.J., purtroppo, è una storia vera, eccovi una chicca: il vero video dell’inseguimento della Bronco. Buona visione.

https://www.youtube.com/watch?v=HcyyCi2b2AY

Elisa Belotti 

un saluto agli amici di Serie Tv, la nostra drogaSeriamente Tv, American Crime Story Italia

Written by Elisa Belotti

Siamo qui per parlare di questo mondo e di mille altri, per ridere, riflettere e immaginare. “Sono un idiota, io sono un pazzo, lo so... ma sono stato una buona lettura, giusto?”, vorrei dirvi che è mia, ma mentirei: è di un tale Hunter S. Thompson. Sperando di poterla dire anche io, un giorno.

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