ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Lioness 3.
Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.
Scopri come →Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?
Trova quella giusta per te →Non sai che serie iniziare?
Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Un trionfo dal punto di vista tattico. Una tragedia da quello esistenziale. Joe McNamara viene liberata, eppure non torna a casa. Perché durante il sequestro era una vittima. Ora è libera e sceglie consapevolmente di non varcare la porta. Lioness 3×07 non racconta una donna traumatizzata che non riesce a tornare. Racconta una donna che ha finalmente capito cosa sta perdendo e, proprio per questo, non può più tornare indietro.
Joe ha il mignolo amputato, il corpo segnato dalle torture, ed è fisicamente abbastanza vicina a casa da poterci entrare. Invece sceglie di non farlo. “Kiss the Girls” assume un valore quasi funerario. Joe chiede a Neal di baciare le figlie al posto suo, mentre si allontana. Non è assenza d’amore, ma incapacità di riconoscere la versione di sé che abitava quella casa.
Mentre Joe resta sulla soglia, a Washington si consuma un’altra frattura, etica e geopolitica. La teoria di Errol Meade indica Oleksandra come possibile architetta del rapimento. Dietro tutto, insomma, ci sarebbe l’Ucraina. Byron reagisce in modo gelido: uccidiamola e chiudiamo la questione. Il segretario Mullins oppone una distinzione elementare e devastante: “se la uccidi, è un omicidio“. Lioness 3 non chiede allo spettatore chi abbia ragione. Chiede quanto sia disposto ad accettare in nome della ragione, mentre l’agenzia discute se sacrificare una vita per proteggere un equilibrio, Joe ha già preso la sua decisione. La missione non è più ciò che fa, ma l’unico luogo in cui sa esistere. Il finale di stagione non sarà soltanto climax d’azione, ma anche, e soprattutto, uno scontro psicologico.
Joe è libera, ma a che prezzo?

Joe ha vinto la battaglia e perso la guerra contro se stessa. È questa la verità che Lioness 3×07 consegna allo spettatore con una brutalità che nessuna delle puntate precedenti aveva raggiunto. Joe è viva. Ed è libera. Eppure non torna a casa. Il paradosso è tutto qui, e Lioness 3 lo costruisce con una pazienza che per sei episodi è sembrata quasi crudele.
Per gran parte della stagione, la doppia linea temporale ha funzionato come un meccanismo di protezione narrativa. Il passato spiegava il presente, il presente giustificava il passato. E lo spettatore poteva sempre rifugiarsi in una delle due dimensioni quando l’altra diventava insostenibile. Lioness 3×07 non cancella il passato. Semplicemente, smette di usarlo come rifugio narrativo. Il presente prende il sopravvento, e con esso arriva tutto il peso di ciò che Joe ha subito senza la possibilità di diluirlo in un flashback
La conseguenza è un episodio che rifiuta la catarsi tradizionale. Il salvataggio arriva, ed è spettacolare, ma non risolve nulla, anzi. Apre una frattura che i sei episodi precedenti avevano solo preparato. Joe ha vinto la battaglia contro i suoi carcerieri, ha ucciso chi la teneva prigioniera, ed è stata recuperata dalla sua squadra. Ma la guerra che combatte davvero, quella contro la versione di sé che esisteva prima del rapimento, è una guerra che non si vince con un elicottero e una squadra di intervento rapido. Ed è esattamente questa guerra che Taylor Sheridan decide di raccontare.
Lioness 3 e il salvataggio come anti-spettacolo
Il salvataggio di Joe è costruito come una sequenza d’azione classica, ma Sheridan lo priva della perfezione che ci si aspetterebbe dall’apice di stagione. C’è una progressione spaziale precisa ma la geografia dell’azione è volutamente sporca, caotica. Imperfetta. Le auto sulle strade secondarie del Texas. L’intercettazione della polizia locale. La fuga a piedi attraverso un campo da calcio. L’elicottero che arriva in soccorso e pone fine al tutto. Sono elementi perfetti che appaiono gestiti in maniera imperfetta. Come il semaforo rosso bruciato. O come Joe che corre, inseguita da tre mercenari chenno ogni opportunità di spararle e non lo fanno. Creando una sequenza che potrebbe aparrire poco credibile, quasi grottesca.
Il punto, però, non è il realismo, ma l’emozione. E Lioness 3 sceglie di funzionare emotivamente più di quanto funzioni perfettamente sul piano realistico. Perché la sequenza non è costruita per essere credibile, ma è costruita per essere catartica. Dopo sei episodi di attesa, dopo una stagione in cui il nemico è sempre sembrato un passo avanti, lo spettatore ha bisogno di vedere Joe libera. E la libertà, in questo caso, non arriva come un dono della squadra, ma come una conquista attiva.
Joe non è una principessa da salvare. È una donna che lotta. Prende la pistola dal pavimento del SUV. Spara a Babat in faccia. Uccide un altro aguzzino e scappa. Contribuisce al proprio salvataggio in modo decisivo. E questo dettaglio cambia tutto. Joe non è più una vittima che viene recuperata, è un’agente che si contribuisce alla sua libertà fisica. La catarsi non è nella perfezione tattica, è nella volontà. Joe non aspetta di essere salvata. Si salva. E proprio per questo, quando finalmente è libera, non sa più cosa fare con quella libertà.
Il crollo di Joe
Il trauma in Lioness 3 non è metaforico. È corporeo, tangibile. E dannatamente permanente. Joe ha il mignolo amputato, il corpo segnato dalle torture. Con il ricordo di giorni passati in balia di chi la teneva prigioniera. Non è più psicologia da pianerottolo. Siamo di fronte alla perdita concreta del controllo sul proprio corpo e sulla propria identità. E quando Joe viene libera, non può semplicemente tornare quella di prima. Perché quella versione di sé non esiste più.
È qui che la recitazione di Zoe Saldaña raggiunge un livello che le stagioni precedenti non avevano toccato. Per tre stagioni Joe ha trasformato il controllo in una forma di sopravvivenza. Abbiamo sentito la sua voce ferma, il suo sguardo fisso. L’abbiamo vista rispondere per le rime a generali pluristellati senza battere ciglio. Ma in questo episodio (e forse in questa stagione, visto che l’attrice ha detto che sarebbe stata l’ultima…) il controllo salta. E non gradualmente, non con una progressione drammatica. Salta di colpo, come il tappo di una bottiglia di spumante. Nel momento in cui Joe crolla tra le braccia di Cruz. E non è un caso.
Cruz è una creatura di Joe. Lo dice lei stessa, parlando con Bobby, seduta sul bordo dell’elicottere, in attesa di agire. E Joe l’ha designata come sua erede, parlando con Kaitlyn. L’abbraccio tra le due non è catartico perché sono amiche. Lo è perché Joe riconosce Cruz come una sua pari. Di fronte a lei non deve ricomporsi. Può piangere, tremare. E aggrapparsi. Ed è qui che Lioness 3 ci mostra qualcosa di nuovo e inaspettato. Non una serie fatta di salvataggi, ma una serie che ci racconta cosa succede quando chi salva non è in grado di salvare se stessa.
Un titolo che suona come un addio
“Kiss the Girls” è il titolo dell’episodio, ma anche la frase che Joe dice al telefono a Neal prima di riattaccare. Per tre stagioni è stata un rito, lo dice anche la figlia maggiore. Qui, invece, suona lugubre come i chiodi che chiudono la bara. Joe è al sicuro, adesso. Ma non basta. È fisicamente vicina a casa da poterci entrare Vede la porta, immagina Neal e el figlie che l’aspettano. Ma non scende dall’auto.
Non è un rinvio, né stanchezza. Non è nemmeno la classica scelta sbagliata dell’agente che mette il lavoro prima della famiglia. È qualcosa di diverso, di molto più tragico. Joe non entra perché sa che non è più la persona che tornava a casa lasciandosi alle spalle il lavoro. La versione di sé che abitava quella casa è stata annichilita dai suoi sequestratori. Joe lo sa, lo ha capito con chiarezza. E la scena del suo allontanarsi è devastante.
Chiedere a Neal di baciare le figlie non è soltanto un rituale. È l’impossibilità di riconoscere quella versione di sé che avrebbe dovuto farlo. Non è assenza di amore, ma una rinuncia fatta con consapevolezza. Joe sa che non è più lei. E questo rende la scena molto più dolorosa di qualsiasi trauma fisico avrebbe potuto subire ancora.
Il conflitto lavoro/famiglia, che per tre stagioni è stato uno dei motori narrativi di Lioness, qui si trasforma in qualcosa dai contorni trancianti. Suona come qualcosa di di irrisolvibile. Joe non sceglie il lavoro perché lo preferisce. Lo sceglie perché è l’unico luogo in cui sa ancora chi è. E mentre si allontana, Lioness 3 ci mostra che la tragedia di questa stagione non è tanto il sequestro quanto la conseguenza più drammatica: la consapevolezza.
Two Cups e l’inaspettato dialogo esistenziale
La consapevolezza di Joe inizia durante il viaggio di ritorno. Tra tutti i compagni di volo che potrebbe avere è Two Cups quello che le tiene compagnia. Il più inaspettato, in un certo senso. È la stessa Joe a dirlo. A modo suo, col sarcasmo pungente che è gergo degli agenti della sua unità. I due agenti parlano di vite che non hanno avuto e di scelte che non hanno fatto. Two Cups, però, non è uno stupido ed è capace di formulare un pensiero che Joe non può ancora ammettere. Che si vive per la missione, o per la famiglia. Non si possono avere entrambe senza tradirne una.
Joe, però, non è ancora pronta. E la fuga di fronte alla casa ne è la dimostrazione. La sua consapevolezza non è ancora scelta. Capisce che la sua presenza a casa non sarà mai più la stessa. Ma non è abbastanza da rinunciare del tutto alla missione. Il fatto che Joe informi Neal e le figlie su di sé e sul suo lavoro è un grande passo avanti, ma anche una crepa nel suo sistema. Non è più la menzogna da dire al rientro da ogni incarico, ma l’immaginarsi fuori da un contesto che le ha chiesto molto. Forse troppo.
Joe sa che sta perdendo. Che le figlie sono grandi per capire che qualcosa non torna. Sa che Neal aspetterà ancora, sulla soglia di casa, ma è stanco. Sa che ogni telefonata è un rinvio a qualcosa che l’aspetta ineluttabile. Kaitlyn lo dice chiaramente a Neal: nel futuro di Joe c’è una scrivania. Occorre apettare. Che Joe capisca, per davvero.
Lioness 3 e la ragion di stato

Mentre Joe vive il suo dramma interiore la storia va avanti. Le informazioni di Errol vengono prese per buone. Si tratta di una teoria, gelida e lucida. Alla quale, però, ci si aggrappa come vendetta. Oleksandra avrebbe fatto il triplo gioco orchestando il meccanismo che ha portato al rapimento di Joe. Un gesto disperato che avrebbe dovuto provocare una risposta da parte degli Stati Uniti e aumentare la pressione sulla Russia. Badate bene, non c’è nulla di provato. Si tratta solo di un’ipotesi. Attendibile, palusibile. Quanto volete. Ma un’ipotesi.
Alla quale Byron reagisce con una spietatezza che fa accapponare la pelle: uccidiamola. Uccidiamo Oleksandra e non pensiamoci più. Cita anche i codici secondo i quali non è necessario chiedere l’autorizzazione presidenziale. Non c’è indagine che tenga. Men che meno tribunale. Basta una supposizione plausibile e il gioco è fatto. Dando così la certezza allo spettatore che in Lioness 3 basti davvero poco per risolvere le faccende di spionaggio. D’altro canto la logica di Byron è utilitaristica. Il suo compito è prevenire un disastro geopolitico, proteggere la vulnerabilità dell’agenzia ed eliminare il rischio prima che diventi un’evidenza.
E mentre il segretario di Stato chiede tempo per pensarci, Joe ha già deciso: si torna al lavoro per ucciderli tutti, ricevendo il plauso di Cruz. Così, se Byron propone e Mullins prende tempo, Joe non ha dubbi. Qualcuno da qualche parte dovrà pagare per quello che le ha fatto. Lioness 3 costruisce un secondo livello di tragedia, un contrappunto perfetto, in cui la missione diventa una tragedia non solo personale ma sistemica.
In attesa del gran finale, una vittoria che somiglia terribilmente a una sconfitta
Lioness 3×07 racconta una vittoria senza concedere allo spettatore il conforto di sentirla davvero come tale. Joe viene salvata. I suoi carcerieri sono morti. La missione è compiuta. Eppure, quando la sua casa compare davanti a lei, diventa evidente che la parte più difficile deve ancora cominciare. Kiss the Girls funziona perché non confonde la sopravvivenza con la guarigione. Joe è viva, ma il prezzo pagato è scritto sul suo corpo e, soprattutto, nel modo in cui guarda la propria vita. Nessuno le impedisce di tornare a casa. È Joe stessa a non riuscire più a farlo. La donna che abitava quella casa non esiste più, e lei lo sa.
Nel frattempo, la teoria su Oleksandra e la possibilità di eliminarla riportano Lioness nella sua consueta zona grigia, dove sicurezza nazionale e morale smettono di essere facilmente conciliabili. Un mondo nel quale un’ipotesi può diventare una sentenza e una persona può trasformarsi, nel giro di una riunione, in un rischio da eliminare. Esattamente come Joe rischia di trasformarsi da donna in strumento.
Ed è questo il vero filo rosso dell’episodio. Neal vuole riavere sua moglie. Cruz vuole proteggere la sua mentore. Byron vuole eliminare una minaccia. Joe, invece, vuole trovare qualcuno a cui far pagare ciò che le è stato fatto. Tutti cercano di ripristinare un ordine che forse non esiste più. Per questo Kiss the Girls è un penultimo capitolo riuscito. Non è perfetto, ma i difetti non scalfiscono la forza complessiva dell’episodio che arriva al suo livello massimo nell’intrecciare azione e conseguenze umane.







