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Golden Axe – La Recensione: una commedia fantasy che rinasce dalla nostalgia del suo passato

Golden Axe

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Ci sono videogiochi che sembrano quasi chiedere di essere trasformati in una serie televisiva e altri che, proprio per la loro natura, rendono un’operazione del genere estremamente complicata. Golden Axe appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Il celebre titolo SEGA del 1989 aveva una struttura essenziale: tre guerrieri, un regno fantasy da salvare, un grande cattivo da sconfiggere e un’infinita successione di nemici da affrontare a colpi di spada, ascia e magia. La sua forza non dipendeva dalla complessità della trama o dalla profondità psicologica dei personaggi, ma dall’immediatezza dell’esperienza arcade. Si entrava nel gioco, si sceglieva il proprio guerriero e si cominciava a combattere. Trasformare quella materia in una serie animata di dieci episodi significava quindi affrontare una domanda tutt’altro che semplice: come si può costruire una vera storia attorno a personaggi che, nell’opera originale, erano soprattutto protagonisti di un’esperienza interattiva?

La risposta di Mike McMahan e Joe Chandler è stata probabilmente la più rischiosa tra quelle possibili. Invece di cercare di rendere Golden Axe più serio, hanno deciso di renderlo ancora più consapevole della propria assurdità. La serie, arrivata su Paramount+ il 16 settembre 2026 con tutti e dieci gli episodi disponibili contemporaneamente, riprende Ax Battler, Tyris Flare e Gilius Thunderhead e li riporta nel mondo di Yuria per affrontare nuovamente Death Adder. Accanto ai tre guerrieri compare però Hampton Squib, un nuovo personaggio interpretato da Danny Pudi e descritto come un aspirante avventuriero decisamente poco qualificato per l’impresa. È una scelta che chiarisce immediatamente il tipo di adattamento che abbiamo davanti: non una trasposizione nostalgica e solenne, ma una commedia fantasy animata che utilizza il materiale originale come terreno di gioco.


Golden Axe e la consapevolezza della propria origine

La serie sa di derivare da un videogioco del 1989 e non cerca minimamente di nasconderlo. Al contrario, trasforma le caratteristiche più riconoscibili del franchise in parte integrante del proprio umorismo. Creature, personaggi, ambientazioni, meccaniche e riferimenti alla saga vengono continuamente rielaborati, ma raramente sembrano semplici elementi inseriti per strizzare l’occhio al pubblico nostalgico. È come se gli autori si fossero chiesti cosa succederebbe se tutte le regole assurde di Golden Axe fossero considerate perfettamente normali dai personaggi che ci vivono dentro. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’operazione. Il fan service, quando funziona, non consiste soltanto nel riconoscere qualcosa che apparteneva al videogioco. Diventa un modo per costruire la comicità. Il mondo di Golden Axe è talmente legato alla propria natura arcade che la serie può permettersi di trasformare quella stessa natura in una fonte narrativa.

La mitologia del franchise non viene quindi semplicemente celebrata, ma manipolata e presa in giro dall’interno. Anche i riferimenti più assurdi possono diventare parte della storia. E questa è la strada più intelligente per evitare che un adattamento di un videogioco dell’89 sembri soltanto una lunga raccolta di easter egg (i migliori EE di Black Mirror) . La scelta più importante è però quella di non affidare tutto il peso della serie ai tre protagonisti originali. Hampton Squib diventa infatti una presenza fondamentale e anche il principale punto di accesso dello spettatore al mondo della serie. Danny Pudi gli dà un’energia particolarmente adatta al registro della produzione. Hampton è ingenuo, entusiasta e convinto di essere destinato a una grande avventura. Il problema è che non possiede praticamente nessuna delle qualità che servirebbero per affrontarla.

I protagonisti di Golden Axe (Variety)

Il rapporto tra Gilius Thunderhead e Hampton è il più riuscito

Matthew Rhys presta la voce al guerriero nano e costruisce un personaggio burbero, sarcastico e continuamente esasperato dalla situazione nella quale si trova. Gilius sembra spesso essere l’unico a rendersi conto di quanto sia assurdo tutto ciò che gli accade intorno. Dove Hampton vede l’avventura della sua vita, lui vede soprattutto un’altra interminabile giornata di combattimenti. Il contrasto tra i due produce alcune delle dinamiche più divertenti della serie e permette alla commedia di funzionare anche quando non si appoggia direttamente a un riferimento videoludico. È significativo che anche le prime recensioni abbiano individuato nel cast vocale uno degli elementi più solidi della serie. IGN sottolinea in particolare la capacità di Matthew Rhys di dare personalità a Gilius, all’interno di un ensemble che comprende anche Lisa Gilroy, Liam McIntyre e Danny Pudi.


La recensione evidenzia però anche un problema più generale. La formula della commedia animata sarcastica e autoconsapevole è ormai talmente diffusa da rischiare di diventare una sorta di rifugio narrativo. Golden Axe sa fare quello che ci si aspetta da una produzione di questo tipo, ma proprio per questo deve trovare qualcosa di più per distinguersi. È qui che Ax Battler e Tyris Flare diventano particolarmente interessanti, ma anche più problematici. I due sono perfettamente riconoscibili e mantengono molti degli elementi che li hanno resi iconici nel videogioco (i videogiochi che diventerebbero serie) , ma la loro caratterizzazione non è sempre altrettanto incisiva. Entrambi sono determinati e poco inclini a lasciarsi intimidire dalle difficoltà. Funzionano bene quando la serie sfrutta le loro differenze, mentre in alcune situazioni rischiano di condividere una funzione comica troppo simile.

La comicità rimane la vera protagonista di Golden Axe

A questo proposito, asseriamo che proprio qui lo show trova contemporaneamente la propria forza e il proprio limite. La serie è spesso molto divertente, ma non tutte le gag hanno lo stesso peso. Quando l’umorismo nasce direttamente dal mondo di Golden Axe, il risultato è decisamente più efficace. Quando invece vengono utilizzate battute moderne, riferimenti contemporanei o dinamiche tipiche delle comedy animate senza un legame particolare con il materiale originale, la serie rischia di sembrare molto più simile a produzioni che abbiamo già visto. È una distinzione importante perché oggi non è più sufficiente costruire una serie animata semplicemente sulla rottura delle convenzioni fantasy (le migliori serie fantasy). Il pubblico ha già visto moltissime produzioni capaci di giocare con la quarta parete, prendere in giro i propri protagonisti e trasformare le regole del genere in una fonte di gag. Golden Axe deve quindi fare qualcosa di più della semplice autoconsapevolezza.


Quando ci riesce, trova una propria identità. Quando non ci riesce, rischia di sembrare una commedia animata contemporanea alla quale è stato applicato il marchio SEGA. Anche la critica ha evidenziato questa ambivalenza. Una lettura severa è arrivata dal Guardian, che ha giudicato l’autoparodia meno efficace di quanto il progetto lasciasse sperare. La testata ha individuato proprio nell’eccessiva dipendenza dall’ironia uno dei punti deboli della serie, mettendo in dubbio la capacità della componente narrativa di sostenere sempre il registro comico. È una critica che merita attenzione perché tocca un problema strutturale dell’adattamento. Un videogioco arcade può permettersi di avere una narrazione estremamente semplice perché è il giocatore a creare il senso dell’esperienza attraverso l’azione. Una serie televisiva deve invece costruire una progressione narrativa, sviluppare rapporti tra i personaggi e dare un significato agli eventi che accadono.

Cosa succede a questo punto?

Il risultato è che alcuni episodi sembrano avere un’idea molto precisa di ciò che vogliono raccontare. Altri, invece, danno maggiormente la sensazione di essere costruiti intorno alla necessità di mantenere alto il ritmo delle battute. Non è necessariamente un difetto per una comedy, ma diventa evidente nei momenti in cui la serie prova a introdurre una componente emotiva. Quando ogni situazione si trasforma immediatamente in una gag, diventa più difficile attribuire un peso reale a ciò che stanno vivendo i protagonisti. Ed è forse questo il motivo per cui Gilius e Hampton funzionano così bene insieme. Il loro rapporto consente alla serie di inserire qualcosa di più umano senza dover rinunciare al proprio tono. Gilius non diventa improvvisamente un personaggio drammatico e Hampton non smette di essere il ragazzo ingenuo che vorrebbe dimostrare il proprio valore.

L’animazione segue la stessa filosofia. Golden Axe non prova a trasformare il videogioco in un fantasy realistico e non cerca di cancellare la propria origine arcade. Al contrario, mantiene un’identità visiva volutamente cartoonesca e sopra le righe. L’art direction è stata collegata dagli stessi materiali promozionali e dalle dichiarazioni del team a una sensibilità vicina alle vecchie serie animate tratte dai videogiochi degli anni Novanta (le migliori sitcom anni 90), con riferimenti anche a produzioni come Dragon’s Lair e Space Ace. Questa scelta contribuisce a dare alla serie una personalità distinta e soprattutto evita di trasformare il passato in qualcosa da trattare con eccessiva reverenza. Golden Axe non vuole dimostrare che il videogioco dell’89 era in realtà un’opera molto più sofisticata di quanto ricordiamo. Vuole partire da quella semplicità e chiedersi come possa funzionare oggi. La questione della fedeltà diventa così meno importante di quella dell’identità.


Una scena di Golden Axe (Multiplayer)

La diffidenza tra i fan dell’universo di Golden Axe

Il trailer aveva infatti generato reazioni piuttosto divise. In alcune discussioni online, diversi appassionati hanno criticato soprattutto il tono troppo autoconsapevole e la presenza di Hampton, percepito da alcuni come un personaggio comico aggiunto per rendere più accessibile il franchise al pubblico contemporaneo. Altri utenti, invece, hanno apprezzato l’estetica e la possibilità di trasformare Golden Axe in una commedia. Dopo il debutto, le prime discussioni del pubblico hanno continuato a mostrare opinioni differenti. Alcuni spettatori legati al videogioco hanno confermato di non essere stati convinti dal tono già dopo il trailer. Soprattutto perché avrebbero preferito un’avventura fantasy più seria. Altri hanno invece rivalutato la serie dopo la visione degli episodi, apprezzando la quantità di riferimenti alla saga e il modo in cui il materiale originale viene utilizzato per costruire la commedia.

È ancora troppo presto, però, per parlare di un consenso definitivo. La serie è appena arrivata sulla piattaforma e gli aggregatori non hanno ancora raccolto dati sufficienti per offrire un quadro stabile della ricezione del pubblico. Questa distanza tra aspettative e risultato è probabilmente uno degli aspetti più interessanti di Golden Axe. Il progetto può sembrare molto diverso da quello che un fan del videogioco immaginava, ma questo non significa automaticamente che abbia rinunciato al materiale di partenza. Anzi, in alcuni momenti dimostra una conoscenza molto precisa della saga. La differenza sta nel modo in cui quella conoscenza viene utilizzata. Non serve soltanto a ricreare ciò che esisteva, ma a trasformarlo in qualcosa che possa funzionare per un pubblico abituato a un linguaggio televisivo completamente diverso.

Il confronto con Star Trek: Lower Decks

Vista la presenza di Mike McMahan e l’impostazione fortemente ironica, il paragone viene quasi naturale. Ma Golden Axe non possiede ancora la stessa sicurezza nel bilanciare commedia, sviluppo dei personaggi e costruzione dell’universo. L’esperienza di McMahan è evidente nel ritmo e nella capacità di riempire una scena di battute e dettagli, ma il materiale di partenza è molto diverso e impone alla serie una sfida maggiore. Un universo già ricco di storia e personaggi offre infatti molti più strumenti narrativi di un beat ’em up fantasy del 1989. La cosa più evidente, però, è che Golden Axe ha prodotto esattamente la discussione che un adattamento di questo tipo doveva produrre. Quanto può cambiare un’opera prima di smettere di essere riconoscibile? E soprattutto, quanto deve essere fedele un adattamento quando l’opera originale possiede una struttura narrativa così essenziale?


Di sicuro, la comedy non vuole conservare il passato sotto vetro. Vuole giocarci. E forse è il modo più coerente possibile per affrontare un videogioco nato quando l’obiettivo principale era arrivare alla fine del livello con ancora qualche gettone a disposizione. Pertanto, si tratta di una rilettura volutamente irriverente, piena di riferimenti e consapevole dei propri limiti, che funziona soprattutto quando smette di preoccuparsi di dimostrare quanto conosca il passato e lascia che i suoi personaggi vivano davvero dentro quel mondo. E forse, per un franchise nato quasi quarant’anni fa da un arcade nel quale la soluzione a ogni problema consisteva nel prendere un’arma e andare avanti a combattere, è una direzione sorprendentemente coerente.