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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →“Quando avevo tre anni mia mamma mi faceva ascoltare Wonderwall”. Oppure “Avevo diciassette anni quando ho sentito per la prima volta un brano degli Oasis. Il periodo più bello della mia vita”. Don’t Look Back in Anger si apre con le voci dei fan di ogni parte del mondo, che nella propria lingua madre raccontano ciò che la band britannica ha significato per loro. Un mix di ricordi, autobiografie, passato, presente, tempo che si è fermato agli anni ’90 e che, inaspettatamente, si è sbloccato nell’estate del 2025.
Del resto gli Oasis sono sempre stati questo: una coppia di fratelli caotica e imprevedibile, con una naturale capacità di mettere il pubblico al centro, creando con esso un legame viscerale e catartico. Il docufilm presentato in anteprima fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia ruota intorno a questa relazione mai veramente finita e tramandata alle nuove generazioni dai padri, dai fratelli e da tutti coloro che erano lì quando Noel e Liam comparvero per la prima volta sulle scene del Britpop inglese.
Le immagini frenetiche (forse un po’ troppo) ed energiche della regia di Dylan Southern e Will Lovelace ci mostrano in una manciata di minuti le origini, il successo, i litigi e la rottura della band, per poi fermarsi improvvisamente. Il silenzio scende su ogni cosa, il ritmo rallenta e le cineprese entrano discretamente nella sala prove del The Mill di Londra. Noel è già lì insieme al resto del gruppo. Chitarra in spalla e concentrazione che si taglia con un coltello. Diverso nell’età ma non nella professionalità che misura ogni accordo, chiedendo di ripetere e di riprovare.

Anche Liam è il solito Liam. Va e viene quando gli pare, tra le mani una borsetta nera e indosso il parka, una seconda pelle che non abbandona nemmeno dietro le quinte. Sono passati quindici anni eppure è passato un attimo. “I want to be myself, I can’t be no one else”. Sono sempre loro stessi, non possono essere nessun altro. Ma il risultato è qualcosa che neanche loro si sarebbero mai aspettati.
A questo punto di Don’t Look Back in Anger, infatti, il montaggio accelera di nuovo.
Ci siamo: Cardiff, la prima data del tour 2025, con la tensione sul volto di Noel scalfita dall’esuberanza di Liam, il solito caciarone. Da qui in avanti sarà un tripudio. Cori, fan di ogni età e genere, persone che si baciano, si abbracciano, si arrampicano sugli alberi fuori dagli stadi. Gente per strada, sulla metro, nei pub, bambini con il cappello alla pescatora in testa, ragazze con il trucco sbavato per l’emozione, ragazzi con le braccia alzate. Tutti parte di un momento che ha il sapore del qui e dell’ora. Non esiste più né un prima né un dopo. Non esistono nemmeno gli anni ’90 e le risse nel backstage, perché la nostalgia è diventata riconciliazione. Tra due fratelli e tra loro e i fan.
In Don’t Look Back in Anger c’è solo l’Adesso: la consapevolezza di vivere intensamente quelle due ore di show e di essere contemporanei di una band di umili origini, così come di quell’umanità che ha riempito gli stadi e i parchi. Anche quindici anni dopo. E insieme a essa c’è un palco che funge da confessionale a cielo aperto e su cui Liam e Noel diventano portavoce delle folle, dal Brasile alla Corea del Sud, dalla cara e vecchia Manchester agli Stati Uniti.
A fare da sfondo creativo a tutto questo, si muove un comparto artistico capitanato da Stephen Knight (Peaky Blinders), e dalla fotografia di Lol Crawley, già dietro a The Brutalist, e James Laxton, premio Oscar per Moonlight. Ciò che questi grandi professionisti hanno messo insieme è un collage di immagini estratte dai vari concerti della reunion, anche se non è una semplice collezione di esibizioni. L’originalità l’hanno fatta il modo e gli intenti.

Don’t Look Back in Anger, infatti, è stato girato con un numero di cineprese che oscilla da tre a diciotto per serata, con l’obiettivo di invertire la gerarchia tradizionale tra palco e platea. Noel e Liam sono le star, naturalmente. Ma il vero protagonista, come abbiamo anticipato nell’introduzione, è il pubblico. Ciò che interessa nel corso della visione non è quindi mostrare soltanto chi sta sul palco, bensì interrogarsi su chi ascolta. Il docufilm diviene così un racconto sugli Oasis, ma anche e soprattutto una finestra che si apre sulle persone comuni. Sulla Manchester delle case popolari dai muri fatiscenti e dai vicoli opprimenti. Sulla gente della working class del Sud America, che vede nei concerti della band una sorta di liturgia sacra.
In Don’t Look Back in Anger la musica degli Oasis si fa universale, senza essere eccessivamente autocelebrativa. Noel e Liam spiegano, cantano, suonano ma riescono anche a farsi da parte per dare spazio a coloro che li hanno resi ciò che sono. Due rockstar che non hanno mai nascosto i loro limiti caratteriali e che probabilmente sono così amati proprio per questo. Sono reali in un mondo reale.
E quando cala il sipario, i riflettori si spengono e i fan ritornano felici verso casa, quel che rimane sono due cose. La prima è una riflessione sulla giovinezza che se n’è andata. “Come facevo ad andare a letto alle 4.00 dopo aver bevuto tutta la notte?” si chiede Noel. “Ora ci vai alle 3.55” risponde ironicamente Liam. La seconda è un messaggio, rivolto direttamente allo spettatore, sul perdono e sulla possibilità di rimediare ai propri errori. Don’t Look Back in Anger, del resto, non è mai stato un invito a dimenticare, quanto un invito a guardare avanti senza vergognarsi di ciò che si è stati. La differenza sta tutta in quei cinque minuti che separano la giovinezza dalla maturità. Tra le 3.55 e le 4.00 del mattino.







