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La nuda fotografia di Romanzo Criminale

Un’altra televisione è possibile e questo tristemente non grazie a René Ferretti – che comunque ci ha provato – ma grazie a Stefano Sollima. Il caro signor Sollima, nei suoi ultimi anni di attività è riuscito a sfornare capolavori sia sul grande che sul piccolo schermo; a essere entrato nella storia italiana è quella che potremmo definirla la sua opera prima, la sua consacrazione: Romanzo Criminale.

Romanzo Criminale porta una fresca brezza marina in una giornata di scirocco, distruggendo tutti gli usi e i costumi degli “sceneggiati” dell’itala-penisola. Sollima rinuncia ai vari Stanis La Rochelle e alle “cagne maledette!”, abbandona le rehesis esistenziali totalmente irrealistiche – che funzionano solo se sei Medea o Antigone – e dà un taglio netto allo smarmellamento fotografico imperante.

Sollima, piuttosto che ispirarsi all’irrealistica aura di “Un Posto al Sole”, preferisce una regia alla Claudio Caligari – come Amore Tossico ma senza tossici, per intenderci. Romanzo Criminale è sporco, agitato, così la regia, tanto la recitazione, quanto la fotografia.

Romanzo Criminale

È tutto totalmente realistico ma allo stesso tempo di una purezza artistica fuori dal comune: la luce, le inquadrature non posseggono sotto-testi, non sono perfette ma si fondono con i personaggi, si degradano con l’aura nera dei protagonisti. Si va a creare quella romantica corrispondenza, che già Byron aveva individuato, tra anima dei personaggi e struttura del paesaggio.

La fotografia in Romanzo Criminale smette di essere un virtuosismo registico, è monocromatica, è visibilmente messa in secondo piano: questo per dare più rilievo alla sostanza, per non creare più bellissime architetture visive ma spiritualmente prive di contenuto. Come la Pietà Incompiuta di Michelangelo, pregnante proprio grazie alla sua rozzezza: ovviamente quella di Sollima è “un’incompiutezza” stilistica e voluta.

Nonostante ciò, nulla è lasciato al caso: questa infatti assume un ruolo cruciale nelle scene più crude o nei degradati paesaggi delle suburre romane.

Morte Libanese Romanzo Criminale

Sollima ci fa vedere quello che vuole, il resto lo oscura: grazie alla sua semplicità, viene messa in rilievo la crudezza di una vita violenta. Mette in luce ciò che dovrebbe essere in ombra e, viceversa, in ombra ciò che dovrebbe essere illuminato.

Il ricercato idillio simmetrico Andersoniano viene surclassato dalla violenza dell’asimmetria, dell’inquadratura fugace e di una luce dai tratti verdognoli. Una fotografia simile in un’opera esterna a Romanzo Criminale sarebbe più trash che artistica, anzi qualcuno la potrebbe giudicare amatoriale e dozzinale.

Nell’effettivo, la fotografia rispetta l’umore dei personaggi e il fine meramente realistico, più che onirico, della Serie. Si crea una corrispondenza biunivoca, che permette allo spettatore di comprendere anche l’andazzo della scena; una magia senza tempo che consacra Romanzo Criminale e Sollima nell’albo d’oro dei capolavori italiani.

Tutto ciò che è rosso viene messo in risalto da un alto contrasto, è l’unico espediente fotografico – molto probabilmente in post-prod – tangibile.

Per il resto Sollima si affida alla volgarità di un Romanzo Criminale quotidiano, fatto – più che di immagini – di suoni, parole sboccate e lacrime amare.

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