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Roast In Peace 2 è meglio di Roast in Peace 1: c’è margine per un comedy show immortale – La recensione della seconda stagione

Copertina Roast In Peace 2 Prime video

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Morire è inevitabile. Essere sepolti davanti a milioni di persone mentre quattro comici spiegano perché, in fondo, forse non ci mancherai poi così tanto, invece è una scelta. E una scelta che i cinque protagonisti di R.I.P. – Roast In Peace 2 hanno deciso di compiere con una certa dose di coraggio, o forse semplicemente con un’autostima molto solida. La seconda stagione del comedy show targato Prime Video è tornato il 18 settembre con sei nuovi episodi e una domanda fondamentale: si può organizzare un funerale ed evitare che qualcuno pianga? La risposta di R.I.P. è sì, basta invitare Stefano Rapone, Eleazaro Rossi, Max Angione e Martina Catuzzi.

A officiare la cerimonia troviamo ancora Michela Giraud, mentre i cinque illustri defunti di questa stagione sono Fedez, Alessandro Borghese, Simona Ventura, Giuseppe Cruciani e Asia Argento. Un cast che, già sulla carta, sembra un bug provocato da qualcuno che ha avuto accesso per errore al database delle celebrità italiane e ha deciso di premere seleziona tutto. E la cosa più bella è che R.I.P. – Roast In Peace 2 non ha nessuna intenzione di comportarsi come un funerale normale. Anche perché sarebbe piuttosto preoccupante se lo facesse.


Bentornati al funerale

Il meccanismo lo conosciamo già: un personaggio famoso entra in scena, si accomoda al proprio funerale e ascolta amici, colleghi e soprattutto comici raccontare tutto ciò che, secondo loro, rende la sua dipartita assolutamente necessaria. Insomma, il testamento biologico incontra il cabaret. La prima stagione aveva già avuto il merito di presentare al pubblico italiano un format che, almeno dalle nostre parti, non è esattamente una presenza quotidiana nei palinsesti. Il roast vive infatti di un equilibrio particolare: bisogna essere cattivi, ma non gratuitamente; personali, ma non banali; irriverenti, ma soprattutto divertenti.

La seconda stagione sembra aver capito perfettamente questo meccanismo. Il programma conosce ormai le proprie regole e soprattutto sa che non deve perdere tempo a spiegare troppo. Arriva il VIP, parte il funerale, parte il roast e qualcuno, entro pochi minuti, viene metaforicamente cremato. Il bello è che la formula funziona proprio perché tutti sembrano sapere perfettamente a cosa stanno andando incontro. O almeno dovrebbero. Perché accettare di partecipare a R.I.P. significa fondamentalmente dire: sì, sono disposto a passare una serata ascoltando gente molto più divertente di me spiegare al pubblico italiano perché sono una persona discutibile. Che, se ci pensiamo, è un livello di fiducia nei propri mezzi non indifferente.

Un cast che sembra un buffet per i comici

Cast Roast In Peace 2
credits: Stand by Me

La scelta dei cinque protagonisti è probabilmente uno degli elementi più divertenti della stagione. Fedez, Alessandro Borghese, Simona Ventura, Giuseppe Cruciani e Asia Argento non potrebbero essere più diversi per carriera, personalità e immaginario pubblico. Ed è esattamente questo il punto: ognuno arriva con un bagaglio enorme di materiale pronto per essere trasformato in una battuta. Fedez ha una vita professionale ma soprattutto mediatica che potrebbe tranquillamente occupare una stagione televisiva tutta sua. Alessandro Borghese è diventato talmente riconoscibile da poter essere identificato probabilmente anche soltanto attraverso un 4 davanti a un voto scolastico. Simona Ventura è televisione italiana allo stato puro. Giuseppe Cruciani ha costruito una parte consistente della propria popolarità proprio sulla provocazione. Asia Argento, invece, è una di quelle figure per cui il termine personaggio pubblico sembra quasi riduttivo.


Insomma, i comici non devono nemmeno andare a cercarsi il materiale: il materiale è lì e li guarda pure negli occhi. La cosa importante, però, è che il roast funzioni soltanto quando chi lo riceve accetta di stare al gioco. E in questa stagione il meccanismo sembra particolarmente riuscito proprio perché i protagonisti non sono lì per fare le vittime sacrificali. Sono lì per essere presi in giro e, possibilmente, per ridere insieme al pubblico. D’altronde, se partecipi volontariamente a un programma intitolato Roast In Peace, lamentarti perché ti hanno arrostito sarebbe un po’ come ordinare una carbonara e arrabbiarti perché c’è il guanciale.

Max Angioni e Martina Catuzzi entrano in gioco

La vera novità del quartetto comico sono Max Angioni e Martina Catuzzi, che si aggiungono ai già rodati Stefano Rapone ed Eleazaro Rossi. E qui arriva una delle sorprese più piacevoli della stagione: le new entry funzionano davvero. Non hanno l’aria di essere state aggiunte al cast perché serviva cambiare due persone. Al contrario, riescono a inserirsi nella dinamica senza dare l’impressione di essere gli studenti nuovi arrivati a metà anno che ancora non sanno dove sia il bagno. Angioni porta nel gruppo il suo stile e la sua capacità di giocare con la costruzione della battuta, mentre Catuzzi aggiunge una presenza che si amalgama bene con il resto del gruppo.


Il risultato è un quartetto abbastanza vario da evitare l’effetto quattro comici che, davanti a cinque VIP, fanno sostanzialmente la stessa battuta con quattro voci diverse. E questa è una cosa fondamentale. Perché il rischio di un programma di questo tipo è che dopo il terzo roast tu possa tranquillamente pensare: ok, abbiamo capito, questa persona è ridicola, possiamo procedere con la sepoltura? Qui invece il ritmo regge. Rapone ed Eleazaro Rossi hanno ormai preso confidenza con il format e si vede. Sono i veterani del funerale, quelli che ormai conoscono talmente bene il campo di battaglia che probabilmente potrebbero organizzare un funerale anche senza bara, fiori e salma. Basta dargli un microfono e un VIP.

Michela Giraud dovrebbe avere un’assicurazione sulla vita

Michela Giraud e gli altri comici
credits: Stand by Me

E poi c’è lei: Michela Giraud. Perché qualcuno deve pur condurre questo funerale. Giraud torna al centro del programma e si conferma perfettamente adatta al ruolo di officiante di questa specie di matrimonio al contrario: invece di promettersi amore eterno, qui ci si promette di non offendersi troppo. La sua funzione è fondamentale anche perché mantiene quel contrasto che rende R.I.P. così divertente. Da una parte c’è l’impostazione solenne del funerale, dall’altra quattro comici che cercano il modo più creativo possibile per spiegare perché il defunto, purtroppo, non ci mancherà.

È una padrona di casa che sa quando lasciare spazio agli altri e quando intervenire per rilanciare la gag. E soprattutto non ha bisogno di trasformare ogni momento in una gara per dimostrare di essere la più divertente della stanza. Anche perché in quella stanza c’è gente che ha appena ricevuto il permesso ufficiale di insultare tutti i presenti. Auguri.


Quindi brava Michela! Anche quest’anno voto dieci (per citare Borghese).

Gli Inconsolabili? Mi sarei consolata anche senza

Tra le novità della seconda stagione ci sono anche gli inconsolabili, ovvero persone vicine ai VIP che intervengono durante il loro funerale. L’idea, sulla carta, è anche interessante: aggiungere qualcuno che conosca personalmente il protagonista dovrebbe permettere di portare sul palco aneddoti più privati e imprevedibili. Il problema è che, almeno per quanto mi riguarda, è proprio uno degli elementi che ho sentito meno necessario. Gli Inconsolabili non mi hanno convinta fino in fondo e, sinceramente, avrei potuto tranquillamente farne a meno.

Il motivo è abbastanza semplice: R.I.P. funziona già benissimo quando lascia il palco ai suoi quattro comici e al protagonista di turno. Il cuore del programma è proprio quel confronto diretto, quasi sadico ma rigorosamente giocoso, tra chi deve incassare e chi ha il compito di trovare il modo più creativo per affondare il colpo. Quando entrano gli Inconsolabili, invece, il meccanismo tende a perdere un po’ di quella immediatezza che rende il roast così divertente. Non è che siano necessariamente fuori posto o che rovinino gli episodi, sia chiaro. Semplicemente, non mi è mai venuto da pensare: meno male che hanno aggiunto questa parte.


Anzi, in alcuni momenti mi sono ritrovata a pensare l’esatto contrario: potevamo tranquillamente continuare con i comici. E forse è proprio questo il problema delle novità nei format che funzionano già: non basta aggiungere qualcosa perché quel qualcosa serva davvero. A volte la rivoluzione televisiva può essere anche lasciare le cose come stanno. Gli Inconsolabili, quindi, per me rimangono l’elemento più sacrificabile della stagione. Una presenza che non compromette il risultato finale, ma che non sentirei particolarmente la mancanza di rivedere in una eventuale terza stagione. Insomma, se il funerale è già divertente, non è detto che serva anche il cugino di terzo grado con l’album delle fotografie.

Sei episodi, cinque funerali e una quantità preoccupante di risate

Fedez in Roast In Peace 2
credits: Stand by Me

Il merito maggiore di R.I.P. – Roast In Peace 2 è che riesce a non far sembrare i sei episodi semplicemente la ripetizione dello stesso schema. Il format resta quello, naturalmente, ma l’arrivo di Max Angioni e Martina Catuzzi contribuisce a rendere ancora più vivace la dinamica tra i quattro comici. E poi c’è la competizione. Perché, evidentemente, quattro persone che passano il tempo a spiegare a cinque VIP perché la loro morte televisiva sia assolutamente meritata non erano abbastanza: bisognava anche trasformare tutto in una gara.

La situazione più divertente però arriva proprio alla fine, quando Max Angioni ed Eleazaro Rossi arrivano allo scontro decisivo. E qui il programma smette per un attimo di essere soltanto il funerale dei VIP e diventa il funerale, metaforicamente parlando, dei due finalisti. I due si affrontano a colpi di black humor, insulti, battute al limite e tutto quello che ci si potrebbe aspettare da una roast battle. Nessuno dei due sembra intenzionato a fare un passo indietro e, soprattutto, nessuno sembra avere intenzione di lasciare all’altro l’ultima parola.

Ma chi ha vinto l’urna d’oro ? ATTENZIONE SPOILER

Il risultato è una finale che ha esattamente lo spirito di R.I.P.: cattiva, esagerata e soprattutto consapevole di esserlo. Angione ed Eleazaro si prendono a metaforiche martellate con il linguaggio che hanno usato per tutta la stagione contro i cinque defunti e, a quel punto, viene spontaneo chiedersi chi possa mai avere il potere di decidere quale dei due abbia avuto la meglio. La risposta è, probabilmente, una delle cose più R.I.P. possibili: il loro destino finisce nelle mani di Giuseppe Cruciani. O meglio, per citare Michela Giraud, proprio nelle sue “zozze mani”. Perché sì, dopo aver assistito per tutta la stagione a VIP che si fanno insultare con grande spirito sportivo, arriva il momento in cui uno di loro deve trasformarsi in giudice e decidere il destino dei due comici.

E a spuntarla è Max Angioni, scelto da Cruciani (a seguito di un pareggio dopo le votazioni degli altri giudici) come vincitore della competizione. Una conclusione che chiude perfettamente il cerchio della stagione: Angioni è una delle novità del programma, arriva fino alla finale e riesce a portarsi a casa il titolo dopo essersi giocato tutto a colpi di black humor e roast insieme a uno degli uomini che conoscono ormai perfettamente il mestiere, Eleazaro Rossi.

R.I.P. – Roast In Peace 2: ma quindi fa davvero ridere?

Sì. E questa volta la risposta è sorprendentemente semplice. Fa ridere. Tanto. Non nel senso di qualche battuta qua e là infilata tra momenti morti. La sensazione, guardando la seconda stagione, è quella di un programma che ha trovato il proprio ritmo e decide di sfruttarlo fino in fondo. Personalmente, dopo questa seconda stagione, mi viene da dire che la bara può tranquillamente restare aperta. Perché R.I.P. – Roast In Peace 2 è uno di quei programmi che si guardano esattamente per il motivo per cui sono stati creati: per divertirsi. E se durante un episodio vi capita di pensare che forse state ridendo un po’ troppo per un funerale, tranquilli. È tutto normale. Il problema sarebbe stato ridere poco.