ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Lioness 3.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Tra Baltimora e Washington DC ci sono meno di 65 km. Circa un’ora di macchina sulla Intestatale 95. Una distanza incredibilmente piccola. Che appare infinita, invece, quando la vita del tuo miglior agente è in gioco. Questa è la distanza che separa Joe dalla sua squadra. Così vicini. Eppure così lontani.
Il quarto episodio di Lioness 3 inizia in un hangar dell’aeroporto di Baltimora. Joe è legata al letto. La goccia d’acqua continua a tormentarla. Il suo carceriere comincia una lunga filippica contro gli Stati Uniti. Joe risponde per le rime. Lo scambio di battute è attuale, i politici citati viventi. Sembra contemporaneo, eppure puzza di Guerra Fredda. Lo sente persino lo spettatore, quell’odore che per quasi cinquant’anni ha appestato lo scorso secolo. Sono giochi di potere (cit.) che tornano in vita, insomma.
Mentre Joe si intrattiene amabilmente con il suo aguzzino, a Langley tutti la stanno cercando. E finalmente, riescono a individuarla. Una missione di salvataggio viene subito approntata. Una volta raggiunto l’hangar, però, di Joe non c’è traccia. A parte una goccia di sangue. In compenso, la squadra trova tre agenti russi dell’ SVR, servizio segreto nato dalle ceneri del defunto KGB (tanto per restare in tema di Guerra Fredda…). Da questi, la squadra ottiene una informazioni importante: il codice di coda dell’aereo che trasporta Joe fuori dagli Stati Uniti. E da qui, inizia la corsa contro il tempo, su più livelli.
La doppia timeline: non una scelta, ma una necessità
C’è un momento, in questo episodio, in cui il passato e il presente si toccano senza sovrapporsi. Sei mesi prima, Joe sta ancora camminando libera. Sta costruendo “Treasure“, il piano che dovrebbe smascherare gli handler dell’SVR infiltrati negli Stati Uniti. Ogni mossa è calcolata, ogni rischio è ponderato. Sembra di avere il controllo.
Poi il presente la raggiunge come un pugno. Joe è legata a al letto, e il controllo è solo un ricordo. La doppia timeline di Lioness 3 non è un vezzo stilistico, ma la colonna vertebrale della stagione. Non sfruttarla sarebbe stato un errore, perché raccontare la stessa storia con gli stessi attori in due periodi diversi non è decorazione. È necessità narrativa.
Il passato di “Treasure” dà senso al disastro presente. Ogni salto temporale è funzionale. Mostra come le decisioni prese mesi prima stiano ora pagando il loro prezzo. Persino la scena delle figlie che mangiano il gelato mentre Joe e Neal discutono si inserisce in questa logica. È la normalità che sta per essere stravolta, e lo spettatore lo sa.
Qualcuno potrebbe azzardare che siamo di fronte a un midseason slump, ma non è così. L’episodio non perde un colpo. Lioness 3 non perde un colpo. La tensione non si affievolisce mai. La corsa contro il tempo per raggiungere l’hangar, il jet che decolla con Joe a bordo, la decisione di Kaitlyn di autorizzare l’ingaggio. Tutto è coerente, teso e utile alla narrazione. Ogni scena spinge in avanti la posta in gioco.
L’etica del lavoro sporco

C’è un momento, in questo episodio, in cui la matematica diventa morale. Quanti vite valgono una vita? La risposta della CIA è brutale nella sua semplicità. Sacrificarne una per salvarne cento. Quando Kaitlyn autorizza l’ingaggio del jet russo, fuori dallo spazio aereo americano, sa esattamente cosa sta facendo. Sta firmando un ordine che potrebbe costare la vita al suo miglior agente. Ma è coerente con il tipo di operazioni che la CIA porta avanti da sempre. Non c’è spazio per il sentimentalismo quando la posta in gioco è la sicurezza nazionale.
Del resto, Kyle lo dice chiaramente, dopo aver eliminato l’agente SVR immobilizzato. Ha ottenuto il numero di coda dell’aereo. In maniera sporca ma questa è una guerra. Un piccolo risultato in un quadro di fallimento operativo. Ma hanno un’informazione. E nel loro mestiere, un’informazione può giustificare molto.
L’episodio non giudica. A Taylor Sheridan non interessa giudicare. A lui, piace raccontare. Lo sceneggiatore ci mostra semplicemente le conseguenze di un mestiere in cui le regole morali sono sempre negoziate, sempre sospese tra il bene maggiore e il male necessario. Kaitlyn non esita quando dà l’ordine. Sa che è la cosa giusta da fare, anche se è la cosa più difficile da accettare.
È la solita, antica equazione del potere. Il singolo conta meno del collettivo. Joe lo sapeva quando ha accettato questo lavoro. E lo spettatore, con lei, fin dal primo episodio della prima stagione. Corsi e ricorsi, insomma, che ci fanno capire che Lioness 3 non sta giocando.
Lioness 3 ha un cuore emotivo
C’è una scena, in questo episodio, in cui tutto si ferma. Niente inseguimenti, niente sparatorie, niente ordini urlati nelle radio. Solo due persone sedute sulle scale di un portico, che parlano di cosa potrebbe succedere. Kaitlyn, algidamente elegante come sono Nicole Kidman sa essere, va da Neal. Non a Langley, non in un ufficio blindato. A casa sua. E gli delinea tre scenari: salvataggio rapido, stallo prolungato, mai più a casa. È la cruda amministrazione della possibilità della perdita. Non c’è zucchero, non c’è filtro. Solo la verità nuda e cruda.
Il momento richiama una scena già vista, ma i toni sono molto diversi. Nel loro precedente incontro, Kaitlyn cazziava Neal perché stava dando spettacolo, davanti ai vicini. Certo, Joe era appena stata rapita e il chirurgo, lo sappiamo, non è freddo e distaccato come le procedure della CIA vorrebbero. In questo secondo, invece, Kaitlyn sceglie la strada opposta. Va da lui, si siede per prima sulle scale, e gli dice esattamente cosa potrebbe succedere. Senza giri di parole. Glielo dice perché deve prepararsi al peggio, come Joe vorrebbe che facesse
È il cuore emotivo di Lioness 3, questa scena. Non l’azione, non lo spionaggio. Due persone che affrontano la possibilità di perdere qualcuno che amano. Kaitlyn non è più solo la superiore di Joe. È una donna che deve preparare un marito alla possibilità che sua moglie non torni più.
Non c’è azione, ma c’è più tensione in quella scena che in tutto l’assalto all’hangar. Perché qui la posta in gioco non è operativa. È umana. E quando Kaitlyn si alza e se ne va, lo spettatore capisce che il prezzo di questo mestiere non lo pagano solo gli agenti sul campo. Lo pagano anche quelli che restano ad aspettare.
Continua l’evoluzione

Lo avevamo accennato nella recensione dello scorso episodio. Lo confermiamo in questa. Non c’è stato alcun cambio di registro brusco. È un’evoluzione naturale, come se la storia stesse semplicemente seguendo il suo corso logico. La serie continua a fare quello che sa fare meglio. Partendo dallo spionaggio alla vecchia maniera, aggiunge un pizzico di geopolitica e amalgama il tutto con conseguenze domestiche delle operazioni. Ci sono agenti che si infiltrano, altri che giocano a poker al tavolo di un elegante ristorante, handler da smascherare e risorse da cooptare. Ma ci sono anche mariti che aspettano notizie, figlie che mangiano il gelato ignare di cosa sta succedendo, e presidenti che devono essere informati.
Il risultato è un episodio che dà spazio a tutti i personaggi, senza perdere il focus sulla posta in gioco principale. Joe è ancora il centro gravitazionale, anche quando non è in scena. Kyle mostra la sua disperazione rabbiosa. Kaitlyn conferma la sua autorità fredda ma umana. Neal affronta la possibilità di perdere sua moglie. E il team, nel suo insieme, resta coeso anche quando il fallimento operativo sembra inevitabile.
In Lioness 3, stiamo assistendo a qualcosa di epico. Ogni episodio sta costruendo qualcosa di più grande. Non ci sono salti nel vuoto, non ci sono esperimenti che rompono il patto con lo spettatore. C’è una storia che si svolge con coerenza, passo dopo passo. “Calabroni assassini” non cerca di stupire con effetti speciali o colpi di scena gratuiti. Cerca di raccontare cosa succede quando un piano fallisce e le conseguenze diventano irreversibili. È questa la forza della stagione, episodio dopo episodio. Non tradisce le aspettative, le porta avanti. Anche se sono pesanti.
Ma ha anche dei difetti?
Tra tante cose belle ci sarà pure qualcosa che non va? Ebbene sì, anche Lioness 3 ha un difetto. Il rilascio settimanale. Una cosa estenuante alla quale non possiamo non sottostare. Vorremmo vedere tutti gli episodi, uno dopo l’altro, ingozzandoci. Purtroppo ci costringono a centellinare. E forse è meglio così. Perché “Murder Hornets” è un episodio che va digerito. Non è roba da binge-watching, non è una serie che puoi consumare in un weekend. Richiede tempo, riflessione, pausa tra un episodio e l’altro. E forse è proprio questo il punto.
“Calabroni assassini” è un signor episodio che permette a tutti di mettersi in mostra. Ci sono scene d’azione, tese e ben coreografate. Momenti di riflessione umana. Ci sono intrighi politici, spionaggio classico alla vecchia maniera, e persino divertimento. Come nella scena in cui gli agenti si preparano per la serata, cambiandosi insieme, ridendo e prendendosi in giro. È un momento di leggerezza che non sminuisce la tensione. Anzi, la rende più umana. Mostra che dietro le tute tattiche e le armi ci sono persone che lavorano insieme, che si fidano l’una dell’altra, che formano un gruppo coeso e fraterno.
E se alla fine ci resta l’amaro in bocca per le parole di Kaitlyn, è proprio perché questo episodio di Lioness 3 non eccelle in una sola direzione, ma riesce a essere tanto, tutto insieme. Senza mai perdere il punto, senza mai tradire la storia. Senza mai deludere lo spettatore. Centellinato sì. Ma meritato.







